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Progetti, percorsi e lezioni da replicare in classe

Green Action Squad: i risultati delle challenge

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Seguendo i goals dell’Agenda 2030 e le indicazioni della campagna educativa GREEN ACTION SQUAD, 400 ragazzi e ragazze tra gli 11 e 13 anni sono arrivati a raggiungere dei risultati incredibili. Ecco il resoconto!

Abbiamo avuto modo di parlarvi qui di Green Action Squad, la campagna educativa realizzata da Librì in collaborazione con FRoSTA, che ha portato nelle scuole il tema dell’eco-sostenibilità.

Obiettivo della campagna, come ci ha raccontato Gianluca Mastrocola, Amministratore Delegato FRoSTA, è stato:

non solo educare e sensibilizzare ai temi ambientali, bensì stimolare i giovani a mettersi in discussione e “sporcarsi le mani”, agendo in prima persona e – soprattutto – riflettendo all’impatto dei comportamenti di oggi per trovare nuovi modi di agire nel rispetto del pianeta e degli altri.

La campagna educativa ha dunque invitato gli studenti a fare squadra, difendendo l’ambiente e il nostro pianeta attraverso 4 challenge: aria, acqua, terra e cibo.

I risultati

Ed eccoci dunque arrivati alla conclusione del percorso che ha coinvolto 400 studenti in questi mesi, e alla lettura dei risultati.

In generale, tutti si sono impegnati nella riduzione dei quantitativi di CO2 nell’aria e dell’uso di plastica, e nell’incrementare le biodiversità sul loro territorio.

Nello specifico, i 250 ragazzi e ragazze – supportati da professori e famiglie – che hanno partecipato alle challenge ARIA e CIBO, in una settimana hanno ottenuto una riduzione di circa 50.000 Kg/Km di CO2 sui loro territori!

Altri 175 ragazzi che hanno partecipato alla Challenge ACQUA, hanno raggiunto in una settimana una riduzione della plastica di ben 43,6 kg!

Numeri incredibili raggiunti mettendo in atto piccole ma significative azioni sostenibili nel loro vivere quotidiano, come:

  • scegliere di andare a scuola a piedi, in bicicletta o con un mezzo pubblico, rinunciando alla comodità dell’auto
  • consumare cibi del territorio o a filiera corta
  • diminuire l’utilizzo di materiali plastici

 Al di là dei numeri, poi, risulta evidente come il coinvolgimento dei più giovani sia uno degli strumenti più importanti per la salvaguardia del nostro pianeta.

Le testimonianze

L’ entusiasmo e la soddisfazione dei ragazzi e delle ragazze che hanno partecipato all’attività è stato notevole, come loro stessi ci hanno scritto:

Queste challenge mi hanno fatto capire che anche se facciamo un piccolo gesto possiamo salvare il
pianeta che stiamo distruggendo. Se usiamo le bottiglie di vetro al posto di quelle di plastica,
l’acqua la possiamo bere lo stesso. Se al posto di buttare i rifiuti per terra, li mettiamo dove è
giusto si possono riciclare.
(DAVIDE)

Secondo me queste challenge sono servite a farci crescere ecologicamente e a sprecare meno
plastica, migliorando il mondo intero. Abbiamo capito che anche se diamo un piccolo contributo
comunque facciamo la differenza.
(EVAN)


Con questa esperienza, abbiamo avuto dei risultati seguendo le missioni. Ho capito che con un piccolo gesto e un po’ di ragionamento, sono riuscita a consumare di meno rispetto a quanto consumavo prima. (CRISTINA)

Abbiamo anche potuto intervistare alcuni dei docenti coinvolti nella campagna Green Action Squad. Nel video che segue, eccoli orgogliosi nel constatare come gli studenti siano riusciti a fare squadra per salvare il pianeta. Come? Lavorando insieme al raggiungimento di un obiettivo comune per loro così sfidante.

Maggiori info qui!

Pratiche di ascolto musicale attraverso il movimento

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L’ascolto per i bambini della scuola primaria: un’attività da fare in classe sulle note del brano nell’Antro del Re della Montagna, di Edvard Grieg.

L’ascolto della musica per i bambini e le bambine, è un’esperienza  globale che non coinvolge solo la funzione estetica, ma che opera sul piano affettivo, motorio, ludico, immaginativo e narrativo.

