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Approcci educativi

Metodi e strumenti pedagogici ed educativi per una didattica efficace

Questi primi venti giorni di didattica a distanza

in Approcci educativi/Esperienze digitali by
L’esperienza di Francesco Rocchi, in questi primi venti giorni di scuole chiuse e didattica a distanza.

Come insegnante, anch’io mi sono trovato da un giorno all’altro a lavorare da casa e a mettere in pratica la didattica a distanza, per come m’è riuscito di organizzarla in italiano e storia nel mio istituto tecnico.

Nei primi giorni, ho pensato che fosse utile recuperare quanto fatto, una sorta di ripasso generale, perché per molti studenti era una novità. Prima di imparare cose nuove, era meglio che imparassero a gestire il proprio apprendimento “digitale”. Inutile dire che questo ha dato tempo prezioso anche a me.

Terminato il ripasso-riscaldamento, ho iniziato a introdurre qualcosa di nuovo, ma sempre all’interno della rielaborazione di concetti e nozioni già noti.

Mi è parso meglio evitare di proporre uno schema del tipo “Abbiamo finito col ripasso, ora si va avanti”. In italiano, ad esempio, ho evitato di dire: “Ora facciamo Montale”. Piuttosto, ho ripreso due poesie già studiate, A se stesso di Leopardi e Annuncio di D’Annunzio, dicendo ai ragazzi: “Questa nuova poesia (Meriggiare pallido e assorto) è più vicina a Leopardi o a D’Annunzio? E perché?”.

Si noti che a una domanda del genere non c’è una risposta preconfezionata su internet. Forse sono andati a riprendere i loro appunti sulle poesie già fatte e li hanno tenuti davanti mentre cercavano di capire, ma ciò va benissimo: è un ripasso utile. Potrebbero anche essersi scaricati un’analisi della poesia di Montale, ma va altrettanto bene: per fare il confronto con Leopardi è necessario studiarsela bene. Per un eccezionale colpo di fortuna potrebbero anche aver trovato un confronto Montale-Leopardi già fatto, ma il compito richiedeva in ogni caso di scendere nel dettaglio della poesia e c’era da considerare anche quella di D’Annunzio. Insomma, sono ottimista.

In tutto questo non ho dimenticato il punto dolente fondamentale: ora gli studenti sono più soli, nonostante la strumentazione digitale.

Per evitare che si lascino andare o rigettino lo studio, i materiali di studio devono essere scelti con cura, e i libri di testo si prestano poco alla bisogna, dato che erano piuttosto respingenti anche prima. Mi sono così riproposto di usare oggetti di studio con cinque caratteristiche.

I materiali non devono essere troppo pesanti. Mi sono imposto di non dare documentari oltre la mezz’ora, se non spezzandoli. Su Rai Storia ce ne sono di eccellenti di un minuto o due, come “Un minuto di storia” di Gianni Bisiach. Con film e serie tv sono stato più lasco, ma sempre con prudenza. Allo stesso modo, niente letture (dal libro o narrative) troppo lunghe.

I materiali devono essere tanto comprensibili da poter essere fruiti senza assistenza. Questo significa fare massiccio uso di materiali divulgativi, illustrazioni, foto, testi narrativi, film. Non bisogna cedere alla tentazione di pensare “Se la cavino un po’ come possono!”. E non è facile trovare tutto ciò che serve nella situazione attuale.

Gli oggetti di studio devono essere delle sfide, o quanto meno suscitare domande. Ad esempio, per storia si può dare un’immagine che sappia ben catturare lo spirito o l’essenza di un passaggio storico importante, ad esempio di una battaglia, avendo cura che ci siano degli indizi da cui gli studenti possano cominciare a ragionare. Di quale battaglia si tratterà? L’importante non è azzeccarci, ma farsi venire in mente tutte le battaglie studiate.

L’esempio mi viene comodo perché ho proposto un quadro con una scena di soldati francesi sopraffatti dal nemico a Sedan, con l’idea che gli studenti si chiedessero: “Quali guerre ha combattuto la Francia nell’800? Quali ha perso? Quando?”. Altre volte ho fatto vedere dei video (ad esempio l’inizio del serial tv del 1982 su Marco Polo) o leggere delle poesie (come Proprietà di mercato vecchio di A. Pucci), chiedendo ai miei studenti di dirmi loro perché gli avessi dato quel materiale e a quali argomenti di storia si potesse ricollegare. Bonus: ancora una volta, non c’è una risposta reperibile già pronta su internet.

Si tratta piuttosto di genuine riflessioni meta-cognitive, con solidi agganci alle “nozioni”.

I materiali devono poter essere usati senza un particolare ordine cronologico. Mi son fatto l’idea che sia bene spaziare il più possibile su quanto già fatto, anche in maniera (apparentemente) disordinata, per tenere vivo il cervello degli studenti. In questo momento di confusione è facile che “il programma svolto” finisca nel dimenticatoio.

È bene allora richiamarlo il più spesso possibile alla mente. In altre parole, bisogna fare esercizio di “pratica variata” (che favorisce la memorizzazione) e di “pratica deliberata” (che migliora le competenze). Su questa falsariga, mi è venuto comodo in storia un lavoro che facevamo anche prima. Ho presentato dei testi su argomenti già trattati, ma con un taglio leggermente più approfondito, e ho chiesto loro di schematizzare creando due colonne: una per le nozioni già note e una per le nozioni nuove (o problematiche o curiose).

È l’ideale per affrontare possibili difficoltà senza ansia e si presta bene alla didattica per DSA. E neanche in questo caso internet si può sostituire alla testa di uno studente, dato il riferimento “interno” al lavoro già svolto dalla classe.

Perché la fruizione dei materiali sia possibile, infine, è bene non affrontare lavori di troppo largo respiro. Le unità di apprendimento devono essere tenute compatte, unitarie, vere razioni K del sapere, ovviamente stando attenti a non cadere nel superficiale. La comunicazione con gli studenti ora è inevitabilmente desultoria, per cui è bene che ogni volta che si stabilisce un contatto, nulla resti vago o in sospeso o rimandato ad altri incontri virtuali che potrebbero facilmente saltare.

Insegnamento a distanza e didattica tradizionale

in Approcci educativi by
L’emergenza legata al Covid-19 – e alla conseguente chiusura di scuole e università – sta cambiando l’insegnamento. Portandoci verso un insegnamento ibrido capace di coniugare didattica tradizionale e insegnamento a distanza.

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Disegni al telefono!

in Approcci educativi/Attività in classe/Esperienze digitali by
Marianna Balducci ci racconta la sua iniziativa per questi giorni in cui siamo tutti a casa: disegni al telefono!
Cos’è il progetto Disegni al telefono?

Da questa specie di trincea, più o meno pericolosa e più o meno pericolante, che ognuno di noi si è costruito per sostenere il peso di questi giorni difficili, ho visto partire molti bellissimi segnali di vicinanza e di generosità. Alcuni sono già ben strutturati da chi si muove con scioltezza sui canali digitali. Altri sono più improvvisati, ingenui e non sempre efficaci ma comunque animati da ottime intenzioni.

Ora che abbiamo chiuso forzatamente le porte e aperto le finestre del web, c’è molto rumore…

E non sempre è facile orientarsi o filtrare quel che ci fa bene, godere di tutto quel che ci viene offerto.

Io stessa, che la rete la frequento spesso e mi ci muovo con criterio, sto accusando una certa fatica. Avverto la necessità di ragionare su una comunicazione che dovrà farsi, in futuro, più sostenibile.

Mi sono chiesta perciò se, in mezzo a questo mare magnum di contenuti magnifici, ci fosse bisogno di qualcosa di mio.

Per non tradire me stessa e trovare un compromesso anche con gli impegni lavorativi che continuano a tenermi impegnata (noi illustratori siamo abituati a lavorare da casa) ho pensato ai “Disegni al telefono”

Funziona così: ho messo a disposizione una finestra oraria (il sabato mattina, dalle 11 alle 12.30) per farmi chiamare su Skype, da qui fino ad aprile o comunque finché ci verrà chiesto di restare a casa.

Chi prende la linea ha a disposizione un po’ di tempo per una video-chiacchierata in cui io disegno in tempo reale per lui.

Condividendo lo schermo e avendo la tavoletta grafica adeguata, mi si può vedere dare forma al personaggio.

Di solito chiedo a chi mi chiama di pensare a un animale e a un colore) le cui caratteristiche spuntano mano a mano che il mio interlocutore si fa meno timido. 

“Mi chiami solo se ti va”, così ho scritto sui miei canali social dove ho lasciato circolare le informazioni sull’iniziativa.

Si crea perciò una sorta di contenuto “on demand”, confezionato solo se c’è qualcuno che ha ragione di chiedermelo.

Mi hanno contattata bimbi di tutte le età e di diverse parti d’Italia, ma anche adulti curiosi che seguono il mio lavoro da un po’.

Sono grata per la pazienza dimostrata: so che tentare e ritentare di prendere la linea è un po’ demodè, ma prendere prenotazioni come fossi un centralino snaturerebbe il senso dell’intera operazione e sono convinta che la logica del dono funzioni se si creano le condizioni giuste e non si impongono forzature.

L’iniziativa è totalmente gratuita, se a qualcuno piace quel che faccio e come lo faccio, lascio i miei canali social e le informazioni sui miei libri per seguire e sostenere il mio lavoro. Anche le mie energie in questo periodo sono scarse e l’umore non sempre alle stelle.

Aprire questa finestra e darle un ordine e un senso, ma anche un po’ di imprevedibilità, garantisce che ci sia davvero uno scambio. E soprattutto privilegia la comunicazione uno a uno in un momento in cui ciascuno ha bisogno di sentirsi abbracciato in tutti i modi possibili. 

Mentre si disegna, mi faccio raccontare in che modo si stanno trascorrendo queste giornate. I bambini mi parlano dei libri che stanno leggendo, delle attività con cui si tengono impegnati.

Spesso rimango piacevolmente meravigliata nel vedere quanta spontaneità c’è nel loro adattarsi a una condizione nuova (merito sicuramente anche di presenze adulte capaci di sostegno).

E penso che questa elasticità e questo entusiasmo da riversare anche sulle cose piccole sono qualità preziose che dobbiamo rimettere in allenamento anche noi grandi. 

A volte invece il personaggio disegnato lì per lì diventa il protagonista assoluto della telefonata.

Ci inventiamo un nome, la sua storia, i bambini si lanciano in appassionate descrizioni che magari, una volta chiusa la chiamata, diventeranno spunti per altre attività. Prolungando così un pochino questa piccola interruzione del quotidiano.

Così sono nati il cagnolino Lula che smista le lettere di Babbo Natale, il Drago Verde dei boschi che sfiderà presto il Drago Blu delle acque.

Ma anche il Coraggioso Cavallo Cavaliere e  il leggendario elefancorno.

Al termine della video-chiamata, spedisco via email il disegno e, a volte, ne ricevo in cambio un altro che i bambini, a loro volta, hanno fatto per me. 

Vi aspetto per le prossime sessioni, sabato 28 marzo e sabato 4 aprile.

Per eventuali variazioni o nuove date, rimando alla mia pagina Marianna Balducci Illustrator.

Tante divertenti app per scoprire i luoghi della storia

in Approcci educativi/Arte in galleria/Esperienze digitali by
L’emergenza per il Covid-19 ci fa rimanere a casa? Con le app di Art Stories, i bambini – e i genitori – possono partire alla scoperta dei luoghi più belli e misteriosi della storia, della cultura e dell’architettura.
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La scuola (primaria) ai tempi del COVID-19 – 2° parte

in Approcci educativi/Esperienze digitali/Tavola Rotonda by
Tre maestre, tre scuole diverse, per scoprire come le classi stanno vivendo la didattica a distanza in queste settimane di emergenza COVID-19.

Dopo il precedente articolo, torniamo a parlare con la maestra Carla Caiafa (dell’Istituto Comprensivo Le Cure), la maestra Francesca Liberati (delle Scuole Pie Fiorentine) e la maestra Elena Bini (dell’Istituto Comprensivo Pieraccini). Insieme ci raccontano, in questa intervista a 3 voci, la loro esperienza di insegnanti “a distanza” in queste settimane di emergenza da COVID-19.

Subito una domanda difficile. Vi preoccupa di più la sospensione temporanea della didattica o il fatto che, in questa situazione, possano perdersi un po’ quelle consuetudini e quei legami che giorno dopo giorno avete fatto crescere nelle vostre classi?

Maestra Carla: Sono preoccupata un po’ per tutti e due gli aspetti. La sospensione sarà piuttosto lunga e non è possibile in questa situazione seguire un ritmo “normale”. Questo può essere destabilizzante per i bambini. Inevitabilmente si perde anche la quotidianità.

Mi riferisco a quelle conquiste fatte giorno dopo giorno, con grande fatica e impegno, da parte di alunni e maestre. Penso soprattutto al lento lavoro d’inserimento che ho svolto all’inizio dell’anno nella mia classe prima!

Maestra Francesca: Sarò sincera, non sono molto preoccupata per la didattica. I bambini hanno ottime risorse e sicuramente recupereremo il tempo, che non considero perso, ma diverso. Credo invece che questo possa essere un periodo molto prezioso per le famiglie: è possibile stare insieme con ritmi ridotti, organizzare giochi, leggere.

Credo anche che i legami che abbiamo costruito in questi anni non si perderanno per uno o due mesi trascorsi a casa. Questo momento difficilissimo per tutti noi, se lo vogliamo, può trasformarsi anche in qualcosa di positivo per i bambini e le famiglie. Noi maestri faremo poi il punto della situazione quando torneremo a scuola.

Maestra Elena: Credo che, seppur terribile, questo momento sarà stimolante per riscoprire la noia tanto vituperata quanto importante per stimolare la creatività. Non sono preoccupata dal fatto che i programmi scolastici possano rimanere un po’ “indietro”, credo che i bambini sapranno riconvertire questo disagio in una capacità di resilienza culturale personale e alternativa.

Inoltre, anche se perderemo qualcosa sotto l’aspetto della didattica, sicuramente i bambini impareranno la paura, la solidarietà, l’affetto, la forza e il sacrificio, tutti aspetti importanti che contribuiranno alla loro crescita e alla loro maturità.

Proviamo ad aiutare gli altri insegnanti e i genitori che ci stanno leggendo: quali consigli vi sentite di dare per trascorre il tempo?

Maestra Carla: Agli insegnanti dico di non scoraggiarsi, perché dobbiamo rimanere un punto di riferimento per i bambini e le famiglie. Rimbocchiamoci le maniche e mettiamoci alla prova con le nuove tecnologie, senza timori.

Calibriamo i compiti, senza sovraccaricare i genitori! Usiamo le piattaforme on-line per assegnare laboratori d’arte, suggeriamo libri e video-letture. Ai genitori, invece, dico di usare questi momenti per stare con i figli.

Aiutiamoli nei compiti e giochiamo con loro, facciamo puzzle, giochi da tavolo, costruzioni, ascoltiamo musica, balliamo, guardiamo foto e video di quando erano piccoli.

Il suggerimento più importante, però, è mettersi sul divano con loro e leggere una favola al giorno; e leggiamo anche noi, per dare il buon esempio! Consiglio anche di limitare tv e videogiochi, piuttosto fatevi aiutare in cucina, a fare biscotti, impastare la pizza, e date loro piccole mansioni come rifarsi il letto.

Maestra Francesca: Penso sia importante dare spazio alla costruzione di giochi manuali, lavori creativi, inventare giochi o fare giochi di ruolo con fratelli e genitori.

Molto importante è anche, secondo me, non imporre mai un libro ai bambini ma farglielo scegliere, cercando solo di indirizzarli in base ai loro gusti. Possono anche vedere dei video molto interessanti, come fiabe sonore, ma non solo!

Proprio qualche giorno fa ho chiesto ai miei bambini di guardarsi su YouTube Pierino e il lupo, con Abbado e Benigni, e di illustrare le scene descritte. Insomma, è l’occasione per scoprire tante belle cose, senza esagerare col computer però.

Maestra Elena: Il momento è difficile, tutti siamo emotivamente impreparati, credo quindi che non sia opportuno sobbarcare le famiglie con troppi compiti. È però l’occasione per fare e scoprire tante cose. Di certo la più importante è la lettura.

Ho detto agli alunni di leggere anche un quotidiano a settimana e di fare la sintesi di qualche articolo interessante o particolare.

Inoltre, ho consigliato loro di tenere un diario giornaliero in cui appuntare e descrivere ciò che vedono dalla finestra, le cose fatte, i libri letti, le emozioni vissute.

La nostra tavola rotonda on-line, con le insegnanti della primaria, continuerà e terminerà nel prossimo articolo.

credits: https://www.flickr.com/photos/chrisandjenni/
licenza: https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/

La Fisica (a distanza) che ci piace. Parliamone con Vincenzo Schettini

in Approcci educativi/Esperienze digitali by
Vincenzo Schettini
Le scuole e le università di tutta Italia rimangono chiuse, ma molti docenti si sono già attrezzati per continuare la didattica a distanza. Piattaforme online, social e nuove tecnologie: così gli Istituti comprensivi si sono organizzati per supportare studenti e insegnanti.

Per parlare di come sta cambiando la scuola in questi giorni di emergenza, dopo l’ultima intervista del 9 marzo, torniamo a parlare di didattica a distanza con Vincenzo Schettini, professore di fisica, youtuber seguito da più di 30.000 studenti e adesso anche volto televisivo.

È stato proprio lui uno dei primi a proporre, on-line, dei video per supportare gli insegnanti in questa nuova didattica.

Caro Vincenzo, nel tuo canale YouTube si stanno moltiplicando le lezioni di didattica a distanza rivolte agli insegnanti. Come stanno procedendo e qual è la risposta dei tuoi colleghi?

È incredibile, a dir poco entusiasmante! Questo dimostra che i professori sono schierati in prima linea e hanno tutta la volontà di far sì che questo brutto momento per la nostra nazione diventi un momento di crescita sia per loro che per i loro studenti. Pensate che, durante la prima live organizzata da me mercoledì scorso, hanno partecipato contemporaneamente più di 200 docenti da tutta Italia, ecco il link per rivedere questa bellissima “chattata” online”.

Abbiamo notato che, anche in queste settimane di emergenza, continuano i video del venerdì, in cui tratti argomenti non strettamente didattici, ma sempre molto interessanti per le ragazze e i ragazzi. Ci vuoi dire di cosa hai parlato ultimamente?

“Ho trattato uno degli argomenti più delicati per i ragazzi: la scelta del corso di laurea. Specie in questo momento i ragazzi saranno particolarmente disorientati ma non è la prima volta che parlo di questo nell’ormai celebre “video del venerdì”. Nell’ultimo episodio ho chiarito quali sono le differenze fra la triennale in fisica e ingegneria fisica”.

Una delle caratteristiche dei tuoi video e dei tuoi passaggi televisivi sembra essere: “potete trovare la scienza nella vita di tutti i giorni”! Un po’ come ha fatto Keith Enevoldsen, che ha tradotto la tavola periodica degli elementi in immagini e parole [link]. In questi giorni di “confino forzato domestico”, puoi darci qualche spunto per cercare “un po’ di fisica” anche in casa nostra?

Certamente! Proprio questo tipo di spunto mentale è quello che sto utilizzando per raccontare la fisica di tutti giorni alla trasmissione televisiva “Detto Fatto”, in onda su Raidue. In particolare, abbiamo parlato della fisica in cucina, della fisica dei capelli e anche della fisica che si può utilizzare per svitare dei barattoli sottovuoto. Mi piace a tal proposito invitarvi a rivedere le puntate fatte finora, che trovate su RaiPlay [link] semplicemente scrivendo il mio nome e cognome, buona visione e buona fisica in casa!”.

Insegnare la grammatica: metodo implicito o esplicito?

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Alcune domande sull’apprendimento implicito ed esplicito della grammatica, nella scuola primaria: esploriamone i vantaggi e gli svantaggi insieme a Roberto Padovani.

Nelle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione (2012) si cita un’interessante distinzione relativa all’insegnamento della grammatica nella scuola primaria: insegnamento implicito vs. esplicito.

Apprendimento implicito

Nell’apprendimento implicito della grammatica, il bambino impara la corretta formulazione delle frasi semplicemente parlando e ascoltando la comunità circostante. Attraverso meccanismi cognitivi automatici e inconsapevoli, “estrae” le regole sintattiche e le applica per approssimazioni via via più precise al proprio modo di parlare.

Tutto questo senza avere la conoscenza consapevole dei concetti tipici dell’analisi grammaticale e logica (ad esempio, soggetto, verbo, predicato nominale e verbale). Così i bambini in età prescolare imparano la sintassi della loro lingua madre e allo stesso modo la maggioranza delle persone impara a parlare altre lingue in età adulta.

Apprendimento esplicito

Diversamente da ciò, l’insegnamento esplicito della grammatica pone il bambino davanti a una forma di conoscenza complessa e metacognitiva. Cioè per la quale serve ampia riflessione consapevole.

Si tratta in sostanza degli apprendimenti scolastici legati tipicamente all’analisi grammaticale e logica, con uso di una terminologia tecnica specifica che va memorizzata e applicata alle competenze implicite di uso della lingua.

Le domande che dovremmo porci sulla base di questa distinzione sono plurime e vorremmo affrontarle direttamente. Quale correlazione esiste tra apprendimento implicito ed esplicito della grammatica? Quale bilanciamento dovremmo avere nel presentare la grammatica a scuola a seconda della classe di appartenenza?

La grammatica esplicita, certamente complessa e articolata, quando deve essere introdotta? Abbiamo strumenti validi per l’insegnamento di entrambe le “materie”?

Quale correlazione esiste tra apprendimento implicito ed esplicito della grammatica?

Difficile dare risposte definitive. È certo che la conoscenza esplicita della grammatica rappresenta una delle forme più alte di rappresentazione della lingua. Proprio per questo motivo, per poter avvenire con successo, necessita di ampia dimestichezza con l’uso regolare delle strutture morfo-sintattiche in esame. Ragionare esplicitamente su una frase di questo tipo “vorrei che il latte fosse più caldo” è utile solamente se l’alunno è in grado di usare strutture analoghe nel suo linguaggio quotidiano. Se manca la conoscenza implicita della struttura, non potrà esserci apprendimento esplicito.

In alternativa potrebbe avvenire un apprendimento meccanico e decontestualizzato: appreso solo con grande sforzo, di difficile elaborazione in termini di ragionamento attivo, di rapido oblio.

Quale bilanciamento dovremmo avere nel presentare la grammatica a scuola a seconda della classe di appartenenza?

Dato il punto precedente, conseguono svariati ragionamenti. L’insegnamento implicito dovrebbe anticipare sempre quello esplicito delle regole e strutture sintattiche. Non esiste una classe specifica in cui presentare per tutti gli alunni le regole e le terminologie della grammatica esplicita.

Questo perché gli alunni presentano grandi variabilità di competenza linguistica, tanto nello sviluppo tipico, quanto in specifiche condizioni di difficoltà (ad esempio, bilinguismo consecutivo, disturbi del neurosviluppo).

Anticipare la presentazione delle regole esplicite della grammatica è di grande svantaggio per una quota significativa della popolazione scolastica e non è chiaro se sia di aiuto per i bambini a sviluppo tipico. Andrebbe certamente potenziata la didattica di tipo implicito e ritardata il più possibile l’introduzione della riflessione meta-linguistica.

Va infatti tenuto in considerazione che lo sviluppo del linguaggio del bambino, specialmente l’elaborazione delle strutture sintattiche complesse, procede durante tutta l’età scolare. È quindi lecito domandarsi se, nella scuola primaria, abbia senso o meno insistere sull’analisi logica e grammaticale.

A mio avviso certamente NO: fino ai 10/11 anni andrebbe ampiamente stimolata la capacità implicita di elaborazione della sintassi e della grammatica, sia orale che scritta.

Abbiamo strumenti validi per l’insegnamento della grammatica implicita ed esplicita?

La grammatica esplicita vive nelle pratiche didattiche della scuola: analisi grammaticale, analisi logica, declinazione dei tempi verbali. Indipendentemente dalla creatività del docente, questi insegnamenti insistono su una serie di abilità linguistiche e cognitive mature, integre e performanti.

La grammatica implicita vive invece nel linguaggio quotidiano, orale e scritto. Può essere potenziata e presentata in varie forme e modi, di cui è utile dare alcuni suggerimenti che possono essere certamente ampliati e modellati dallo stile didattico di ciascun operatore di scuola primaria:

  • Distinguere e riconoscere frasi corrette da frasi scorrette. Ad esempio, “Piero disse a Maria di voler giocare con lei” vs. “Piero dice a Maria che ci vuole giocare insieme”. Anche introducendo le classiche concordanze dei tempi verbali: “Se io avessi i soldi, oggi andrei al cinema” vs. “Se io avessi i soldi, oggi vado al cinema”. Insegnare al sistema cognitivo la giusta forma sintattica permette al bambino un allenamento implicito delle regole sottostanti.
  • Abbinare la frase al disegno corretto, presentando strutture ad alta complessità sintattica (“Il bambino che il nonno tiene per mano ha il berretto blu”, “Solo alcuni pezzi di formaggio sono mangiati dai topi”). Le frasi relative e l’uso dei quantificatori sono esempi di forme sintattiche complesse che allenano anche i processi di comprensione del testo, in assenza di brani eccessivamente lunghi.
  • Potenziamento delle forme narrative. Trasformazione “dal discorso diretto a indiretto” e “dalla forma passiva a quella attiva” e viceversa. Descrizione di una serie di figure con una frase semplice Soggetto – Verbo – Oggetto (“la bambina prende la palla”) oppure con un’espansione subordinata (“la bambina prende la palla per giocare con le amiche”).
  • Descrizione di figure con frasi semplici oppure con frasi sintatticamente più complesse. Abituare i bambini all’idea che lo stesso concetto può essere espresso in diverse forme è di grande aiuto ai processi maturativi linguistici, cognitivi e di ragionamento. 

Tutti questi esempi di attività permettono l’allenamento dei processi linguistici, anche complessi, orientando il bambino di scuola primaria a trasformare il linguaggio orale nel linguaggio scritto con operazioni di ampliamento e modellamento delle forme narrative.

Abbandonare nella scuola primaria le attività di grammatica esplicita porterebbe ad uno sforzo culturale verso attività di potenziamento linguistico e cognitivo di grande aiuto per tutti.

Per i bambini con svantaggi e fragilità linguistiche e cognitive si tratterebbe di attività di potenziamento più ecologiche e semplici.

Per i bambini a sviluppo tipico sarebbe una grande opportunità di lavorare sulle trame narrative, sull’affinamento del pensiero e sulla flessibilità dei processi cognitivi in generale.

Crediti copertina: Sam O’Connor

Insegnare a distanza? Ne parliamo con Vincenzo Schettini

in Approcci educativi/Esperienze digitali by
Per l’emergenza legata al virus Covid-19 e l’interruzione delle attività didattiche in tutta Italia, in alcune classi grazie all’utilizzo dei nuovi media alcuni docenti hanno ripreso le lezioni con l’insegnamento a distanza.

Dopo l’intervista di febbraio, continuiamo la nostra corrispondenza con il professor Vincenzo Schettini, ideatore del canale YouTube La fisica che ci piace, parlando dell’insegnamento a distanza.

Caro Vincenzo, l’arrivo del virus Covid-19 ha creato grandi difficoltà nelle scuole di tutta Italia, che sono state chiuse per decreto governativo. Alcuni insegnanti hanno però risposto con la didattica a distanza. Vista la tua grande esperienza con i nuovi media, cosa puoi raccontarci?

Mi piace sottolineare il fatto che la trasmissione della conoscenza è cambiata radicalmente. Oggi insegnare significa innanzitutto comunicare e quale comunicazione può essere più efficace di un video? Proprio i social, dunque i nuovi media, devono essere sfruttati per questo! Gli adulti, intendo le persone che hanno la media dell’età dei professori, sono abituati a sfruttare YouTube per cercare canzoni oppure ricette. Ma dobbiamo finalmente renderci conto che YouTube offre un mare infinito di contenuti anche di didattica che già molti professori stanno condividendo da anni”.

Sul tuo canale, molto frequentato anche dai docenti, c’è una grande novità: stai creando delle lezioni dedicate a loro, per guidarli a diventare insegnanti digitali, è una grande sfida!

Sì, ho creato due playlist dedicate a loro! Con la prima chiamata “tutorial per la didattica innovativa”, in una serie di video molto brevi spiego come utilizzare alcune Apps per poter fare didattica innovativa”.

Con una seconda intitolata “come diventare un docente a distanza“, giorno dopo giorno, sto aggiungendo video nei quali guardo la telecamera e parlo direttamente al cuore dei docenti, affiancandoli con i miei consigli e non facendoli sentire soli perché mi rendo conto che per molti il passo all’innovatività non è semplice, essendo un po’ tutti abituati ad una didattica tradizionale”.

Molti tuoi colleghi hanno avuto dei problemi a passare da una didattica offline a una didattica online. Sulla tua playlist esistono però video molto utili nei quali ci racconti di Apps per fare didattica digitale. Ci vuoi parlare di quelle che secondo te, in questo momento, possono essere di maggiore aiuto ai docenti?

“Mi piace rispondere a questa domanda annunciando che farò una live sul mio canale YouTube dedicata ai professori mercoledì 11 marzo: lo scopo della live sarà raccogliere domande, dubbi ma soprattutto dare loro un orientamento chiaro su come cercare le informazioni per costruire una didattica digitale personale ed efficace. Per dettagli ulteriori sull’orario della live cercatemi sui miei social, è facile trovarmi: sia su Instagram che su Facebook ho due pagine ufficiali chiamate, guarda caso, ‘La fisica che ci piace'”.

Concludiamo con una nota di colore, perché malgrado la situazione internazionale non facile, sembra che alcune fake riescano comunque a circolare e a creare molto rumore. Stiamo parlando del cosiddetto mistero della scopa che resta in piedi, per il quale si è scomodata addirittura la NASA!

“Sì! Addirittura loro! Poi diciamocelo, serve rimanere allegri e vivere la vita anche in maniera leggera, questo aiuta molto. Effettivamente questa storia della scopa che resta in piedi viene spiegata da un semplice principio della fisica chiamato equilibrio del corpo appoggiato. Potevo io non realizzare un video per spiegare tutto questo? Ispirato e confortato dalla risposta della stessa NASA l’ho fatto ed il risultato è stato meraviglioso!”.

Se questa è una donna

in Approcci educativi/Attività in classe/Esperienze digitali by
Una proposta di lezione, senza volto e senza voce come è la scuola in questi giorni, per parlare della donna nella nostra società.

Otto Marzo 2020. Per introdurre questo lavoro voglio cominciare dalla data perché, in giorni strani come questi, è importante soffermarsi sui significati che si dispiegano da questi numeri.

Se ci fermiamo al giorno e al mese, subito la mente va alla ricorrenza dell’8 Marzo e a tutte le attività, le celebrazioni, articoli, film ed eventi che sempre si svolgono per questa ricorrenza.

Se invece passiamo all’anno, ecco che vanno in secondo piano tutte le celebrazioni e oggi, come domani, penseremo invece a quello che sta accadendo nelle nostre vite.