Infatti la musica a questa età è indissolubilmente legata all’ambito del fare: mentre i bambini ascoltano, quasi sempre cantano, si muovono, disegnano, giocano…;  naturalmente, tutto questo se la musica  non deve assolvere a  una funzione tranquillizzante in cui le azioni vengono sospese e le note accompagnano dolcemente il sonno.

Molti pedagogisti  del settore hanno indagato la pratica interdisciplinare per impostare la didattica dell’ascolto,  avendo compreso che senza il fare, ascoltare musica resta un’esperienza superficiale, frammentaria, poco coinvolgente.

Quali obiettivi specifici per l’area musicale possiamo raggiungere nel presentare brani per l’ascolto nella scuola primaria?

  • La conoscenza del brano: (intesa come capacità di memorizzarlo e ritrovarlo in altri ambiti).
  • Il riconoscimento di parametri del suono: timbro, durata, altezza dei suoni, intensità.
  • Il riconoscimento di criteri di aggregazione del suono:   melodia, armonia, ritmica, orchestrazione, fraseggio, dinamica, agogica, struttura,  ecc…

Il problema del repertorio

I bambini ascoltano prevalentemente musiche proposte dai media, a meno che non abbiano in famiglia stimoli di tipo differente. I jingle pubblicitari, le sigle dei cartoni animati, le canzoni dei film, le canzonette,  si imprimono con facilità nella memoria e diventano in poco tempo i protagonisti del  loro vissuto musicale.

Per una maestra può essere vincente proporre questo tipo di brani,  in quanto i bambini  li riconoscono e  li accolgono con gioia. Ma  perché non allargare il repertorio e proporre altro?

La musica classica fa parte di un patrimonio culturale che non può essere trascurato e che, se avvicinata in tenera età, può gradualmente diventare un buon cibo per la mente.

Naturalmente non tutta la musica colta si adatta a questo scopo: alcuni brani possono essere più avvincenti e più funzionali di altri.

Nell’antro del Re della Montagna

Questo breve brano di Edvard Grieg (1843-1907) è interessante per aspetti che  riguardano  la struttura, la ritmica, l’agogica, cioè le variazioni di velocità, e la dinamica,  cioè le variazioni di volume. L’ascolto  verrà proposto attraverso il movimento per cui è necessario poter avere a disposizione uno spazio ampio (classe vuota, atrio, palestra…).

Struttura: nel brano è presente un unico tema che si ripete più volte. Lo proponiamo qui in versione semplificata:

Ritmica: il ritmo è costituito  da un pattern ripetuto più volte.

Agogica: la velocità  aumenta progressivamente.

Dinamica: il volume del suono aumenta nel corso del brano anche attraverso l’inserimento nell’ organico orchestrale di nuove sezioni timbriche.

Siamo piccoli gnomi

Offriamo ai bambini una suggestione narrativa: siamo piccoli gnomi  e ci troviamo in una grotta scavata all’interno di una montagna.

Per  riconoscere il tempo: diamo come regola quella di camminare segnando  il passo a tempo di musica.

Per riconoscere il tema: chiediamo a ogni bambino di camminare e di invertire la direzione di marcia ogni volta che ricomincia il tema musicale: ogni bambino, quindi, deve inventare  il suo percorso camminando in avanti, in diagonale, indietro: l’importante è che mantenga la stessa direzione per la durata del tema, per poi cambiarla quando percepisce l’inizio del tema che si ripete.

Dinamica e agogica: dato che volume e velocità aumentano progressivamente, chiediamo ai bambini di battere i piedi con più forza e di accelerare il passo.

Verso il finale

Improvvisamente la musica suggerisce che qualcosa sta accadendo: possiamo chiedere  ai bambini di immaginare la scena e  di suggerirci l’evento. Che cosa sta succedendo? Chi è improvvisamente entrato nella grotta?

Quali gesti possono accompagnare quell’improvviso frastuono interrotto  da pause che porta il brano verso il finale?  Diventiamo tutti statue di sale? Cadiamo per terra?

Ecco che il brano si conclude e per i bambini è una festa accompagnare con i loro movimenti creativi la conclusione del brano.

Foto di copertina by Alireza Attari on Unsplash

Diario di una rondine: albo illustrato tra scienza e migrazione

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L’albo illustrato Diario di una rondine dell’ornitologo russo Pavel  Kvartlnov si presta a letture ed approfondimenti mirati e stimolanti: scopriamoli insieme!

Uscito nelle librerie il 21 marzo e presentato al Bologna Children’s Book Fair, l’albo illustrato rappresenta un’ottima occasione per coniugare scienza e narrazione.

Diario di una rondine contiene diversi aspetti interessanti su cui far riflettere i lettori e per una classe seconda di scuola secondaria di primo grado ho progettato un percorso partendo dai seguenti obiettivi:

  • ricavare informazioni esplicite e implicite da testi espositivi;
  • comprendere testi narrativi-descrittivi individuando collocazione nello spazio e punti di vista;
  • leggere testi letterari individuando tema e intenzioni comunicative dell’autore, caratterizzazione dei personaggi, ambientazione spazio-temporale e genere di appartenenza;
  • formulare in collaborazione con i compagni ipotesi interpretative fondate sul testo.

Gli obiettivi

La lettura di un albo illustrato permette di lavorare su obiettivi e traguardi disciplinari molto importanti:

  • rappresenta un’ottima occasione di socializzazione e discussione su determinate tematiche;
  • può configurarsi, nel contempo, come momento di ricerca autonoma e individuale;
  • stimola la riflessione critica e la negoziazione di significati;
  • migliora la capacità di concentrazione.

Data la sua natura di testo breve ma completo, e l’utilizzo contemporaneo di linguaggio grafico e testuale, l’ albo illustrato si presta perfettamente ad una lettura ad alta voce in grado di far lavorare su tutti gli obiettivi e i traguardi sopra enunciati.

Non da ultimo, si tratta di un testo altamente inclusivo in quanto riesce ad avvicinare tutti alla lettura, compresi coloro che fanno una certa fatica a leggere.

Diario di una rondine

Diario di una rondine descrive in forma narrativa e diaristica la migrazione di una rondine dal Nord Europa ai paesi caldi del Sudafrica ed il lettore, grazie alle suggestive illustrazioni di Olga Ptashnik e  all’accurata traduzione di Tatiana Pepe, si ritrova completamente immerso nel paesaggio che scandisce le diverse tappe di viaggio.

L’aspetto iconografico e quello testale risultano perfettamente integrati, così da rendere la lettura piacevole e ben comprensibile.

Anche le informazioni divulgative di carattere scientifico appaiono ben amalgamate allo stile narrativo e contribuiscono ad accompagnare il lettore verso l’affascinante universo delle rondini e delle loro misteriose migrazioni.

Il linguaggio

Il linguaggio, piano ma rigoroso, permette di comprendere con facilità le tappe dell’evoluzione delle prime settimane di vita delle rondini. Ma anche le funzionalità del loro piumaggio e le caratteristiche sorprendenti che permettono a questi animali di riconoscere istintivamente luoghi visti anche una volta soltanto.

Spunti per attività

Le tappe di viaggio della piccola protagonista possono essere lette, osservate e seguite utilizzando Google Maps e proiettando sulla lim immagini satellitari dei luoghi citati.

I ragazzi possono essere invitati ad eseguire raffronti tra informazioni iconografiche e testuali presenti nell’albo illustrato e foto riferite alle medesime localizzazioni reperite su web.

Risulterà interessante confrontare immagini e riferimenti testuali con foto autentiche di praterie irlandesi, paesaggi desertici, savana africana e acque del Mare del Nord in tempesta.

Allo stesso modo, sarà affascinante osservare spazi e immedesimarsi in situazioni vissute dal punto di vista della protagonista, come se anche noi lettori osservassimo il mondo dall’alto, pur dovendo rimanere vigili a causa dei pericoli continuamente incombenti, quali predatori del cielo o sensazioni di freddo intenso.

Nel corso della lettura fondamentale è soffermarsi sulle interazioni provenienti da chi ascolta, sulle possibili interpretazioni e suggestioni, sulle emozioni suscitate da parole e immagini, sull’impatto del lessico specifico e dello stile narrativo dell’autore.

Quali spunti di riflessione si possono ricavare dalla lettura dell’albo?

Dopo la lettura, o nel corso della stessa, numerosi sono gli spunti su cui far riflettere e discutere:

  • il tema della migrazione (animale) e dell’emigrazione (umana);
  • lo spirito solidale e collaborativo delle rondini come modello di comportamento sociale;
  • il focus sul viaggio, reale o metaforico, in ottica individuale e collettiva;
  • l’idea di libertà e di superamento di confini, umani e ideali;
  • l’incoraggiamento a perseguire le proprie mete nonostante ostacoli e difficoltà;
  • la capacità di osservare le meraviglie della natura;
  • l’attenzione ai punti di vista diversi dal nostro.