In questi giorni così precari e così inediti per noi del mondo occidentale, che non abbiamo mai conosciuto la guerra, mai il vero senso della vulnerabilità collettiva, mai il senso dell’imprevedibilità della vita e dello stare al mondo.

Ebbene, come in questi numeretti si respira tutta la stranezza di questi giorni, così sarà questa giornata. E la domanda è:

“Ha senso parlare di donna in questo 8 Marzo 2020?”

Forse che parlare di donna e di diritti, di visione della donna nel presente e nel passato in questa giornata del 2020 sia fuori luogo, visto che ‘fuori’ il mondo sta pensando ad altro?

Da docente che in questi giorni sta sperimentando tutta la difficoltà del proporre argomenti e contenuti a dei ragazzi senza la mediazione della parola e del volto, ho pensato che invece una lezione sulla donna, sulla visione della donna nella nostra tradizione occidentale sia necessaria proprio perché è la Storia a essere necessaria, la conoscenza a essere necessaria, anche in tempi di coronavirus.

E se la parola-corpo non può esserci perché siamo tutti a casa, quale tipo di lessico può venirci in soccorso per parlare di donna senza rischiare di affondare nei soliti slogan da social? Come provare a far riflettere i ragazzi affinché possano allargare lo sguardo e porsi domande?

Così ho pensato di farmi aiutare dal lessico delle immagini, lo strumento che veicola, si incolla alle emozioni e ci orienta, senza spiegazioni e troppi orpelli.

In una puntata del programma di Lessico amoroso di Massimo Recalcati che l’anno scorso è stato proposto sulla Rai, il professore parlò di violenza e, mentre parlava, scorrevano dietro di lui delle immagini molto eloquenti.

Io fui colpita in particolar modo da un’immagine: una mamma con una catena al collo con attorno i suoi figli e le parole del professore si cristallizzarono in quella immagine lì.

Le immagini sono scalpelli che danno forma all’informe e quindi, con una piccola ricerca in rete, ho costruito Se questa è una donna con la piattaforma Adobe Sparke.

Dal lessico cristiano a quello della pubblicità moderna, i fotogrammi sembrano sempre gli stessi. E l’aspetto sadico dell’ideologia del patriarcato sembra allungare le sue propaggini fino a oggi.

Qui trovate la proposta di lezione: https://spark.adobe.com/page/N4w3SR7EfDpnp/

Mediatori con la disabilità: mediare nei casi di handicap

in Approcci educativi by
Serena Neri ci accompagna nel mondo della mediazione nei casi di disabilità.

Il metodo Feuerstein nasce per sostenere e potenziare i bambini e i ragazzi con gravi disabilità e deprivazioni, e inizialmente si rivolgeva esclusivamente a loro. Finora abbiamo conosciuto principi di mediazione che sono assolutamente inclusivi: la mediazione della lettura, della classe, degli obiettivi didattici, sui comportamenti problematici…

Perché allora dedicare un articolo specifico alle persone con handicap?
Per dare un senso a queste parole.

Potenzialità

Potenzialità: spesso i test e le diagnosi ci dicono cos’ha una persona, il suo disturbo, la sua patologia. Ma quali test ci parlano delle sue potenzialità e di cosa può ancora imparare? Il metodo Feuerstein parte da questo, dalla capacità che ha quella persona, bambino o adulto che sia, di imparare.

Inclusione

Inclusione: gli obiettivi del metodo sono validi per tutti, sono adattabili a contesti individuali e di gruppo; perché allora dovrebbero beneficiare di questi obiettivi solo alcune categorie di persone? Tutti devono avere la possibilità di leggere, di avere obiettivi raggiungibili e di imparare a gestire i propri comportamenti in modo efficace.

Imparare

Imparare: il tema principale su cui si basa il metodo è proprio “imparare a imparare”. Avere delle strategie sicure da poter utilizzare in vari contesti della vita. Per i ragazzi con handicap, è uno degli obiettivi più importanti perché dovranno essere capaci di superare molte difficoltà nella vita, momenti difficili e persone che potrebbero non capire le loro difficoltà.

Le disabilità esistono ed è inutile negarle o far finta che siano meno gravi del reale.

Altrettanto vero è che le nostre scuole accolgono ragazzi con disabilità e noi adulti – insegnanti, educatori – abbiamo il compito di aiutare le loro potenzialità perché possano emergere.

Pochi giorni fa ho tenuto un corso di formazione ed è emersa la parola “sartoriale”… l’ho fatta subito mia!

Io, che ho sempre sostenuto che occorra essere artigiani della mente, penso che mediare la disabilità voglia dire essere dei bravi sarti.

Prendere le misure, pensare al modello che più si adatta al fisico, la stoffa giusta per il clima, per l’occasione, il taglio preciso e netto, senza esitazioni; le asole, le cuciture, le finiture… Il tutto per raggiungere il nostro obiettivo: la soddisfazione di una persona, perché possa portare quel bell’abito in giro per il mondo e tutti possano vederlo.

Crediti copertina: illustrazione di Cinzia Ghigliano per “Due Pirati come noi” scritto da Guido Quarzo.

29 febbraio: una data “rara” per parlare di malattie “rare”

in Approcci educativi/Bisogni Educativi Speciali by
Una panoramica per insegnanti ed educatori scolastici di articoli e informazioni, per lavorare in classe, in occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare

Era il 29 febbraio 2008 quando, per la prima volta, fu celebrata la Giornata Mondiale delle Malattie Rare. Una data rara, dunque, che si ripete anche quest’anno. Un modo importante per dare visibilità a tante malattie e situazioni difficili che colpiscono molte persone, di ogni età. Patologie spesso silenziose, ma impattanti nella vita di tutti i giorni e, per i più piccoli, anche nella scuola.

Ma cosa sono le malattie rare?

Ognuna ha un nome più o meno difficile, e presenta sintomi diversi. Per definizione, una patologia rara è tale perché colpisce al massimo solo lo 0,05% della popolazione, quindi meno di 5 persone ogni 10.000 abitanti. Quello che però questi numeri non dicono è che di queste malattie se ne conoscono circa 7000. Una cifra enorme, destinata a crescere con lo sviluppo della ricerca genetica.

Solo in Italia, sono dunque quasi due milioni le persone affette da una malattia rara. E i dati ci dicono anche che più del 70% sono bambine e bambini in età pediatrica. Per questo è importante parlarne, conoscerle, fare ricerca e prevenzione. Se diagnosticate in tempo, infatti, molte malattie rare possono essere trattate e curate al meglio fin da subito, evitando così ai piccoli pazienti e alle loro famiglie maggiori difficoltà e danni irreversibili.

È possibile parlare a scuola di malattie rare servendosi di letture e storie adeguate all’età degli alunni. Per i bambini più piccoli, possiamo segnalare L’unicorno, scritto da Beatrice Masini e illustrato da Giulia Orecchia, Carthusia editore; Elmer l’elefantino variopinto, di David McKee, edito da Mondadori. Per la primaria, ricordiamo La bambina di burro e altre storie di bambini strani, sempre di Beatrice Masini, edito da Einaudi; ma anche il celebre Wonder, di R.J. Palacio, edito da Giunti.

Gli insegnanti possono inoltre trovare spunti interessanti in Piume di diamante, Youcanprint, un’antologia di casi per imparare ad affrontare le malattie rare con positività.

Segnaliamo che nell’anno scolastico 2019/2020, Librì Progetti Educativi e Sanofi hanno realizzato Più unici che rari, una campagna nazionale rivolta alla scuola secondaria di primo grado, che ha portato in oltre 1000 classi i temi della diversità e dell’inclusione scolastica legati alle malattie rare, coinvolgendo più di 24.000 alunni.

Il progetto Più unici che rari, che ha suscitato un grande interesse tra gli insegnati e le famiglie dei ragazzi, diventerà presto un titolo acquistabile in tutte le librerie, firmato da Sabrina Rondinelli e Francesco Fagnani, e sarà presentato in anteprima al Bologna Children’s Book Fair 2020.

Immagine in copertina di Francesco Fagnani dal progetto Più unici che rari

Covid-19, le parole giuste per parlarne in classe

in Approcci educativi by
Come ci si difende da un virus (e dalla paura)? E soprattutto come possiamo spiegarlo ai bambini?

Ce lo raccontano, in questa chiara e divertente intervista uscita sulla Stampa, il noto autore Federico Taddia e Andrea Grignolio, docente di storia della medicina e bioetica, già coautori di Perché si dice trentatré?, edito da Editoriale Scienza.

Siamo qui! Ed è la dimostrazione più evidente che la specie umana ha sempre vinto contro virus e batteri: per rassicurare un bambino partirei proprio da questa contestazione, spiegando poi la centralità della scienza e degli scienziati per raggiungere questo sorprendente risultato.

Scuole che chiudono, campionati di calcio e pallavolo sospesi, inviti a rimanere tappati in casa. E poi le immagini di città deserte, di ospedali affollati, di migliaia di persone con la mascherina. Per non parlare di parole come “morte”, “epidemia”, “quarantena” che rimbombano da radio e tv, nei discorsi degli adulti, nelle chiacchiere tra coetanei.

Generando paura, confusione, panico più o meno espresso. Riuscire a trovare le parole giuste per narrare l’allarme da coronavirus ai più piccoli, può essere un primo efficace anticorpo per affrontare con più serenità l’emergenza, come afferma Andrea Grignolio, docente di Storia della Medicina e Bioetica all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e al Cnr.

Grignolio, in che modo va toccato il tema delle malattie con i bambini? 

«I bambini hanno gli strumenti per affrontare un tema che coinvolge un aspetto fondamentale della vita. Strumenti che ovviamente cambiano e maturano nel tempo, ma proprio per non lasciar spazio agli equivoci al concetto di malattia va contrapposto a tutte le età quello di sapere scientifico. Va spiegato cosa sia la ricerca, vanno raccontati i grandi risultati ottenuti dalla medicina nei secoli, vanno ricordate le cure trovate. Viviamo in un Paese dove ci si indigna se non si conoscono Dante e Leopardi, ma non si fa una piega se non si sa la differenza tra virus e batteri: questa è l’occasione per ribadire che la scienza, e lo studio, sono il nostro scudo per difenderci da nemici che sono sempre dietro l’angolo».

Se ci chiedono informazioni sul coronavirus, cosa possiamo dire?

«Inizierei dalla sua forma, ovvero un virus che ha una certa somiglianza con una corona di re e regine, che da diversi secoli vivacchia nei pipistrelli, senza creare alcun problema. Nel suo passaggio dall’animale all’uomo, perché a volte questo salto può capitare, è però diventato più cattivo poiché il nostro corpo non è abituato a convivere con lui».

A quel punto ci chiedono perché sia pericoloso…

«Va spiegato ai ragazzi che i virus, per sopravvivere, sfruttano le risorse degli organismi che li ospitano. Ma anche noi abbiamo il nostro esercito di difesa: con il coronavirus però c’è qualche difficoltà, perché essendo nuovo i nostri “soldati” non sanno ancora riconoscerlo. C’è comunque almeno una buona notizia: dai dati che abbiamo in possesso pare che il coronavirus sia meno aggressivo con i bambini, e questo è opportuno ricordarlo».

Però non abbiamo ancora dato una soluzione al problema. Esiste una soluzione?

«Qui dobbiamo dire a gran voce ai bambini che una difesa ai virus esiste. E si chiama vaccino. Abbiamo trovato vaccini per malattie cattivissime come l’ebola, il morbillo, la rosolia. E tra dodici, diciotto mesi, esisterà presumibilmente anche un vaccino per questo nuovo virus. Questo messaggio di speranza va ripetuto con assoluta convinzione».

Possiamo responsabilizzare i bambini in chiave preventiva?

«E’ necessario farlo. Bastano piccoli gesti, come il lavarsi spesso le mani, non mettersele in bocca, starnutire nell’incavo del braccio, ma anche vaccinarsi contro l’influenza stagionale in modo che il coronavirus non trovi la strada facilitata da un organismo indebolito. E se ci guardano perplessi quando insistiamo nel lavarsi le mani, ribadiamo loro che la bocca è la porta d’ingresso principale per virus e batteri che sopravvivono sulle superfici che tocchiamo. E storicamente dobbiamo ringraziare gli arabi che da Aleppo hanno portato i primi saponi, che noi abbiamo copiato con il sapone di Marsiglia, se si sono salvate migliaia di vite».

E la quarantena, come va presentata per non sembrare una prigione domestica?

«Andrei all’origine del nome, che è molto più semplice del rendere accessibile un concetto come cordone sanitario. Parlerei di Venezia, dei tanti commerci con l’oriente, e delle navi con gli ammalati di peste a bordo costrette a non attraccare in porto per quaranta giorni, in modo da non fa diffondere la malattia. Ma poi direi che la quarantena è un isolamento che rimanda ad un gesto di altruismo: non esco non solo per non ammalarmi, ma – soprattutto – non esco per non far ammalare. Un gesto sociale per vivere meglio insieme: proprio come la vaccinazione».

Crediti: L’articolo di Federico Taddia: Grignolio: “Parliamo di virus e vaccini ai bambini: non si spaventano” è stato pubblicato sul quotidiano la Stampa il 23 febbraio 2020 https://www.lastampa.it/cronaca/2020/02/23/news/grignolio-parliamo-di-virus-e-vaccini-ai-bambini-non-si-spaventano-1.38504000

Per l’immagine Virus 3

credits: Anna Leask
https://www.flickr.com/photos/annaleask/
Pubblicato senza modifiche su licenza Creative Commons: https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/

Vincenzo Schettini, il prof che ci piace!

in Approcci educativi/Esperienze digitali by
Abbiamo già incontrato Vincenzo Schettini qualche mese fa per un’intervista, ma a dare un’occhiata ai numeri del suo canale YouTube “La fisica che ci piace” – numeri più che raddoppiati! – sembra passato un secolo. Con Vincenzo iniziamo una corrispondenza che ci permetterà di gettare uno sguardo più attento nel mondo dei nuovi media e sull’uso che se ne può fare per migliorare la didattica.

Sono più di 30.000 gli studentima siamo davvero sicuri che siano solo ragazze e ragazzi? – iscritti al canale YouTube di Vincenzo Schettini. Canale in cui possiamo gustarci più di 400 video sulle materie scientifiche, ma non solo! Il titolo del canale non lascia dubbi: La Fisica che ci piace!

Lui è Vincenzo Schettini, che grazie ai passaggi televisivi sta diventando una vera e propria star delle scienze.

Per i pochi studenti – e insegnanti – che ancora non lo conoscono, lui è professore all’Istituto Tecnico Tecnologico Luigi Dell’Erba di Castellana Grotte (Bari), ma soprattutto uno dei prof youtuber più famosi d’Italia, da qualche mese spesso invitato a trasmissioni televisive, da Sky ai canali Rai, come divulgatore scientifico.

Prima di tutto, complimenti! Raccontaci cos’è successo dall’ultima volta che ti abbiamo intervistato, nel luglio del 2019. Ci sono state grandi novità…

Grandissime novità, direi! Le iscrizioni al mio canale YouTube “La Fisica Che Ci Piace” sono letteralmente esplose e ho iniziato a fare anche un po’ di televisione! Per un fisico ed artista – perché sono anche un musicista! – questo è davvero il non plus ultra.

Cosa ci racconti delle tue apparizioni in tv? Quali differenze ci sono con i tuoi video? Racconta ai tuoi utenti/studenti cosa succede dietro le quinte.