Quali connessioni si possono suggerire dopo la lettura dell’albo?

  • Per sollecitare visione multiprospettica e pensiero complesso, possono essere proposte connessioni riguardanti ambiti diversificati, così da incoraggiare ottiche interdisciplinari e stimolare l’abitudine a compiere inferenze:
  • le pagine di divulgazione si prestano ad una prosecuzione del percorso in ambito biologico-scientifico;
  • la migrazione delle rondini può esser posta in relazione con fenomeni migratori presenti in altri testi di genere e struttura similare, come l’albo illustrato Il viaggio di Francesca Sanna o il silent book Migrando di Maria Chiesa Mateos;
  • echi e collegamenti possono essere riscontrati in poesie incentrate su rondini e loro spostamenti, come quelle di Govoni o di Farfa, o sull’idea metaforica del volo come Le ali della poetessa ucraina Lina Kostenko;
  • altre inferenze possono essere ricercate su testi di canzoni come Gli uccelli di Battiato o Le rondini di Dalla;
  • ulteriori suggestioni possono essere ricavate dal mondo dell’arte, come le raffigurazioni delle rondini prodotte da Picasso, Mirò, Dalì o provenienti dall’iconografia dell’Estremo Oriente.  

Metacognizione per concludere

A fine percorso, proporre una breve attività scritta a carattere metacognitivo servirà a noi docenti come feedback e ai ragazzi come strumento di autoconsapevolezza.

I quesiti da porre dovranno essere semplici ma centrati:

  • Cosa ho imparato dalla lettura dell’albo illustrato Diario di una rondine?
  • Quale messaggio, secondo me, ha voluto proporre l’autore?
  • Quali domande e quali connessioni con me stesso e il mondo mi vengono in mente?
  • Cosa mi è piaciuto, cosa no e cosa mi ha colpito durante la lettura?

Se vogliono, i ragazzi possono concludere l’attività con una riflessione personale, come quella scritta da Viola:

Fin da piccola mi hanno tanto incuriosito le rondini, soprattutto quando nel cielo tutte ammassate creano forme strane. Adoravo osservarle e le osservo anche adesso, quindi sapere cosa fanno durante i loro viaggi mi ha incuriosito ancora di più. Cercherò di osservarle e studiarle meglio.

Fonte foto di copertina qui

Api e biodiversità: attività per bambini, che strizzano l’occhio all’ambiente!

in Attività in classe/Zigzag in rete by

In occasione delle giornate mondiali delle Api e della Biodiversità, alcune proposte di giochi ed attività educative per imparare fin da piccoli ad avere cura dell’ambiente!

Per tutti coloro che hanno a cuore api, farfalle, piante e più in generale l’ambiente, si avvicinano 2 giornate molto importanti!

Si festeggia infatti il 20 maggio la Giornata Mondiale delle api, mentre il 22 maggio ricorre la Giornata Mondiale della biodiversità.

Giornata mondiale delle api

Scopo della ricorrenza è sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza degli impollinatori, sulle minacce che questi quotidianamente affrontano (pesticidi al primo posto) e sul loro contributo allo sviluppo sostenibile. Le api (ma non solo), consentono infatti a molte piante di riprodursi, comprese numerose colture alimentari.

Cliccando qui è possibile consultare e scaricare tanti laboratori e giochi a tema api: sono utili per far familiarizzare i bambini con questi preziosi impollinatori, insegnando loro a rispettarli e a prendersene cura!

Video Party

Altra proposta di attività educativa originale legata al tema delle api, e che esce dall’ambiente classe, è quella di guardare il documentario “Un mondo in pericolo”, disponibile su Prime Video, nella modalità “Video Party”.

In questo modo è infatti possibile condividerne la visione con un massimo di 100 partecipanti, e chattare in contemporanea per discuterne i contenuti!

Giornata mondiale della biodiversità

Dal 22 maggio 1992 (approvazione del testo della Convenzione per la Diversità Biologica), le Nazioni Unite hanno istituito la Giornata Internazionale per la Biodiversità.

Lo scopo è quello di evidenziarne l’importanza, ponendo l’attenzione sulle azioni che chiunque può e deve fare ogni giorno per conservare e condividere equamente la natura e i suoi benefici.