È un’esperienza completamente diversa perché, fra l’altro, ogni programma televisivo ha un suo target preciso. Quando sono ad esempio a Milano per “Detto Fatto”, il celebre programma condotto da Bianca Guaccero su Rai Due, io e il mio autore prepariamo settimane prima il copione; c’è un continuo movimento di addetti ai lavori durante la mattina quando facciamo le prove per la diretta del pomeriggio. Materiali utili per gli esperimenti che mostrerò, inquadrature con le diverse telecamere, simulazione dei tempi… davvero qualcosa di emozionante, ma nello stesso tempo super stimolante per me che sono abituato a lavorare da solo.

Tra le novità del tuo canale, abbiamo trovato tanti video che parlano non di problemi di matematica o di fisica, ma di problemi che possono avere le ragazze e i ragazzi nella vita di tutti i giorni, come la timidezza… Parlacene!

Mi sono reso conto molto presto che tutti quelli che mi seguono sul canale avevano bisogno di una “voce da ascoltare“, come un fratello maggiore che ti trasmette le proprie esperienze. Da lì, l’estate scorsa, è nata l’idea di dedicare lo spazio del venerdì ad un video in cui racconto il Vincenzo adolescente ed arrivo a consigliare ai ragazzi come gestire alcune cose che sono fondamentali: il carattere, l’organizzazione personale, la sicurezza. Ed uno di questi è stato proprio un video dedicato a come acquisire fiducia in se stessi: oltreché generare tantissime visualizzazioni, questi video sono super commentati diventando veri e propri blog di discussione sugli argomenti che io propongo.

Sul tuo canale hai pubblicato un tutorial su Kahoot, un’app veramente interessante che può risultare utile agli insegnanti per valutare la preparazione dei propri alunni, ma anche un modo divertente per mettersi alla prova. Raccontaci a cosa serve e che uso ne fai in classe.

C’è una playlist, sul mio canale YouTube, dedicata completamente ai docenti, per insegnare loro ad utilizzare alcune app divertenti che possono integrare l’apprendimento e soprattutto la fase di trasmissione delle conoscenze. Una di queste è Kahoot: nel tutorial che ho creato spiego, assieme ad un mio studente, come utilizzarlo. È un’app che contiene migliaia di quiz molto divertenti su qualsiasi tipo di argomento, anche e soprattutto argomenti che si studiano a scuola in qualsiasi materia. I docenti possono così creare un ripasso veloce e divertente e nello stesso tempo possono ad esempio fissare alcuni concetti che magari la classe non ha ancora acquisito: questo è una delle modalità in cui io uso Kahoot.

A proposito dei tutorial, sono tanti i modi, le metodologie e i nuovi strumenti tecnologici che possono essere utilizzati in classe. Quali sono, secondo la tua esperienza, i più efficaci?

Sono quelli che attingono alla propria personalità ed alle esperienze più riuscite. Ogni insegnante è un mondo a sé, se abbiamo il coraggio di tirare fuori questo mondo che abbiamo dentro, essere creativi e riuscire a trovare una connessione con i nostri studenti tutto cambia perché loro riescono ad apprezzare il fatto che ci stiamo mettendo in gioco. Spesso l’insegnamento passa attraverso pratiche troppo ripetitive, siamo noi i primi ad annoiarci di noi stessi. Quindi il consiglio che voglio dare a tutti: siate creativi, spingete sul vostro modo di fare, curiosate in rete e cercate le cose che sentite essere in sintonia con voi.

È possibile fare didattica con le serie tv?

in Approcci educativi/Esperienze digitali/Short & Movie by
Insieme a Francesco Rocchi scopriamo come utilizzare le serie tv per approfondire in classe argomenti di storia, riscoprire i classici e trattare temi di attualità.

Si possono utilizzare le serie tv in ambito scolastico, in particolare alle superiori? Prima di provare a capire come, possiamo soffermarci sul perché, visto che le serie televisive non nascono per scopi educativi, bensì di intrattenimento.

Una prima risposta è che la qualità di molte serie attuali è talmente alta che queste ormai sono di fatto cultura, non diversamente da romanzi, film, drammi ecc.

Una seconda risposta è che le serie tv sono il prodotto culturale con cui gli studenti hanno più familiarità. Costituiscono un gancio che è bene non trascurare, in una situazione in cui spesso docenti e studenti fanno fatica a trovare un terreno comune di interessi da condividere.

Se queste prime considerazioni possono sembrare ancora generiche o astratte, ce ne sono altre più specificamente didattiche che chiamano in causa la natura particolare delle serie tv.

Le produzioni attuali sono spesso opere sontuose che possono mettere in scena accurate ricostruzioni storiche, trattare temi sociali attuali e scottanti, riprendere classici della letteratura o sperimentare in maniera assai eclettica. Ma il loro tratto distintivo è evidentemente un altro, la serialità.

Il lungo arco narrativo delle serie, spesso cadenzato nel tempo, è tanto un limite quanto un’opportunità. Se è vero infatti che una stagione intera è lunghissima, è anche vero che un singolo episodio è molto più breve di un film.

Nei 40-50 minuti di un episodio si ha un’unità narrativa che può essere facilmente compresa. Spesso anche senza vedere tutta la serie (può bastare una rapida introduzione).

Didatticamente è più incisivo far vedere un episodio concepito per durare meno di un’ora che non lo spezzone di un film della stessa durata: il regista di serie tv, consapevole dei vincoli di durata, è specializzato nel riuscire a fare sintesi rapide ed efficaci.

Ciò permette di usare gli episodi con una maneggevolezza che i film difficilmente possono avere. Non solo possiamo trascegliere gli episodi che ci interessano di più, ma possiamo anche usare più serie contemporaneamente. Ciò risulta particolarmente utile per storia, come si può illustrare usando due serie come The Last Kingdom e Rome.

Già in un altro articolo avevo proposto l’uso di audiovisivi di varia natura al fine di creare un immaginario storico a disposizione degli studenti, ma qui possiamo approfondire in senso più specifico.

Un elemento importante della didattica del secondo anno delle superiori è il passaggio dall’età classica a quella medievale. Per capire entrambe le epoche bisogna che alcuni concetti fondamentali di taglio sociale e antropologico siano chiari, e il confronto tra le due serie può essere molto utile.

The Last Kingdom

The Last Kingdom è una storia ambientata nell’Inghilterra del IX secolo, incentrata sulle vicende di Uthred, un nobile sassone intenzionato a riprendersi quei possedimenti di cui le scorrerie dei danesi lo avevano privato (lasciandolo inoltre orfano).

Nel primo episodio di The Last Kindgom, Bebbanburg, dove vive Uthred, è un modesto insediamento di legno piuttosto povero, in cui solo un frate non è analfabeta e il re non ha a disposizione che qualche decina di soldati.

Rome

Rome invece parla degli anni di Cesare e di Augusto attraverso la storia di due legionari. Già l’analisi dei primi episodi delle due serie permette agli studenti di fare considerazioni importanti.

La Roma di Rome è una metropoli sontuosa, marmorea, enorme, con un sistema politico ben più articolato e complesso. Una simile sproporzione di mezzi si può vedere nelle scene di guerra.

Le battaglie tra danesi e sassoni sono poco più che mischie, se confrontate con quelle delle guerre civili romane. Quest’ultime coinvolgevano decine di migliaia di soldati e una catena di comando molto articolata. Tanto che alla fine era proprio l’esercito uno dei settori più alfabetizzati della società romana.

Perché gli studenti arrivino a cogliere tutti questi aspetti di civiltà è sufficiente porre loro alcune domande stimolo:

“Quali sono le dimensioni degli eserciti visti nelle due serie?”. “Quanti ufficiali ha Cesare e quanti il re sassone?”. “Descrivi Bebbanburg e Roma”.

A queste domande si potrebbe rispondere già vedendo i trailer. Ma mostrando il primo episodio di ognuna delle serie, gli spunti sono ovviamente di più e più sottili. E se non i primi episodi, altri che offrano adeguato materiale di lavoro. Serie del genere, hanno il potere di far ricordare molto più vividamente la storia, che qui non è “arida” narrazione da libro di testo, ma trama.

Scrubs: medici ai primi ferri

L’uso delle serie tv non è però ristretto alla sola storia. Morale, etica, scienza, questioni sociali: tutto può entrare nelle serie, proprio per quella alta qualità che ormai hanno raggiunto. I polizieschi in particolare offrono una serie di agganci e di temi di attualità tutt’altro che banali e scontati.

Ma talora può essere assai utile anche una serie come Scrubs: medici ai primi ferri. La serie, pur essendo comica ha vinto un Peabody Awards per come ha saputo trattare temi delicati come le malattie terminali.

A titolo di esempio dei polizieschi, cito soltanto un episodio di CSI Las Vegas sul tema della “legittima difesa”. La trama è semplice. Cinque persone su un aereo hanno ucciso un sesto passeggero: uno che aveva dato segni di squilibrio e minacciato di aprire il portellone in volo. Una situazione claustrofobica e pericolosissima, tale da far sì che i cinque vengano rilasciati. È omicidio o è legittima difesa?

Didattica e serie tv

Per didattizzare il lavoro è sufficiente interrompere la visione subito prima della scena in cui gli investigatori dicono la loro e chiedere agli studenti di esprimere la propria opinione. Fatto questo, si potrà vedere l’ultima scena. Dopo averla vista si può continuare a parlarne, o lasciare che la scena si sedimenti da sé negli studenti. Qualsiasi cosa si scelga di fare, credo che una riflessione come quella proposta da Grissom, il protagonista, sia da sola la dimostrazione del livello qualitativo raggiunto dalle serie tv.

Un utile episodio di Scrubs potrebbe invece essere “Le mie regole” (disponibile in inglese qui). In questo episodio, per quanto esilarante, i protagonisti sono portati a chiedere quanto e fino a che punto il rispetto delle regole, o la loro trasgressione, sia importante, soprattutto quando in gioco ci sono la vita e la morte dei pazienti.

Attraverso una storia corale vengono offerte risposte diverse, non auto-escludenti, tutte meditate e capaci di suscitare ulteriori riflessioni. In 25 minuti si ha non solo una problematizzazione approfondita e consapevole, ma anche una maniera molto chiara di porre il problema sul piatto.

Mi piacerebbe parlare anche di altre serie (Law & Order, Peaky Blinders, Empress in the palace, Le Bazar de la Charité o anche un classico come The Twilight Zone), ma forse è sufficiente concludere qui sperando di aver fornito qualche spunto utile.

La bella addormentata nel frigo, l’ebook di Primo Levi

in Approcci educativi/Esperienze digitali/Spunti di lettura by
Insieme a Giulia Natale partiamo alla scoperta di un classico di Primo Levi in una nuova veste multimediale: l’ebook.

Mi rivolgo in particolare agli insegnanti (e ai genitori) per suggerire un titolo insolito per la didattica. So, per esperienza diretta, che dalla lettura e dall’utilizzo condiviso con i ragazzi di questo formato interattivo (l’ebook) si possono ottenere attenzione da parte loro e non indifferenti benefici. Perché?

Perché la storia è fantastica, lo strumento idoneo, perché forse i ragazzi non immaginano questo genere di proposta e perché la forma e la sostanza generano un effetto destabilizzante che apre la via al dibattito, e infine perché sviluppa utili collegamenti logici fra le parti del testo tramite le potenzialità della tecnologia. Provare e poi credere.

Il digitale di qualità di cui parliamo oggi è l’ebook La bella addormentata nel frigo di Damiano Malabaila, pseudonimo con cui Primo Levi ha pubblicato, per Einaudi nel 1966, la raccolta di 15 racconti dal titolo Storie Naturali.

Credo che vedere Primo Levi,anche attraverso questi suoi racconti, sia interessante per ritrovare l’uomo immenso che è stato, amarlo come testimone imprescindibile e doloroso dell’olocausto e anche come autore di fantascienza spiritoso, ironico, apparentemente frivolo, arguto, sempre delicato.

La trama di questo racconto ruota intorno a un tema che da scienziato lo aveva molto appassionato per le conseguenze, biomediche e morali (ipotetiche), che sollevava e comportava: l’ibernazione di un essere umano.

Primo Levi, con piglio disinvolto e divertito, affronta la questione andando dritto al punto. La giovinetta protagonista è di una ricca famiglia della Berlino del 2115, vanta 163 anni, 20 di vita vissuta e 143 di vita ibernata. Nessuno l’ha costretta, è stata lei a volerlo fare, libera e consapevole ha scelto di trascorrere un lungo “tempo sospeso” nel frigo e di essere scongelata solo in particolari occasioni e ricorrenze… quando esce dal frigo ci riserva il primo starnuto.

Il tema è estremo, moderno, trattato con grazia e spassoso, ma non poco doloroso nei passaggi in cui l’autore accosta l’ibernazione alla medicalizzazione, e affronta la questione della libertà personale, di una vita trascorsa fra congelamenti continui.

Il motivo per cui tengo a darne segnalazione a fini didattici (con l’invito a scaricarlo al più presto) è che questo ebook è frutto di un lavoro complesso e articolato sul testo a opera del Centro Internazionale di Studi Primo Levi e del Dipartimento di Studi Storici di Torino.

Gli studiosi di Levi hanno voluto dare al libro una struttura multimediale, fruibile a diversi livelli, con video, sonoro, informazioni aggiuntive. Dalle icone del menu si attivano contenuti supplementari e approfondimenti storico-politici e le Note Concettuali (i pallini colorati in alto) offrono collegamenti fra le categorie.

Un lavoro ipertestuale sulla lingua, sull’ironia, la scienza.

Tramite l’icona del microfono è possibile addirittura attivare il sonoro (che ci offre la versione radiofonica andata in onda nel 1961) mentre il testo si evidenzia in sincrono.

Quanto costa? È gratuita! È creata per iOS: basta collegare, tramite apposito cavo, l’iPad o l’iPhone alla LIM o farla scaricare a ragazzi sui loro personali dispositivi.

Si scarica qui: https://books.apple.com/it/book/la-bella-addormentata-nel-frigo/id1223283388?l=en

Crediti illustrazione copertina: Pentool.Knight

La competenza di scrittura: qualche considerazione empirica

in Approcci educativi by
Francesco Rocchi ci parla della competenza di scrittura e ci porta degli esempi dalla sua classe di secondaria superiore.

Nel lavoro di un docente di lettere delle superiori insegnare la competenza di scrittura è uno dei compiti più importanti, nonché uno dei più difficili.

Vorrei fare alcune considerazioni pratiche, nate dall’osservazione del lavoro dei miei studenti, sperando che possano offrire qualche spunto per orientare la didattica della scrittura. Oggi tendiamo a concepire lo scrivere come una competenza puramente trasversale. L’idea invalsa è che se sei abituato ad adoperare correttamente i connettori logici, la punteggiatura e il lessico, sei praticamente a cavallo in qualsiasi campo dello scibile.

Io vorrei mettere in discussione questo assunto. In effetti la concatenazione logica, la proprietà linguistica e la punteggiatura risultano spesso assai difficili ai miei studenti.

Nel corso degli anni, però, mi sono accorto che tali debolezze, a volte eclatanti, non compaiono sempre  nelle produzioni scritte dei miei studenti.

Gli stessi studenti che una volta scrivono un testo del tutto destrutturato, in altre occasioni sono in grado di produrre dei testi scorrevoli. Come è possibile?

La mia ipotesi è che la competenza della scrittura sia strettamente legata alla padronanza della materia trattata nel testo.

Tra i testi dei miei studenti, a essere poco leggibili sono soprattutto quelli che parlano di letteratura o di storia, mentre gli elaborati dedicati ad argomenti più personali o comunque meglio posseduti sono assai più validi.

Qui di seguito riporto in parallelo alcuni esempi di scrittura da parte di alcuni miei studenti, a scopo esemplificativo.

Nessuno dei due testi di questo studente è perfetto (tutt’altro), ma il secondo è decisamente superiore. Il primo è scarno e stentato, mentre il secondo, sia pure con dei difetti importanti, è un testo leggibile e strutturato.