A proposito di biodiversità, qui puoi trovare un bell’esperimento educativo per bambini. ll MacaKit  è infatti un kit per allevare le farfalle Macaone dentro casa, vederle trasformarsi da bruco a farfalle e poi lasciarle libere nella natura! Un’esperienza affascinante per tutte le età, per imparare fin da piccoli a rispettare e avere cura dell’ambiente.

Scopri qui la nostra campagna dedicata al tema dell’ecosostenibilità!

Foto di copertina by Kunal Kalra on Unsplash

Giornata Mondiale dell’Asma: parliamone in classe!

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Il respiro è energia e vita e anche uno solo può fare la differenza, come sanno bene i 2,6 milioni di italiani che convivono con l’asma. Parliamone in classe, grazie alla campagna Più unici che rari di Sanofi Italia.

Ebbene sì: oggi, in Italia, ben 2,6 milioni di persone convivono con l’asma, una patologia complessa che può causare, nelle sue forme più gravi, attacchi respiratori importanti e danni polmonari permanenti. 

Gran parte di loro riesce a convivere con l’asma, ma in alcuni casi la patologia diventa più problematica, con sintomi che rimangono fuori controllo.

Inoltre, nonostante il suo impatto, l’asma grave spesso non è riconosciuta e i pazienti potrebbero non essere consapevoli della reale gravità della propria condizione.

Sensibilizzare sul tema diventa dunque necessario, al punto che Sanofi Italia, una delle principali aziende farmaceutiche italiane, lo ha incluso nella sua campagna Più unici che rari (una campagna da primo premio, come abbiamo visto qui), raccontando la storia di Filippo.

La storia di Filippo

Si dice “restare senza fiato” per esprimere meraviglia, emozione, contentezza. Ma per chi soffre di asma, invece, che cosa significa restare senza fiato?

Filippo soffre d’asma e a volte sente proprio mancare il fiato…

La campagna

Più unici che rari è una campagna educativa nazionale per le scuole primarie (classi IV e V) e secondarie di primo grado, che racconta il valore dell’unicità di ciascuna persona, promuovendo l’importanza dell’accoglienza e dell’inclusione nell’ambiente scolastico, partendo da quelle difficoltà e barriere che possono nascere in presenza di malattie rare.

Come l’asma, appunto, per la quale Sanofi è in prima linea nella ricerca e nello sviluppo di terapie.

Scopri qui maggiori dettagli sulla campagna, e su come ricevere in classe il kit gratuito per poter lavorare con i tuoi alunni!

Fonte foto di copertina: https://www.sanofi.it/it/mediaroom/news/Giornata-mondiale-asma-2021

Il coinvolgimento emozionale attraverso il Kamishibai

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Come mettere in atto un coinvolgimento emozionale in classe, attraverso la pratica del Kamishibai

Per incidere in modo significativo sui processi di apprendimento dei nostri studenti è davvero necessario considerare il coinvolgimento emozionale come elemento cardine di una buona impostazione didattica.

Assieme ad una pratica il più possibile attiva e partecipata e dando il giusto spazio alla creatività, l’insegnante può veramente fare la differenza, incidere sui processi di lavoro dei singoli e fare in modo che tutti gli studenti diventino davvero protagonisti attivi del loro apprendimento.

Come docente di Italiano in una scuola secondaria di primo grado ho modo ogni giorno di prendere atto di quanto siano vere le parole della neuroscienziata Mary Helen Immordino-Yang quando, testualmente, afferma:

È neuro-biologicamente impossibile costruire ricordi, impegnarsi in pensieri o prendere decisioni significative senza emozioni. Avere un efficace ‘timone emotivo’ è fondamentale, in particolare per fare in modo che gli studenti siano in grado di utilizzare la conoscenza in modo efficace.

Sulla base degli obiettivi e dei traguardi per lo sviluppo delle competenze in lingua italiana che ci vengono indicati nelle Indicazioni nazionali per il curricolo, è dunque possibile progettare attività didattiche che rispondano in maniera efficace a quanto appena affermato.

La modalità laboratoriale

Occorre fare in modo che il setting e le lezioni siano impostate in modalità laboratoriale, affinché i ragazzi:

  • si sentano coinvolti il più possibile in tali attività
  • interagiscano in maniera attiva e partecipata alla lezione
  • siano coinvolti emotivamente
  • riescano a sviluppare il loro spirito critico
  • si mettano autenticamente in gioco per ricercare soluzioni originali e creative

I ragazzi, veri protagonisti attivi, se potranno seguire procedure di lavoro creative e originali collaborando con gli altri e se saranno resi liberi di esprimere al meglio i loro talenti, saranno anche meglio inseriti nel loro contesto di ordine di scuola stesso.