Nel secondo ci sono anche sicuramente molte frasi fatte, ma questo non è un problema, quanto piuttosto la soluzione: diventando competenti di un argomento se ne interiorizza non solo il lessico, ma anche il frasario e l’espressività.

Ed è proprio per questo che nel primo testo si hanno espressioni faticosissime (come ai rr. 4-5), mentre il secondo è scorrevole.

Anche in questo caso, nessuno dei due testi è perfetto.

Ma il secondo, pur presentando diverse costruzioni e connessioni “a senso”, rimane comunque articolato, sensato, percorribile facilmente nonostante gli errori.

Il primo è molto stentato ed è basato su espressioni e concetti orecchiati in classe, ma non ancora interiorizzati.

Senza il lavoro di spiegazione preliminare in classe su “Corrispondenze”, probabilmente il primo testo non sarebbe stato scritto del tutto, mentre il secondo è del tutto autonomo e personale (fanno fede gli errori stessi…).

La padronanza della materia, dunque, sembra riverberarsi nella chiarezza espressiva. Inserisco un ulteriore esempio e poi passo alle conclusioni.

Questi è probabilmente il migliore dei tre studenti, ma le differenze tra i testi mi sembrano ugualmente notevoli.

Il primo testo è un centone di informazioni non ben possedute, il secondo è un testo quasi inappuntabile, a parte qualche piccola sbavatura.

Un tempo Catone avrebbe detto:

Rem tene, verba sequentur

Avere chiaramente contezza di ciò che si dice aiuta a dirlo meglio. Questo implica  due cose:

  1. nella nostra scuola si deve scrivere molto di più (lo si dovrebbe fare praticamente tutti i giorni)
  2. dobbiamo incrociare questo allenamento con un approfondimento ragionato delle conoscenze in ogni campo.

La ricerca pedagogica ha ampiamente riconosciuto l’importanza della “conoscenza” non solo come qualità, ma anche come quantità.

Le due cose non sono separate, e la scrittura può essere il perfetto crogiolo in cui fonderle. L’attività di apprendimento profondo richiede che uno studente non venga semplicemente “esposto” alla conoscenza, ma che egli la possa manipolare, categorizzare e rielaborare in termini personali.

In altre parole, è necessario che scriva, in ogni occasione.

Spero che gli esempi riportati, per quanto minimi, mostrino nei fatti questa sovrapposizione.

Credit foto: Fredrik Rubensson

Il Natale HA più voci: laboratorio di scrittura

in Approcci educativi/Attività in classe by
Cinzia Sorvillo ci racconta un laboratorio di scrittura creativa per una classe III della scuola media.

Parlando di scrittura creativa ci si domanda: come nasce un racconto polifonico? A volte in maniera casuale, inaspettata, non PROGRAMMATA; basta sapersi porre con spirito entusiasta  e costruttivo di fronte all’imprevedibile e all’inatteso che una classe e una lettura portano necessariamente con sé.

C’è stato un periodo in cui nella mia scuola abbiamo fatto i turni pomeridiani.  Il giorno in cui è questo racconto ha fatalmente preso vita erano le cinque del pomeriggio. Dalla finestra entrava il buio dei pomeriggi invernali e da lontano vedevamo accendersi le prime luci di case addobbate per il Natale.

Io e i miei alunni in quei giorni stavamo studiando il RACCONTO BREVE e insieme, sfogliano il nostro libro di antologia, ci siamo fermati sul celebre testo di Paul Auster, Il racconto di Natale di Auggie Wren.

Come noto, questo testo è un esempio di racconto nel racconto.

Protagonisti sono Paul Benjamin, il quale deve scrivere un racconto per il ‘New York Time’ e l’amico Auggie Wren, che si offre di raccontargli la miglior storia di Natale mai sentita. Una storia che da un lato mette in risalto l’intensa storia d’amicizia tra lo scrittore e il tabaccaio fotografo Auggie, dall’altro ci propone un racconto in cui prorompe la fatalità della vita, quella “musica del caso” che ritma in maniera inconfondibile le pagine di Auster.

In questo racconto nel racconto una coincidenza prende la forma di un incontro che trasforma la vita del protagonista: un incontro natalizio, casuale e inaspettato, che genera un cambiamento (in questo caso positivo).

Al termine della lettura, ho proposto così ai miei ragazzi di inventare una storia tutti insieme, partendo da un mio input e poi proseguendo la storia uno alla volta, a turno. Un laboratorio di scrittura creativa!

Ovviamente loro hanno accettato, come sempre, con entusiasmo. Il mio input è stato:

il protagonista è un maschio, è seduto al tavolo di un bar di un quartiere malfamato di New York e, per caso, incontra un altro ragazzo che gli cambierà il Natale.

I ragazzi hanno cominciato così a immaginare una storia.

 Io ho dato la parola in base a come si alzavano le mani e ho annotato su un quadernetto il racconto che stava venendo fuori. Purtroppo il suono della campanella ha interrotto la storia a metà, quindi ho proposto ai miei alunni di inventare dei finali singoli e di mandarmeli via mail.

È così che quindi, proprio perché ogni persona ha la sua voce e la sua storia, ognuno ha inventato il suo finale.

A me poi l’onere della selezione dei finali, che ho scelto solo in base a dei criteri di coesione e coerenza testuale e non di contenuto. Alla fine ho inserito il testo e alcuni finali sulla piattaforma gratuita SparkPage, che in questa classe ho insegnato a utilizzare per presentazioni di progetti e lavori di Storia.

Ne è uscita fuori una bella storia e nonostante i quattro finali proposti siano diversi, c’è un fil rouge che li accomuna. I ragazzi hanno immaginato:

  • una figura genitoriale che non ascolta la voce del figlio e la sua specificità altra da quello che l’adulto  vuole,
  • la solitudine del non essere ascoltati,
  •  la possibilità dell’incontro positivo, dell’incontro che offre una possibilità di cambiamento. 

Nella speranza che ognuno possa aprire e non chiudere lo sguardo agli incontri, auguro a tutti buon Natale con “Un incontro di Natale a New York”.

Mediare obiettivi trasversali in classe

in Approcci educativi by
Mediare obiettivi trasversali in classe: capire cosa è davvero importante per la classe e mediare la lezione

Classe. Insieme di individui finiti insieme per caso con l’obiettivo di imparare cose nuove.

Classe. Insieme di individui che condividono spazi e tempo insieme con l’obiettivo di formare un gruppo.

Classe. Insieme troppo numeroso e chiassoso di individui a cui si deve insegnare qualcosa.

Classe. Insieme di individui, fra cui ci sono anche io insegnante ed educatore, che condividono obiettivi, spazi, tempi, risate, lacrime, pezzi di vita e che ha come obiettivo quello di non lasciare indietro nessuno e di creare in ognuno uno buon ricordo ( e qualche aneddoto) di questo periodo insieme.

Voi quale definizione preferite? Il dottor Feuerstein credo preferirebbe l’ultima…

In tutti gli articoli precedenti abbiamo cercato di declinare questo metodo educativo all’interno della didattica in senso stretto, ma sappiamo che insegnare è molto di più. È percepire l’intera classe come gruppo facendo attenzione ai singoli e alle relazioni fra loro, osservando le debolezze e le potenzialità di ognuno.

Sicuramente è un lavoro molto difficile e la cosa più difficile in assoluto è: definire la priorità! Qual è la priorità della mia classe? Non la mia, ma della mia classe. Come faccio a tenere insieme tutte queste informazioni sulle materie, sui ragazzi, sulle loro famiglie e su di me come insegnante?

Questo è un livello di complessità molto alto e fa parte in piena regola di uno dei processi mentali che Feuerstein introduce nel suo metodo; diversamente dai criteri della mediazione che riguardano il rapporto fra le persone (mediatore e bambino/ragazzo) i processi mentali analizzano le strategie che si mettono in pratica durante un compito.

Prima di trovare la nostra priorità in una classe, cerchiamo allora di coglierne  la complessità e cercare di analizzarla in modo analitico, ipotizzare soluzioni, e scegliere la via educativa migliore per quella classe in quel momento.

Sembrano banalità, ma quante volte ci si fa prendere dalla routine e dal caldo braccio accogliente del “ho sempre fatto così”?

Occorre mediare ogni singola lezione, il materiale può anche essere il solito di sempre, ma lo sguardo, le parole, l’obiettivo di ogni lezione deve cambiare costantemente.

Questa estate ho tenuto un corso sul metodo di studio con un gruppo di ragazzi che si apprestavano a iniziare la scuola media. Lavoriamo molto sui processi mentali che stanno dietro a una programmazione dei compiti e usiamo delle schede che ci aiutano a rendere concreto quei processi. Qualche mese dopo vedo la sorella universitaria, di uno dei ragazzi. Prendiamo la stessa scheda utilizzata per il fratello, ma la mia mediazione era totalmente diversa, lei mi guarda e dice: “Ma sai che credevo che queste fossero solo cose da bambini? Invece io mi sono davvero sentita aiutata!”.

Lo strumento è un mezzo…nulla di più.

Classe: insieme di persone con cervello, sentimenti, strumenti ed abilità proprie capaci di essere straordinari nella loro complessità.

La Scuola come cura e antidoto alla chiusura in se stessi

in Approcci educativi/Tavola Rotonda by
Cinzia Sorvillo ci accompagna in un viaggio alla scoperta della scuola, come antidoto all’iperconnessione e alla solitudine.

Vorrei partire da un bellissimo monologo scritto e interpretato da Lino Guanciale qualche giorno fa alla trasmissione Stati Generali della Dandini, sui ragazzi a scuola.

Il testo si apre con un’immagine, una visione, quella con cui noi adulti dipingiamo molto spesso i nostri ragazzi.

Li avete visti i ragazzi di oggi? I ragazzi che fanno le superiori, quelli delle medie? I bambini delle elementari pure.

Sono tutti sciatti, svogliati, sempre distratti, sembra sempre che non abbiano voglia di fare niente.

C’hanno sempre gli occhi su questi telefonini, le cuffiette alle orecchie, sembrano insensibili a tutto quello che gli sta attorno.

Per molti adulti e docenti, gli adolescenti di oggi appaiono proprio così. Se dovessi usare un’immagine, molto probabilmente la disegnerei anche io così. Una testa china su uno smartphone nello spazio chiuso delle pareti della propria stanzetta e immersa in un cyberspazio in cui si coltiva l’illusione di essere in un mondo pieno di contatti, ma in cui, in realtà, il contatto non c’è. Quanti camminano per strada con gli smartphone, mangiano una pizza ognuno col suo smartphone, giocano, ma ognuno col suo smartphone?! Ragazzi chiusi, immersi in una rete digitale che non consente relazioni se non attraverso il filtro dello schermo.

Ma questa non è la stessa immagine con cui potremmo rappresentare anche il mondo degli adulti? Genitori sempre piegati nello spazio virtuale della rete e conversazioni che si dispiegano nell’etere con la veemenza e l’ardimento di chi si sente potente perché protetto da uno schermo, potente perché non deve reggere lo sguardo dell’altro, l’incontro tra occhi e corpi, potente perché ha il tempo  di progettare risposte, pensieri e non rischia l’inciampo dell’errore, del non saper cosa dire.

Dietro uno schermo ci si sente potenti perché non si corre il rischio del confronto immediato, della domanda e soprattutto dell’imprevedibilità che ogni incontro reale e simmetrico nel tempo e nello spazio porta necessariamente con sé.

Siamo soli, ma con l’illusione di essere iperconnessi.

Nel suo nuovo libro “Le nuove melanconie. Destini del desiderio nel tempo ipermoderno“, Massimo Recalcati dimostra come i dati clinici oggi facciano emergere “nuove malattie psichiche, soprattutto tra le nuove generazioni, che condividono la caratteristica del ritiro, della introversione libidica, della sconnessione dai legami, del ripiegamento depressivo, della fobia sociale. […] Queste forme attuali del disagio contemporaneo sono ‘nuove melanconie’. Si tratta di una sofferenza che ha come tratto fondamentale il dominio della pulsione securitaria su quella erotica, della chiusura sull’apertura, della difesa sullo scambio. Una melanconia senza senso di colpa, senza delirio morale, senza autoflagellazione del soggetto sotto i colpi di una legge spietata; una nuova melanconia che suffraga la spinta della vita ad uscire dalla vita, a rifiutare la contaminazione inevitabile e necessaria della vita”.

Eppure esiste uno spazio, un luogo in cui, nonostante tutto, accadono continuamente incontri reali, uno spazio in cui nonostante gli edifici ormai troppo spesso fatiscenti e nonostante la volontà politica e sociale di distruggerne l’essenza, bambini, giovani, adulti, mamme, papà e anche nonni si incontrano con i loro corpi, i loro volti e le loro geografie.

Questo luogo è la scuola.

La condizione dell’essere studente peraltro attraversa e ha attraversato tutti. Tutti siamo stati in un passato recente o lontano degli studenti e tutti i cittadini di realtà che possano definirsi civili passano attraverso la scuola. Come l’essere figlio è una condizione che appartiene a tutti gli uomini, così quella dell’essere studente segna la vita di tutti e lascia segni che si incuneano sulla nostra pelle, definendone alcuni tratti che diventano parte di noi.

La scuola è quindi un segmento di vita fondamentale. Il luogo in cui avvengono i primi incontri con il mondo esterno alla famiglia, dove la lingua non è più quella intima della nostra casa e della nostra mamma, ma quella ‘straniera’ dell’Altro.

Alla luce di tutto questo, potremmo dunque considerare la scuola come antidoto alla chiusura e alla gabbia della rete?

Sì, ma solo se la scuola continuerà ad essere lo spazio in cui si potrà continuare a mantenere viva e centrale la fiamma dell’ora di lezione (vd. M.Recalcati, “L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento”).

Chi lavora nella scuola, sa quanto oggi l’ora di lezione sia diventata accessoria rispetto a tutto il resto. Scuola azienda e scuola delle competenze (per competenze io non intendo il senso originario e autentico di questa parola che porta in sé un significato splendido, ossia quello di andare insieme, far convergere in un medesimo punto, mirare ad un obiettivo comune, nonché finire insieme, incontrarsi, corrispondere, coincidere e gareggiare insieme, ma quella volontà a volte maniacale di tassonomizzare, quantificare, esplicitare, inglesizzare e imbrigliare in codici e griglie tutto quanto concerne la didattica, persino le ore. Ma anche scuola dell’efficienza e non dell’efficacia, scuola progettificio, scuola immagine e marketing, scuola delle responsabilità amministrative, scuola-documento, scuola delle skills, scuola dello psicologismo patologizzante, insomma, scuola che assomiglia sempre più ad un incubo kafkiano.

Oggi la scuola sembra sempre più assomigliare a un grande ufficio amministrativo che al luogo in cui si incontrano tra loro generazioni e in cui gli studenti incontrano un insegnante che porta con sé e testimonia quella che dovrebbe essere la sua passione.

Eppure i veri miracoli ancora accadono dentro l’aula e accadono proprio quando si chiude la porta e si comincia a fare lezione.

Quando un docente racconta e gli alunni riescono a entrare in quel racconto, quando un alunno si ‘confronta’ col docente e con i suoi compagni, quando si imbastiscono opinioni mediante un dibattito basato sull’ascolto, sulla parola e sulla mediazione dell’insegnante e non nella forma autistica e autoreferenziale del web in cui si vomitano sentenze tout court, quando a scuola un alunno scopre, attraverso la parola del docente, il caleidoscopio multiforme ma ordinato dell’oltretomba dantesco, o la poesia che emana Amore e Psiche di Canova, o la semplicità della legge gravitazionale di Newton, o la magia della genetica, o il mistero dell’universo finito ma dell’espansione infinita; quando un alunno scopre le lettere e i numeri,  impara a leggere da solo e a contare, quando entra nelle pieghe più nascoste e insidiose di un teorema o del pensiero di Kant; ecco, quando accade tutto questo, accade un miracolo e la scuola diventa una cura e un antidoto alla chiusura.

Un miracolo che si dispiega senza spettacolarizzazioni, senza foto, senza marketing e senza il bisogno di griglie e codici che quantifichino e imburocratizzino la lezione, ma solo attraverso due elementi:

  1.  Una profonda conoscenza di ciò di cui si parla
  2. Amore verso ciò di cui si parla.

Questo miracolo tende a far affiorare il desiderio di sapere e la voglia di confrontarsi con i propri compagni, coi docenti e, spesso, anche con i genitori, e non la voglia di chiudersi solo ed esclusivamente nell’autismo del web.

La scuola però purtroppo oggi bada sempre meno a questo aspetto e – in nome di un’innovazione che esecra la lezione classica, la spiegazione, il contenuto e soprattutto la figura del docente come volano di una testimonianza di desiderio – talvolta uccide anche gli insegnanti migliori e spegne anche i fuochi più accesi.

Questo per me però non significa che la scuola del nuovo millennio debba chiudersi alle novità digitali, sarebbe un atteggiamento antistorico e sterilmente nostalgico, tuttavia penso anche che questo mondo nuovo, dentro la scuola, debba essere l’accessorio, lo strumento, il mezzo per meglio amplificare la parola, non deve essere il ‘fine’ della lezione o sostituire la ‘parola’.  

Un giorno, una dirigente che teneva un corso di formazione ai docenti sulla didattica ‘innovativa’, disse che, essendoci nel cellulare già tutto, la voce del docente doveva ‘eclissarsi’ in nome di una didattica del ‘fare’ che permettesse ai ragazzi di risolvere problemi direttamente e senza passare attraverso la parola del docente che spiega, perché per i ragazzi di oggi, il docente che spiega, non è altro che una specie di mummia che fa annoiare e addormentare.

Se è vero che oggi non si può più pensare alla scuola come il luogo dove si trova depositato un sapere che viene travasato dal docente nella testa vuota di un alunno, proprio perché quel sapere oggi circola e sta già tutto dentro al cellulare, è anche vero però che nessun dispositivo potrà mai avere più effetto trasformativo della parola di un docente che conosce la sua disciplina, che non smette mai di studiare e che ama quel sapere, facendotelo toccare e sentire con il suo amore.

Senza quel passaggio, come si può pensare che i nostri ragazzi si orientino nell’oceano del web, che comprendano una pagina di wikipedia o di studenti.it, che sappiano destreggiarsi tra un sito attendibile e uno non attendibile, e che non incappino nelle teorie revisioniste o addirittura negazioniste?

La scuola può diventare un antidoto al mondo solipsistico delle nuove ‘melancolie’ e alla rigidità del pensiero, se sa far ‘incontrare’ persone e sa far incontrare ‘desideri’.

Io vorrei una scuola (soprattutto quelle di periferia, del Nord come del Sud dove, oltre agli spersonalizzanti centri commerciali, non ci sono spazi e punti di aggregazione) dove il docente possa realizzare ore di lezione con i propri alunni, ma anche con altri alunni dell’istituto in base alle sue discipline. Immagino una scuola con docenti che possano realizzare ore di lezione con i genitori per far conoscere Dante o il pensiero di Einstein,  immagino una scuola in cui l’incontro reale  tra docenti e allievi, adulti e bambini, possa essere il cuore acceso e pulsante di tutto questo grande ‘dispositivo’, tanto vituperato ma così essenziale per la vita di tutti noi.

Credits illustrazione: Agnese Innocente da “Scilla e il telefonino” Librì Progetti Educativi, collana Collilunghi.

Cosa significa educare alla lettura in una scuola secondaria?

in Approcci educativi/Spunti di lettura by
L’educazione alla lettura non è materia curricolare, ma è essenziale per la crescita intellettiva ed estetica dei discenti a tutte le età.

In un paese dove l’educazione alla lettura non è materia curricolare, quindi affidata alla passione di docenti, educatori, maestre e i finanziamenti dedicati ai progetti per l’infanzia si fermano alla fascia 0-3 escludendo di fatto, anche se sulla carta così non sarebbe, tutta la fascia prescolare cosa significa quindi educare alla lettura in una scuola secondaria?

Questa è la domanda che abbiamo rivolto a Giorgia Atzeni, docente, artista, illustratrice. E queste sono le sue riflessioni.

Intanto significa svelare mondi. Ovvero alleggerire il peso della crescita in fase adolescenziale.

Chi scopre l’esercizio della lettura non si annoia mai.

In primo luogo l’educazione alla lettura è arricchimento lessicale, dunque ampliamento degli orizzonti espressivi. In seconda battuta offre ai ragazzi una valida alternativa all’apatia e al senso di isolamento proposto oggi dalle nuove forme di intrattenimento virtuali.

Osservando i comportamenti dei bambini e ragazzi impegnati in tutte le classi di ordine e grado (avendo operato come docente sin da giovanissima passando con soluzione di continuità, nel giro di vent’anni, dal nido alle aule universitarie) ho potuto appurare quanto l’educazione alla lettura sia essenziale per la crescita intellettiva ed estetica dei discenti a tutte le età.

Il passaggio dalla primaria alla secondaria di primo grado non è facile per gli studenti. Improvvisamente catapultati in un sistema più complesso rispetto a quello affrontato nei cinque anni precedenti. Gli alunni devono confrontarsi coi nuovi compagni, con i numerosi insegnanti che incarnano le materie di studio. Il carico di lavoro per loro aumenta quanto lo stress e l’ansia da prestazione.

Sotto il profilo dell’amore per la lettura è facile trovarsi di fronte a gruppi di ragazzi eterogenei. Alcuni che sono già avvezzi alla parola scritta. Altri che non hanno mai ricevuto gli stimoli adeguati e son più diffidenti. Il libro è ancora una passione per pochi ma può diventare interesse per molti.

Nulla è perduto! Ritengo che nella scuola secondaria sia ancora possibile creare una nuova tribù di lettori anzitutto recuperando chi, per tanti motivi, è rimasto indietro e non ha avuto possibilità di assaggiare brani di letteratura.

Il segreto è diventare amici dei libri: toccarli, annusarli, sfogliarli, conoscerli. Incontrare i libri interessanti per contenuto e forma è un buon modo per educare al bello, per imparare divertendosi.

Questo affetto deve nascere piano piano, senza imposizioni. E ciò accade quando l’insegnante trova la chiave giusta per chiamare dentro le pagine tutti. I curiosi, gli iper stimolati, gli irrequieti, quelli che non hanno mai avuto un bel volume sotto mano o non hanno mai ascoltato le fiabe dalla voce dei genitori nell’infanzia.

Ho incontrato bimbi e ragazzi problematici, stanchi, irrequieti ma mai disinteressati o insensibili alla visione di albi illustrati di qualità vivacizzati dal suono delle parole in essi contenute.

Io avvio questo lento processo con la lettura a voce alta. Una pratica efficace, divertente e stimolante, con ricadute benefiche in tutte le fasi del percorso formativo.

Credits foto: https://www.artribune.com/



Arte e immagine a scuola: risvegliare creatività e curiosità

in Approcci educativi by
Claudia Ferraroli, pedagogista clinica, insegnante, autrice di libri e giochi per l’infanzia, ci racconta la sua esperienza in classe con le ore di arte e immagine.

Le ore dedicate ad arte ed immagine sono forse quelle maggiormente bistrattate dell’intero orario scolastico. Se non sono sostenute da una forte passione dell’insegnante finiscono per essere utilizzate per i cosiddetti lavoretti o per creare decorazioni a tema.

Nella peggiore delle ipotesi vengono assorbite da altre materie ritenute più importanti, tipo italiano. Il materiale a disposizione dell’insegnante e prodotto dai grandi editori della scolastica non aiuta di certo, soprattutto per i primi anni della scuola primaria.

Quest’anno ho deciso di impiegare le ore di arte ed immagine in una classe prima, per avvicinare i bambini ai grandi pittori moderni e contemporanei. Alle loro vite e opere, portando così gli alunni a guardare con i loro occhi pieni di stupore, meraviglia, curiosità e senza ancora troppe sovrastrutture.

Il programma ministeriale chiede che i bambini in prima apprendano i colori primari, secondari e terziari, nonché l’utilizzo dei principali mezzi. Perciò quale sistema migliore per arrivare al colore e al suo utilizzo se non attraverso quegli artisti che hanno fatto del colore la loro vita?

Ho iniziato da Vincent Van Gogh.

Per presentare questo pittore credo sia perfetta l’espressione di un mio piccolo alunno: “Ah! Quanto amava il giallo Vincent!”.Ho raccontato la vita del pittore come fosse una fiaba, non senza particolari macabri che ai bambini piacciono tanto. Abbiamo poi guardato e commentato liberamente le sue principali opere alla Lim, notando l’uso e la stesura del colore. Ho trovato sulla rete una serie di cartoni animati, trasmessi da Rai YoYo, proprio per avvicinare i bambini all’arte. Due personaggi che viaggiano nel tempo e hanno modo di incontrare Van Gogh e di seguirlo fino alla sua famosa cameretta. Il pittore mostra loro la sua tecnica e i protagonisti riproducono la tecnica acquisita nel loro atelier.

In classe infine ci cimentiamo con i “Girasoli”, “La Notte stellata” e la “Cameretta” di Van Gogh, usando pastelli, pennarelli, pastelli a cera, tempera. Ho trovato anche degli eccellenti albi illustrati sul pittore che guardiamo in classe. Una mamma mi ha riferito che il proprio figlio seienne ha riconosciuto due opere di Van Gogh nelle stampe appese all’interno di un bar, lasciando tutti gli astanti a bocca aperta. Che grande soddisfazione!

Siamo passati poi a Picasso.

Anche qui racconto della vita, visione delle opere alla Lim e cartone animato. In questo caso abbiamo usato i cubi logici, rendendo l’arte interdisciplinare, e abbiamo provato a comporre opere cubiste in gruppo. I cubi logici ci sono serviti poi per riprodurre le forme su cartoncino con i tre colori primari.

Andando a fare un lavoro di sagomatura e ritaglio molto utile per lo sviluppo della motricità fine, e con queste, creare delle opere cubiste su ispirazione picassiana.

Infine ho presentato “Guernica”, raccontando gli antefatti che hanno portato il pittore a dipingere questa enorme tela. Fotocopiata l’immagine dell’opera ne ho data una ciascuno e fatto scegliere uno degli elementi presenti, che dovevano riprodurre. Inevitabili commenti ed emozioni legate alle immagini. Ne è nato un collage comune su fondo nero che abbiamo appeso in bella mostra.

Altri pittori finora affrontati sono Kandisky e la sua pittura della musica attraverso le forme geometriche e i colori primari (abbiamo dipinto ascoltando il “Bolero” di Ravel e la “Carmen” di Bizet). Salvador Dalì con  i sogni surrealisti e gli orologi molli che abbiamo riprodotto con la creta.

Ma quello che ha forse maggiormente colpito il loro immaginario è stato Jackson Pollock.

Complice anche questo bellissimo video. Abbiamo cercato di riprodurre la tecnica attraverso dei vasetti di yogurt svuotati e bucati sul fondo, da cui la tempera mista ad acqua viene fatta sgocciolare su una grande cartoncino.

Per questo e altri lavori si è unito a noi anche un ragazzo disabile, che si muove solo con la carrozzina e la sua educatrice, dimostrando che l’arte è fortemente inclusiva. L’ora di arte ed immagine è un’ottima occasione per imparare a leggere le immagini, ascoltare storie, comprenderne la successione e collocarle nel tempo.

E ancora lavorare sulla percezione e l’orientamento spaziale, rafforzare la memoria visiva, esprimere le proprie emozioni, gestire le forme geometriche che sono alla base del disegno. Ma soprattutto rimane un momento magico ed importante per risvegliare creatività, talento, curiosità, stupore, gioia e passione. Ingredienti che non dovrebbero mai mancare in un bambino che si approccia alla scuola.

Grazie all’arte impariamo a guardare meglio, più da vicino e da prospettive diverse, facendoci domande. Picasso sosteneva inoltre che “l’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni”.

Compiti di realtà o semplicemente realtà?

in Approcci educativi/Tavola Rotonda by
Dal blog di Enrica Ena una riflessione sui compiti di realtà. Perché simularla, quando si può usare quella vera, in linea con le Indicazioni Nazionali?

Compiti di realtà o semplicemente realtà? … Perché simulare la realtà? Niente ha il valore della realtà stessa. E, oggi, gli apprendimenti informali e non formali sono tali che il nostro compito dovrebbe essere quello di fare indossare “gli occhiali giusti” per guardare ciò che conta.

Per mettere a fuoco, dare ordine, valorizzare tutte le opportunità. Perché i nostri studenti possano ripescare ciò che sanno e farne uso per affrontare le diverse situazioni, senza paura di spingerli un po’ più in là, oltre i saperi già affrontati.

Mi spaventa l’attesa, il fatto che certe proposte debbano trovare spazio alla fine (conoscenza, abilità, competenza?). Credo di più nell’abitudine a interrogarsi, a mettersi in movimento e nella nostra capacità di “perturbare” senza timore. La differenza, io credo, la faccia la nostra intenzionalità, l’ordinarietà e il nostro impegno a lavorare sulla nostra difficoltà di “liberare”. Ossia di dare ai nostri alunni il tempo perché facciano davvero da soli, garantendo il confronto con i compagni. Senza sostituirci mai.

L’errore è davvero una risorsa

L’errore è davvero una risorsa e bisogna lasciare che lo si commetta per poi, come in questo caso, dare spazio alla condivisione dei ragionamenti che, alla fine, ci occuperemo di smontare e rimontare con loro. Certo, bisogna scegliere.

L’esercizio “ripetitivo” tranquillizza di più tutti, ma sottrae il tempo per dedicarsi a tutto questo. Eppure, tendiamo a trattenerci in certe pratiche, pur sapendo bene –  per stare nell’esempio riportato – che, se modifichiamo anche uno solo degli elementi, o apportiamo una novità, si crolla…

Il post completo:http://enricaena.blogspot.com/2019/10/compiti-di-realta-o-semplicemente-realta.html
Il blog di Enrica Ena: https://enricaena.blogspot.com

Credits fotografia: TwoPointsCouture

Per formare lettori, riempiamo le classi di libri!

in Approcci educativi/Spunti di lettura by
Matteo Biagi, docente di lettere e allenatore di lettura, ci spiega perché è molto importante avere una buona biblioteca di libri in classe

La biblioteca di classe è un pilastro del laboratorio di lettura. Trascorrere del tempo di qualità circondati dai libri è, per gli studenti, occasione di crescita costante, per molti motivi. Innanzitutto di ordine pratico: la biblioteca di classe è accessibile quotidianamente. La biblioteca scolastica, ammesso che sia presente e aggiornata, lo è soltanto in orari prestabiliti.

Questo comporta il vantaggio che gli studenti abbiano l’opportunità di leggere in ogni momento “non strutturato” della vita scolastica. Nelle classi che sperimentano il laboratorio di lettura non è inusuale vedere studenti che prendono una graphic novel al termine di una verifica di matematica. Oppure che trascorrono le ore di supplenza in compagnia dei loro autori preferiti. Il vantaggio della biblioteca di classe è anche teorico: trasmette il messaggio che in quella classe si considerano i libri e la lettura un valore.

Certo, la biblioteca di classe deve avere alcune caratteristiche per essere davvero efficace.