Non dimentichiamo, infatti, che la scuola secondaria di primo grado ha come obiettivo prioritario quello di:

indirizzare i ragazzi alla consapevolezza di sé, alla presa di coscienza dei propri punti di forza su cui progettare ipotesi di prosecuzione scolastica futura

Dare modo di sperimentare ed esprimersi attraverso diverse modalità procedurali sarà utilissimo per osservare quali sono i talenti da far valorizzare in ognuno, dalla sfera digitale, all’espressività testuale, alla produzione artistico-raffigurativa.

Insomma, mettere in gioco le “intelligenze multiple“, per dirlo alla Gardner, dovrebbe essere elemento cardine della cosiddetta scuola media.

Il Kamishibai

Illustrata in passato in questo articolo, il Kamishibai è la tipologia di lavoro ideale, in quanto tiene conto delle componenti appena enucleate.

I ragazzi hanno infatti dato vita ad un kamishibai per raccontare alcune vicende legate a degli episodi dell’Iliade analizzati in classe. Tengo a precisare che una tipologia di lavoro simile può trovare applicazione, opportunamente rimodulata, in qualsiasi ordine di scuola, scuola dell’infanzia inclusa.

Dopo la narrazione di alcuni episodi dell’Iliade e la loro discussione in modalità individuale e collettiva, i ragazzi sono passati al ruolo di esecutori attivi e di co-costruttori delle proprie conoscenze, seguendo dei processi di apprendimento che facessero leva:

  • sulla competenza di rielaborazione critica
  • sulla capacità di lavorare in gruppo
  • sul ricorso alla creatività

In realtà il nostro è stato un po’ un mix tra teatro itinerante e kamishibai vero e proprio, visto che quest’ultimo dovrebbe prevedere la narrazione di storie supportate con disegni intercambiabili e non con burattini come abbiamo prodotto noi, ma l’importante è dare seguito alle idee che provengono dai ragazzi e questo è ciò che ho trovato utile far realizzare.

Svolgimento dell’attività

Lavorando a piccolo gruppo, gli studenti hanno scelto un episodio dell’Iliade che li aveva particolarmente colpiti e lo hanno riscritto sotto forma di dialogo per il loro kamishibai, così che i burattini potessero parlare tra loro e affrontarsi un po’ come accade negli spettacoli dei pupi siciliani.

Un esempio di mini-sceneggiatura, chiamiamola così, è la seguente, finalizzata a rievocare il litigio tra Achille e Agamennone:

Crise: Agamennone, sono venuto a riprendermi mia figlia Criseide.

Agamennone: Non te la darò indietro! La terrò come mia schiava!

Crise: Allora dirò ad Apollo di mandare la peste su di voi.

Achille: Agamennone, devi restituire Criseide a Crise, perché i nostri soldati stanno morendo di peste e in questo modo non vinceremo mai la guerra!

Agamennone: Va bene, io restituirò Criseide a Crise, ma tu mi devi dare la tua schiava perché io sono il vostro capo e non posso rimanere senza schiava!

Achille: Allora anch’io non posso rimanere senza schiava, perché sono il combattente più forte dell’esercito, mentre tu te ne stai fermo a dare ordini e guardarci morire. Brutto cane! Cuore di cervo! Se io rimarrò senza schiava, me ne andrò dall’esercito acheo! Sto combattendo per tuo fratello Menelao. A me i troiani non hanno fatto niente!

Agamennone: Va bene, vattene pure! Non mi importa niente, ho soldati più forti e coraggiosi di te e se sei forte il merito non è tuo, ma di una divinità.

Achille: Va bene, me ne vado. Me ne tornerò a Ftia, così perderai il tuo guerriero più forte e quando te ne pentirai sarà troppo tardi.

Alcuni hanno scelto di rievocare la morte di Patroclo, altri l’ultimo saluto tra Ettore e Andromaca, altri ancora il duello tra Ettore e Achille.

Oltre alla strutturazione dei dialoghi, i ragazzi hanno realizzato in autonomia, utilizzando semplici cartoni di scarto, sia il teatrino/kamishibai vero e proprio che i personaggi da far animare al suo interno.

La messa in scena

In ultimo, gli sketch sono stati prima messi in scena in classe, poi l’intero allestimento, compresa la bicicletta proprio come avviene nelle narrazioni itineranti giapponesi, si è spostato nelle varie classi dell’istituto, compresi gli uffici di segreteria, così che i ragazzi si sentissero coinvolti appieno nel loro ruolo di affabulatori e di divulgatori di conoscenza.

Va da sé che, implicitamente, l’attività del kamishibai puntasse:

  • alla sedimentazione delle loro conoscenze
  • alla messa in ballo di numerose competenze non meno importanti, quali la capacità di organizzare una attività insieme agli altri e riuscire a sostenere una recitazione, ma anche una conversazione

Ultimi elementi su cui tener focalizzata l’attenzione in un simile lavoro – ma non ultimi per rilevanza formativa/educativa – sono gli aspetti della metacognizione e della valutazione, essenziali per:

  • dare senso al percorso di lavoro
  • permettere ai ragazzi di avere coscienza dei procedimenti di apprendimento intrapresi

Come affermano  M. Pressey, K.R. Harris e M. B. Marks:

in un buon modello di insegnamento delle strategie gli insegnanti incoraggiano abitualmente la riflessione e la pianificazione da parte degli studenti” e “le strategie – secondo la spiegazione di Pressley, Forrest-Pressley, Elliot-Faus e Miller – si compongono di una o più operazioni cognitive sottostanti e soprastanti i processi che costituiscono l’esecuzione di un compito. Le strategie sono rivolte a risultati cognitivi e sono potenzialmente attività consapevoli e controllabili”. La loro funzione è quella di assistere chi apprende nell’esecuzione di operazioni cognitive essenziali che producano un apprendimento interiorizzato ed efficace

L’attività del Kamishibai può forse sembrare una pratica di difficile attuazione, ma a mio avviso tutto sta nel far rientrare progressivamente la metacognizione nelle consuete attività di classe, anche partendo da semplici richieste in cui far spiegare ai ragazzi cosa hanno realizzato, come, con quali finalità e con quali esiti.

Momenti dell’attività in classe

Riflessioni

Dalle seguenti riflessioni si può notare come i ragazzi si siano resi consapevoli dei rispettivi punti di forza e debolezza, di come mettere in azione i loro talenti e di quanto sia rivelata importante la collaborazione e la pratica di azione reciproca:

PRIMA DEL LAVORO:

con la prof abbiamo letto alcune parti dell’Iliade e a me è piaciuta la litigata tra Achille e Agamennone. Che coraggio Achille a rivolgersi così al suo capo! Io non ce l’avrei mai fatta! Insieme a V. e A. abbiamo scelto di scrivere dialoghi su questa scena. Prima rileggeremo le pagine sull’antologia, poi mi farò un pochino aiutare da A. che scrive meglio di me. Io disegno bene e ho già pensato a come fare i burattini

DURANTE IL LAVORO:

Il dialogo sta venendo bene. Abbiamo messo delle battute nostre, ma V. ha detto di seguire anche quello che c’è scritto sul testo. Le offese di Achille, ad esempio, sono buffe e le mettiamo. Poi dobbiamo spiegare in poche righe che cosa sta succedendo, quindi bisogna scegliere le parole giuste che dovremo leggere e che gli altri dovranno capire. Intanto anche i personaggi disegnati stanno venendo bene. Io ho guardato su internet i vestiti dei soldati, cercherò di farli meglio che mi riesce. Scriviamo e poi leggiamo a voce alta facendo muovere i burattini. Sembra venga bene

A FINE LAVORO:

credo che questa attività mi farà ricordare questa scena per molto tempo. Leggere davanti agli altri mi ha messo un po’ in imbarazzo, ma non tanto. Poi io dovevo guidare la bicicletta, quindi ho letto poco con la scusa che avevo altro da fare. I miei disegni sono piaciuti e sono contento. Mi viene da ridere se penso alla faccia che ha fatto il mio babbo quando ho detto che dovevo portare la bicicletta a scuola per una cosa di italiano. Non ci credeva e pensava che lo prendessi in giro. Insomma, un’esperienza positiva, da rifare!

La valutazione

Anche per la valutazione, occorre fare in modo che i ragazzi siano coinvolti in prima persona nei criteri che verranno adottati. Ciò farà sì che si impegnino con maggior efficacia e che siano consapevoli fin da subito se il loro lavoro sta procedendo nel modo giusto.