Dovrebbe innanzitutto contenere un numero adeguato di volumi, per consentire possibilità di scelta a tutti. Difficile quantificare il “numero adeguato”: adottando il numero degli alunni come unità di misura, si può affermare che si parte dai due volumi per alunno fino ad arrivare a cifre superiori. Dovrebbe essere sufficientemente variegata, per generi, temi, livello di complessità. Contenere graphic novel, albi illustrati, libri di divulgazione, riviste. Soprattutto dovrebbe essere costituita da materiale che l’insegnante conosce bene.

Il libro presentato con passione, con la scintilla negli occhi, leggendone un passo che ci siamo sottolineati perché efficace e suggestivo, circolerà tra gli studenti molto di più del volume messo in biblioteca.

Nei corsi di formazione, a questo punto, si alza quasi sempre una mano a chiedere: “Dove si trovano i libri per la biblioteca di classe?”.

Si chiede a ogni ragazzo di portarne uno, oppure si chiede una cifra alle famiglie che magari hanno risparmiato sull’adozione del libro di narrativa o (addirittura) dell’antologia, si aderisce a progetti come “Il giralibro” o “ioleggoperché”, si concorda un prestito di classe con la biblioteca comunale…

Questa è senza dubbio la risposta più diplomatica, ma non è la più vera. Perché a parer mio non si può prescindere dal materiale proprio, dai propri libri. E non per una questione di numero, ma anche di relazione. Ogni insegnante sa quanto l’apprendimento passi attraverso di essa.

Se mi porti i tuoi libri, se compri libri per me, significa che io sono importante per te.

Credits foto: @nate bolt

Come capire cosa davvero i nostri alunni conoscono già?

in Approcci educativi by
I pre-requisiti di apprendimento: cosa si può dare per scontato e come fare a capire ciò che davvero l’alunno conosce già.

Mediare i pre-requisiti di apprendimento: una delle cose più difficili dell’insegnare e dell’educare è capire cosa realmente conosce o non conosce l’alunno; cosa ancora più difficile è mettersi al livello della persona che si ha davanti e diventare mediatore di quel che spesso si dà per scontato. In questo articolo voglio parlare dei pre-requisiti che occorrono per imparare, al di là della scuola e delle materie; perché la capacità di apprendere è parte integrante della vita!

Se potessi chiedere a ognuno di voi di dirmi tre cose che servono per imparare, credo che in tanti darebbero risposte che sono esterne alla persona (strumenti, insegnanti, oggetti…). Vi propongo di soffermarvi su tre potenzialità della persona, che sono già dentro a ognuno di noi: capacità di adattamento, modificabilità e autonomia.

Capacità di adattamento

Quanto è importante scoprire quanto i nostri educandi riescano ad adattarsi al contesto in cui si trovano o al compito che viene loro affidato? Adattarsi rende le persone più presenti a se stessi e alle loro capacità. Male rende anche più consapevoli dei loro difetti e questo li rende più attenti a trovare ciò che occorre per superare quella situazione.

Modificabilità

Noi per primi, educatori, adulti, insegnanti, ci sentiamo spesso arrivati e immodificabili, diciamo che non possiamo cambiare perché ormai siamo “fatti così”. Ma quale speranza ed esempio possiamo dare ai nostri giovani sull’importanza del cambiamento?

I nostri bambini e ragazzi devono avere la certezza di poter cambiare, di poter modificare il loro comportamento e linguaggio, le loro scelte e il loro futuro.

Autonomia

Tutte le scuole, le ricerche psicologiche e pedagogiche ne parlano, ma noi sappiamo davvero far accrescere nell’altro il senso di autonomia? Abbiamo davvero interiorizzato il significato di “godere della propria autonomia”? Il termine godere sta proprio a significare l’importanza che ha, per il singolo, l’essere felice nel poter scegliere da solo ciò che è meglio. E questo sta alla base della comprensione di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Mediare queste capacità passa attraverso l’uso delle parole giuste. Quelle che infondono coraggio all’altro, che spingono l’altro a fare meglio, a usare al meglio le proprie capacità. Ma sono anche quelle che spingono ad accettare le proprie difficoltà, e a cercare di migliorare e migliorarsi.
I nostri comportamenti, il nostro linguaggio del corpo, la cura del luogo in cui si accoglie l’altro, è già mediazione dei requisiti che stanno alla base di ogni singolo apprendimento.

Mediare queste basi dell’apprendimento significa prendersi il tempo di poter guardare a fondo l’altro e attendere che, piano piano, apra le sue porte e ci dia il giusto “mazzo di chiavi” per aiutarlo in questa personale scoperta.

Crediti fotografia Muhammed-Faread

Testo espositivo e WRW: il manuale di storia lo creano gli studenti

in Approcci educativi/Fra cattedra e finestra by
Sabina Minuto da tre anni usa il metodo WRW anche in storia e fa costruire ai ragazzi un testo (personale) che sostituisce il manuale.

Come faccio a lavorare al testo espositivo con il metodo WRW? È abbastanza difficile in effetti. La parte facile è l’autobiografico. Lí, fra attivatori, testi mentore e albi illustrati, diciamo che te la cavi in modo più facile. Ma non è tutto: io devo affrontare il testo espositivo e dare le basi per la futura traccia d’esame. Non mi è mai piaciuta l’impostazione tradizionale data a questo testo dalle antologie e ho sempre pensato che ci fossero modi più “autentici” per scrivere un buon espositivo.

In effetti ho studiato sia sui maestri americani che trattano la non fiction in modo meno asettico, sia su alcuni manuali di scrittura, sia osservando me stessa come scrittrice e come lettrice. Ed è così che ho trovato e sperimentato quello che mi sembra funzioni. Fra i testi in inglese questo credo sia il più semplice: Georgia Heard, Finding the Heart of Nonfiction: Teaching 7 Essential Craft Tools With Mentor Texts (Heinemann). Un testo agevole, ricco di idee che mi hanno convinto. Scrivo ora in ordine sparso le idee che ho sperimentato in questi 5 anni alle superiori.

L’espositivo in storia
Poiché in realtà esporre ha come fine dare informazioni al lettore è da circa tre anni che lo uso per far costruire ai ragazzi un testo sulle informazioni di storia che hanno acquisito. In questo modo ottengo una doppia valutazione di storia e di italiano. Non abbiamo libro. Partiamo solo da fonti iconografiche, presentazioni mie, filmati alla LIM e tante letture in cui applicano lo schema a Y ( domande, connessioni , fatti – che sostituiscono le impressioni). Come letture attingo da documenti storici o più facilmente dalla storia narrata come quella di “Breve storia del mondo” di Enrich Gombrich (Salani) oppure “La storia del mondo in 100 oggetti” di Neil MacGregor (Adelphi). Anche in storia lo schema a Y è veramente uno strumento potente di pensiero. Sempre. I ragazzi, poi, ad ogni paragrafo incollano immagini che abbiamo usato (se vogliono) e ne fanno una didascalia che non è affatto un banale compito. In pratica costruiscono un loro particolare testo di storia con i loro appunti, la loro rielaborazione personale e i loro particolari processi di scrittura. In storia ovviamente l’espositivo perde l’idea della libertà dello scrittore. Cioè sono io, come docente, che decido il periodo o l’argomento. E come saprete la scelta di chi scrive è un caposaldo del metodo WRW. Per ovviare a questo, sperimento ad esempio l’ espositivo su un personaggio a scelta dei ragazzi. Questo mi permette di lavorare con il WRW classico: attivatori, prescrittura, minilesson, stesura bozze, consegna cioè pubblicazione.

Ho usato come attivatore l’albo “Il suo piede destro” di David Eggers (Mondadori) che contiene una lunga parte espositiva sulla storia della statua della libertà ma nel contempo mostra come si possa esporre ed argomentare anche narrando aneddoti e rendendo più vivo il testo. Ho poi proposto testi mentore da mappare: uno sul premio Nobel per la pace 2019 Abiy Ahmed Ali e uno sul calciatore Sadio Manè. Smontandoli abbiamo individuato alcune tecniche di scrittura importanti e le abbiamo mappate. Cosa si intende? Come ho imparato dai maestri americani si può proporre agli studenti di elaborare una leggenda con simboli particolari per segnalare le tecniche usate dopo averle riconosciute. Nel frattempo ognuno ha scelto il suo personaggio, quello su cui aveva piacere di scrivere. A questo punto ho introdotto la tabella KWL: ossia Know What Learn. È una ottima opera di prescrittura per mettere a punto le idee su cui lavorare. I ragazzi hanno compilato in classe la prima colonna e poi si sono fatti domande per arrivare a completare anche la seconda. Cosa so? Cosa invece mi manca e vorrei sapere? A questo punto entra in gioco il cellulare. Lo devono usare per la terza colonna in modo da reperire tutte le informazioni che vogliono imparare sul loro personaggio. Possono anche consultare alcuni testi espositivi facili che ho in biblioteca e ho comperato negli anni (specie sui campioni dello sport o su personaggi come Mandela o Martin Luther King).

Io nel frattempo ho scritto il mio testo espositivo mentore: ho fatto metacognizione sul mio modo di scrivere e impostato alcune minilesson fondamentali.

Eccone alcune:
● Come iniziare? Tre incipit presi da testi mentore diversi. In uno ho insistito molto sugli aneddoti personali della vita del personaggio scelti ovviamente ad hoc in modo da rendere più brillante il testo.
● Come strutturare i paragrafi: minilesson da Jennifer Serravallo sul paragrafo tradizionale (tecnica scatola/ proiettili) e sul paragrafo costruito sui contrasti (perché a me piace molto).
● Come fare una buona chiusura: ho preso idee da me stessa come scrittrice e dal testo di W. Zinsser “ Scrivere bene” (Dino Audino editore 2008 ), una vera bibbia per gli scrittori.
● Ogni testo espositivo deve avere un focus cioè deve attirare il lettore per cui chi scrive deve trovare per cosí dire un buon filo conduttore. Trovare un focus per il proprio testo è attività complessa. Aiuta anche a collegare bene i paragrafi fra loro per tenere unita la struttura.Ci dobbiamo chiedere: cosa voglio che rimanga al lettore di questo argomento? E su quello lavorare.
● Faró di nuovo anche la minilesson indispensabile sui titoli perché li aiuta a lavorare anche in vista della maturità. Le parole chiave saranno anche il modo per rivedere il focus e correggere eventualmente il tiro.

A questo punto siamo alle bozze. Mi pare che i ragazzi stiano lavorando bene. Prima della consegna finale daró loro una check list di controllo per vedere che nel testo ci sia tutto quanto richiesto dalla griglia di valutazione concordata con loro in fase iniziale. Tutto per ora funziona. Il lavoro avviato pare procedere. Ho specificato che non voglio testi banali ma “avvincenti come romanzi e pieni come enciclopedie.” Vedremo i risultati. Io sono fiduciosa

Credits immagine: illustrazione di David Eggers da “Il suo piede destro”, Mondadori ragazzi

Come si mediano i comportamenti tra curiosità e complessità del reale?

in Approcci educativi by
Serena Neri ci guida a scoprire il criterio di mediazione dei comportamenti del Metodo Feuerstein. Madrina d’eccezione: Pippi Calzelunghe!

A voi piace Pippi Calzelunghe? Da adulta mi infastidisce moltissimo, perché è stramba, senza regole, irriverente ma sono molti i bambini che la adorano (e non solo i bambini). E se ci pensiamo, tutti passano il momento in cui vogliono vedere Pippi e fare come Pippi proprio per il suo essere così strana. In effetti ad essere considerati strani sono soprattutto i suoi comportamenti: ecco la questione, spesso facciamo questo errore, sovrapponiamo la persona ai suoi comportamenti, la identifichiamo con essi, e questo ci indica quanto si importante osservarli, comprenderli e mediarli.

Feuerstein applica sui comportamenti il seguente criterio di mediazione: la mediazione del comportamento di sfida, di ricerca di novità e della complessità.

Si tratta di stimolare l’indipendenza della persona, attraverso la sollecitazione – mediante la proposta di compiti complessi – a raggiungere mete più avanzate, che abbiano il sapore della sfida, dopo un percorso per conseguire un più elevato grado di competenza. Questo tipo di mediazione si fonda sul presupposto che l’individuo possa procedere oltre il suo livello manifesto di performance.

Questo criterio è uno dei miei preferiti in assoluto perché mi piace osservare il comportamento, mi piace l’idea che sia modificabile, che dipende da noi, e mi piace anche come è strutturato e come ci guida a migliorare la relazione.

Il primo termine che troviamo è sfida: non è un problema, non fa male, semplicemente va mediata nel modo opportuno. La sfida ci spinge a migliorare, a metterci alla prova, ad avere fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità. La sfida ha spinto Pippi ad essere autonoma nella sua immensa casa trovando soluzioni curiose e al limite del realizzabile.

Poi c’è ricerca di novità: ha origine dalla dalla curiosità e non possiamo farne a meno, ma va mediata perché sia una curiosità verso le scoperte e il superamento della zona comfort, a favore di un arricchimento personale.

Il terzo termine, complessità, ci indica anche una via per rendere il nostro muoverci nel mondo meno faticoso e più efficace: la realtà va presa, divisa, analizzata nei suoi singoli elementi perché è complessa, senza banalizzarla, senza sminuirla.

Pensiamo a quando ci viene chiesto dai bambini o ragazzi il perché accadono determinate ingiustizie nel mondo, o ci viene chiesta una spiegazione delle notizie dei telegiornali. Pensiamo alla ricchezza di una mediazione in cui noi spezzettiamo la complessità dell’informazione, la vediamo a piccoli pezzi assieme a loro, cerchiamo di indirizzarli alla curiosità di conoscere nuove prospettive e di uscire dal loro piccolo mondo. Quanta ricchezza si crea! E quanto poco invece abbiamo quando in due parole spieghiamo un fenomeno complesso e lo banalizziamo… Non
vi pare che mediare i comportamenti sia un ottimo modo per crescere? Forse anche la Pippi del nostro immaginario potrebbe chiedere a un adulto di aiutarla a mediare la sua curiosità…

Metodo Feuerstein: col criterio della trascendenza si scovano le emozioni

in Approcci educativi by
Il metodo Feuerstein lo chiama criterio della trascendenza: andare oltre all’esecuzione di un compito. Ecco alcune strategie utili da provare in classe.


Chi ha visto il film di Mary Poppins (l’originale!) ricorda sicuramente il famoso “salto nel quadro” dove Mary, Bert e i bambini si ritrovano con un semplice oplà, ad essere vivi all’interno del dipinto. Non sarebbe splendido se fosse davvero possibile? Se riuscissimo a far entrare i bambini e i ragazzi dentro a un disegno e far sì che con questo si sentano “vivi”? Certo! Possiamo farlo grazie al criterio del metodo Feuerstein della trascendenza: andare oltre all’esecuzione di un compito.

Ecco alcuni suggerimenti: non accontentiamoci di chiedere ai bambini “cosa vedi? chi sono i personaggi? cosa viene raffigurato? sono colori caldi o freddi?” ma capire cosa provocano in loro quei disegni, che emozioni smuovono, quali ricordi suscitano, a chi pensano o a quale memoria hanno agganciato quel colore, quell’immagine, quella fotografia, come possono capire le emozioni del personaggio dipinto, come lo hanno riconosciuto.
Troviamo spesso nei libri immagini che usiamo per iniziare la lezione, per introdurre un argomento, una parola nuova o importante, ma scegliamo anche libri con immagini in modo intenzionale per arrivare a un obiettivo didattico come la lettura, la scrittura, la capacità di conversare su un argomento. Tutti questi modi di usare le immagini sono giustissimi, ma cerchiamo di andare oltre l’esecuzione del compito e il raggiungimento dell’obiettivo didattico prefissato. Questo significa stimolare il pensiero critico e sarà utile ogni volta che affronteremo insieme, e che affronteranno da soli, le immagini.

L’aspetto visivo dell’apprendimento è fondamentale, impariamo ciò che vediamo e leghiamo nel profondo le immagini che carichiamo di sentimenti ed emozioni… anche se negative e sgradevoli. Ci sono immagini cariche di bellezza e amore, che ci fanno battere il cuore, che ci fanno sorridere, ma sono altrettanto importanti le immagini che ci fanno venire la pelle d’oca, che ci fanno stringere i denti dalla rabbia, chiudere i pugni, anche queste ci insegnano ciò che non vogliamo vedere, che vogliamo evitare. Poter andare oltre ci permette anche di comparare immagini diverse, richiamare alla memoria dettagli, colori, sensazioni, mettere in relazioni questi particolari, aiuta a creare delle categorie personali e ad attivare un pensiero fluido, flessibile ed originale… e oplà, chi ben comincia è a metà dell’opera!

Una scuola senza voti è possibile?

in Approcci educativi/Tavola Rotonda by
L’assillo della valutazione sta invadendo anche la scuola primaria, generando una pressione continua tutta a svantaggio dell’apprendimento. Come fare? Enrica Ena condivide la sua esperienza nei suoi post

Valutazioni e voti. Nel suo blog Enrica Ena racconta il suo modo di stare in classe. Ecco due estratti da due post:
…Mi piace l’idea di una scuola che all’essere concentrata sul valutare ogni singolo passo, sappia scegliere il riportare al centro ciò che conta: il costruire, con tutti, sempre. In una scuola che sappia fare questo, la valutazione c’è, non può non esserci, ma gli alunni non si accorgono di essere valutati perché il momento della valutazione non è distinto da quello dell’apprendimento, vuol dire che valuto sempre e non valuto mai (il riferimento è all’idea di valutazione formatrice di Charles Hadji). Questo modifica completamente il clima di classe. Gli alunni si concentrano solo sulle proposte e, non essendoci competizione data dall’attesa del voto o del giudizio dell’insegnante, trovano spazio favorevole l’apprendimento collaborativo, l’aiuto reciproco, la cura l’uno dell’altro. Ed è proprio grazie al supporto continuo tra pari – la più importante risorsa di cui disponiamo e ancora poco valorizzata – che tutti crescono.
In uno scenario di questo tipo, assumono molto spazio l’autocorrezione, l’autovalutazione e la valutazione tra pari…

(Il post originale: Scuola senza voto? Perché?)

… Scegliere di fare scuola eliminando i voti e qualunque altra forma di giudizio, ha significato, nel nostro caso, fare spazio importante all’autovalutazione e ai colloqui con i bambini. Percorsi che chiedono coerenza fino alla fine. Pertanto, il giorno delle consegne, accanto al documento ufficiale rivolto alle famiglie, ce ne sarà uno che verrà consegnato personalmente ai bambini e che parla la loro lingua. Un documento, certamente più “morbido”, più snello e più colorato, ma che contiene la stessa serietà che ha guidato l’autovalutazione finale e il colloquio all’interno del quale è stata discussa. Sono impegni in più, certamente, ma ti lasciano con la piacevole sensazione di sapere di aver fatto in modo che la valutazione sia davvero al servizio della crescita dei bambini, e non solo in termini di apprendimento…

(Il post originale: Verso le consegne: la valutazione rivolta ai bambini)

Il blog di Enrica Ena: https://enricaena.blogspot.com



Credits immagine: “illustrazione di Juan Gedovius da Trucas”, Logos Edizioni

Metodo Feuerstein: rendere comprensibili i problemi aiuta a risolverli

in Approcci educativi by
Serena Neri ci invita a non fermarci davanti ai problemi ma a comprenderli e attraversarli, acquisendo così nuove competenze ripetibili

“Questo sì che è un problema!” è sicuramente una delle frasi che più spesso si sentono all’interno di una classe. Può cambiare il tono: serio, ironico, spazientito, curioso… ma è una frase che viene detta (spesso?). I problemi dovrebbero essere la sfida educativa più stimolante per insegnanti ed educatori: la capacità di risolverli aumenta il senso di efficacia personale, di realizzazione e di autonomia. Spesso invece per gli studenti questi problemi restano problemi senza soluzione o ancor peggio sono problemi incomprensibili. Hanno bisogno di essere mediati e diventare comprensibili, risolvibili! Il nostro compito è quindi quello di aiutare a vedere in modo più chiaro non la soluzione ma il problema stesso, guidare alla comprensione e analisi del problema e creare così un sentimento di competenza (come dice il dottor Feuerstein) cioè rendere consapevole il bambino di ciò che di positivo ha fatto.Capita che gli studenti diano la seguente risposta a un problema : “Non ho capito niente!”. Benissimo: dobbiamo scomporre il significato della parola “niente” e aiutare l’alunno a verbalizzarlo, ovvero a capire cosa sia quel niente: la consegna, la lettura, la procedura, la spiegazione, il rumore che c’è in classe, un pensiero che ha in testa, la mancanza di interesse? Dopo aver capito quel “niente” potremo iniziare a mettere in fila le idee, insieme, non solo le nostre!

Mediare significa venirsi incontro, non trascinare l’altro verso l’idea del mediatore, va cercato insieme il significato di quel “niente”. Dopo aver fatto questo è possibile attuare una strategia di esecuzione che sia, possibilmente, ripetibile.

Il rendere ripetibile una strategia aiuta non solo lo studente ma anche il docente perché la volta successiva non dovrà rispiegare tutta la procedura o riprendere un problema ma richiamare alla mente l’evento passato, esplicitandolo o utilizzando una parola chiave, perché la classe o l’alunno siano attivamente partecipi della nuova soluzione a un problema.

Questa capacità viene spesso data per scontata alla scuole secondarie perché si pensa sia un pre-requisito base ad una certa età ma a pensarci bene anche noi adulti abbiamo continuamente bisogno di strategie nuove per risolvere i problemi (incastrare tutti gli impegni di una settimana, svolgere un lavoro nuovo che nessuno ci aveva mai chiesto prima, andare in una città sconosciuta…) e la procedura che attuiamo diventa una
procedura di valore quando è ripetibile e possiamo applicarla nuovamente senza grosse difficoltà o con qualche piccolo cambiamento. Capita però che alcuni alunni non abbiano questo automatismo e necessitino della nostra mediazione… In fondo ora si lavora per competenze e cosa c’è di più tangibile della risoluzione di un problema?

È possibile condividere anche con l’intera classe una strategia perché ciò che funziona per uno studente può funzionare per altri e questo si può fare a voce, scrivendolo, creando un cartellone… a voi le soluzioni possibili!

Altri articoli sul Metodo Feuerstein:
1- Il Metodo Feuerstein e l’insegnamento: essere mediatore
2. Obiettivi media-Ti: io come mediatore degli obiettivi didattici che mi pongo, quanto riesco a valutarmi anche in corso d’opera, come posso essere mediatore di un obiettivo da raggiungere?
3. Mediare: tutti devono centrare l’obiettivo: come mediare l’intera classe senza perdere nessuno.
4. Lettura mediata: come essere mediatori di storie ed emozioni durante la lettura di un libro o di un racconto in classe
5. Strategie di apprendimento: come mediare l’apprendimento di una strategia ( ad esempio risolvere un problema…)
6. Mediare un immagine: come condurre ( e non trasportare!) i bambini e i ragazzi all’interno delle immagini di un albo, un dipinto o un immagine su un libro di storia
7. Mediare i comportamenti: guidare i bambini e ragazzi al riconoscimento dei loro comportamenti
8. Fare un passo indietro… mediare i pre-requisiti: cosa devo dare per scontato e come faccio a capire ciò che davvero il mio alunno conosce già
9. Mediare obiettivi trasversali: capire cosa è davvero importante per quella classe e come mediare la lezione.
10. Mediatori con la disabilità: mediare nei casi di handicap o disagio

Serena Neri è una professionista che offre interventi di potenziamento dell’apprendimento, training abilità sociali, interventi comportamentali e di psicoeducazione, riabilitazione cognitiva e tutor esperta nei processi di apprendimento

Strategie per creare lettori: un’altra prof si racconta

in Approcci educativi by
Loredana Pippione, insegnante, riflette sui classici e sulla letteratura contemporanea. Che strategie adottare in classe per appassionare alla lettura?

Sorrido all’idea “dell’insegnante- ragioniere” che non sarò mai, anche se mi dicono che “tanto si fanno sempre un po’ le stesse cose, mentre i ragazzi cambiano tutti gli anni, per cui, che senso ha far fatica ad inventare” .
Effettivamente, sarebbe così comodo, una bella cartellina sul desktop del computer con il materiale suddiviso per classi e ogni classe per mese “tanto a novembre in prima si spiega la favola e in terza si legge Foscolo”.

Invece no. Penso all’appuntamento fisso dell’ultima ora del venerdì, in classe, dedicato a leggere e a parlare di libri, di quelli che abbiamo letto e di quelli da leggere, di quelli che ci sono piaciuti da impazzire e di quelli che abbiamo fatto fatica a terminare. A inizio anno abbiamo deciso di concederci questo piccolo regalo, un buon modo per congedarsi da una settimana di lavoro in attesa di rivederci. Questo momento, tutto nostro, ci ha permesso di rilassarci. Spesso siamo restati in classe, qualche volta siamo andati in aula lettura, altre volte in giardino.

Penso ai miei studenti, tutti diversi: c’è chi in un’ora legge diverse pagine, altri che dopo aver sbirciato qualche riga guardano fuori volando con l’immaginazione chissà dove. Non sono pochi quelli che si alzano per chiedere il significato delle parole o che non comprendono appieno una frase. Ogni volta ho spiegato, chiarito, mi sono informata se il romanzo era interessante e se lo conoscevo ho chiesto a quale punto erano arrivati e li ho incoraggiati ad andare avanti.

Mi chiedo se il mio approccio alla lettura sia sufficientemente valido ed efficace e se quanto trovano a loro disposizione sia stimolante e coinvolgente. Confesso, non lo so. L’orgoglio mi spingerebbe a dire che la strada intrapresa è quella giusta, perché suffragata dalle tante letture di autorevoli esperti e probabilmente quello stesso orgoglio mi convincerebbe che tanti altri insegnanti fanno molto meno, anzi proprio niente, ma in realtà, per quanto legga e mi aggiorni, procedo per tentativi, semplicemente perché una strada giusta non c’è.

Io, a loro, vorrei solamente consigliare delle buone storie che un po’ gli assomiglino e che non siano per forza legate a un esplicito intento educativo. Non ho dimenticato che io diventai una lettrice perché mi andava di farlo. Trovai, tardi, un libro, lo lessi e da quel momento non mi fermai più. Non ho letto per compito, per comparare gli stili, per imparare a scrivere bene. Purtroppo si rischia di far fare al libro quello che invece dovrebbe fare un buon educatore ovvero indicare la strada, passare del tempo con te, trasmettere valori, dare buoni consigli e darti la possibilità di tirar fuori quelle capacità che ti renderanno una persona migliore di quello che sei.

I ragazzi e i bambini sembrano essere appassionati dalle storie che parlino di contemporaneità, poiché sono espressione di un sentire e di un agire più vicino a loro, insomma ci si ritrovano! Il loro mondo è fatto di velocità, di messaggi immediati, di immagini dai colori sgargianti e dagli effetti speciali. I loro eroi, dai nomi a volte impronunciabili, vivono avventure dal ritmo serrato in cui non c’è spazio per i lunghi dialoghi, per le belle descrizioni o per profonde e attente riflessioni. Non è una colpa, sono così! Sono la generazione degli Avengers e degli X-men esattamente come quella dei loro genitori e di alcuni loro insegnanti lo era di Mazinga Z e di Candy Candy e ne consegue che, se l’approccio vuole essere quello di un invito alla lettura, occorra tener conto del tipo di narrazioni a cui questi ragazzi sono venuti a contatto sino a questo momento e di come i libri “classici” frequentemente parlino di un mondo ormai lontano ed incomprensibile.

“Il giro del mondo in 80 giorni” fu pubblicato nel 1872 e il “Giardino segreto” nel 1911: sono romanzi di una bellezza indicibile che parlano di carrozze, mongolfiere e governanti, dove il treno a vapore e il piroscafo sono l’espressione massima della tecnologia del tempo. Mi chiedo, però, se possano ancora coinvolgere emotivamente la generazione dei millennials. Forse è necessario avere la consapevolezza che occorra arrivarci per gradi, considerando il romanzo ”classico“,un punto di arrivo e non di partenza anche dal punto di vista linguistico-lessicale, oltre al fatto che non tutti i “classici” sono oggi proponibili.

Sicuramente leggerò, quando sarà il momento, qualche pagina di Cuore, ma come documento storico di quell’Italia “bambina” che si apprestava a diventare Nazione; come certamente leggeremo insieme la splendida storia di Giuà Dei Fichi raccontata da Calvino in “Il bosco degli animali”, ma sono cosciente che quel mondo fatto di guerra, paura, rastrellamenti, fame e freddo sia qualcosa che questi ragazzi potranno ascoltare, forse anche apprezzare, ma difficilmente capire, perché non vissuto. Per questo cerco buone storie, che non seguano le mode letterarie del momento, ma che germoglino da un’idea, che lentamente crescano e sboccino per diventare vita raccontata attraverso la penna di uno scrittore o di una scrittrice.

Cerco di non farmi imbrigliare dal pregiudizio che solo certi libri sono meglio di altri, che i vecchi romanzi sono sempre i migliori e che la maggior parte della produzione editoriale odierna è da considerare bieco prodotto commerciale.

Nella vastità della produzione editoriale contemporanea non tutto è da considerarsi un capolavoro, ma è pur vero anche che ci sono autori dalle eccellenti capacità narrativo – stilistiche, che nulla hanno a invidiare agli scrittori considerati “grandi classici” della letteratura giovanile. Certo bisogna conoscerli, e successivamente, aggiungerei, saperli presentare in modo tale da far venir voglia di assaggiarli. Ciò comporta da parte di chi promuove la lettura un continuo lavoro di aggiornamento, non solo attraverso le novità in libreria, ma anche grazie a riviste specialistiche del settore tramite la rete, dove si possono conoscere blog e siti. Questo consapevolezza, questo “ sapere di ciò di cui si parla”, diventa preziosissimo al momento del prestito librario, quando gli alunni arrivano in aula lettura e il tempo a disposizione è limitato, facilitando, non poco, il compito dell’adulto.

A volte i ragazzi si confidano e ti chiedono di aiutarli a cercare un libro che parli di qualcosa che stanno vivendo in quel momento, altre volte non ti dicono nulla e tu adulto, che non li conosci bene, rischi di ferirli senza averne minimamente la percezione. Anche nella vita di un giovanissimo ci sono momenti delicati e può essere che desideri e cerchi ciò che sta vivendo, quasi come verifica o conferma di un comune sentire, ma può anche darsi che non abbia nessuna voglia di rivivere sulla carta ciò che tutti i giorni sperimenta sulla propria pelle. In realtà i bambini e i ragazzi, i libri, sono in grado di sceglierseli anche da soli, non hanno certo bisogno di un supervisore, che li guidi, ma lo scopo dell’adulto attento e aggiornato diventa quello di facilitare un incontro ovvero offrire la possibilità a ciascuno di trovare quella storia che è stata scritta per lui o per lei, perché potesse leggerla proprio in quel momento.

Troviamo modi alternativi per promuovere la lettura e, magari, attingendo alla ricchissima bibliografia sull’argomento, troveremo un modo tutto nostro per far diventare i nostri studenti buoni lettori. Ci sono tanti modi per farlo. Qui, oggi, ho provato a raccontare il mio.

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