Tra i criteri, non dovranno mancare voci basilari, quali:

  • chiarezza espositiva
  • capacità di rielaborazione e originalità
  • attenzione alla tempistica
  • capacità di lavorare con gli altri e di contribuire in modo fattivo alla realizzazione del prodotto finale

Seppur iniziative laboratoriali di questo genere possano a prima vista apparire come eccessivamente complesse/lunghe o addirittura non allineate a ciò che richiedono le Indicazioni nazionali, dalle competenze messe in campo si nota, invece, che sia la valenza didattica che la ricaduta sugli apprendimenti acquistano un ruolo notevole:

i ragazzi comunicano, collaborano, leggono, interpretano, comprendono, rielaborano, espongono, scrivono, producono, padroneggiano lessico e sintassi, sia in modalità scritta che orale.

Qui il post del blog che fa riferimento all’iniziativa appena illustrata.

Foto di copertina da: http://www.kamishibaitalia.it/

20 marzo: Giornata Internazionale della felicità

in Attività in classe by

Domani si festeggia la Giornata Internazionale della felicità: ma come riconoscere questo stato d’animo?

Domani, 20 marzo, si celebra in tutto il mondo la Giornata Internazionale della Felicità. Fu proprio l’Organizzazione delle Nazioni Unite, nel 2012, ad istituirla:

«L’Assemblea generale […] consapevole di come la ricerca della felicità sia uno scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre la necessità di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica […]»

La scelta del giorno non fu certo casuale: coincide infatti con l’equinozio di primavera, simbolo beneaugurante di rinascita della Natura.

Certo, in questo esatto momento storico, reduci da una pandemia non ancora del tutto superata e con una guerra in atto e nemmeno troppo lontana, non è facile rendere onore a questa giornata, trovare delle briciole di benessere dentro di noi: viene quasi da sentirsi fuori luogo.

Eppure, è proprio in momenti come questi, in cui felicità fa rima con speranza, che dobbiamo ricordare che la ricerca di questo stato d’animo rappresenta uno dei diritti fondamentali dell’uomo, e scopo fondamentale dell’umanità.

È ad essa che dobbiamo tendere sempre, magari anche ridimensionando l’idea che ne abbiamo, e anziché puntare a picchi altissimi, cercare frequenti e piacevoli momenti di serenità e spensieratezza.

Se fosse felicità?

Ma come si riconosce la felicità?

Su questa domanda ruota la campagna educativa per la scuola primaria “Se fosse felicità?“, dedicata al tema dell’affettività e dell’inclusione.

Realizzata da Librì Progetti Educativi in collaborazione con Eulab srl – Laboratorio della Felicità, la campagna propone un percorso didattico interdisciplinare dedicato agli stili di vita e alla inclusività, finalizzato ad accompagnare i più piccoli alla scoperta della felicità non solo come emozione ma anche come competenza da allenare.

Amicizia, rispetto, solidarietà, cura di sé e degli altri: questi i temi su cui i bambini e le bambine avranno occasione di riflettere, sfogliando le pagine del libro incluso nel kit (e che porta lo stesso nome della campagna), e svolgendo le varie attività proposte.

QUI trovi alcune attività tratte dalla campagna educativa, da poter proporre in classe

E il genitore, cosa può fare per educare suo figlio o sua figlia alla felicità? Come affermava Maria Montessori:

“L’adulto deve farsi umile e imparare dal bambino ad essere grande”

È solo grazie a questo atteggiamento, infatti, che il genitore comprende i veri bisogni del bambino, aiutandolo a guadagnare autostima e benessere interiore.

Attività in classe: costruiamo giochi green!

in Attività in classe by

Montagne di balocchi riempiono scuole e case, e spesso durano il tempo di una stella cadente! E se costruissimo dei giochi green partendo da materiali di recupero, così da strizzare l’occhio anche all’ambiente?

Per bambini, per adolescenti: peccato, però, che in men che non si dica diventino spazzatura da smaltire (e il come è un bel problema, soprattutto per l’ambiente). E se costruissimo dei giochi green?

Con furbizia e creatività, infatti, possiamo realizzare dei nuovi balocchi partendo da semplici materiali di recupero! La creatività è un’arma invincibile per abbattere l’enorme produzione di rifiuti: ognuno di noi può metterla in atto tutti i giorni, a casa e a scuola!

Ecco dunque questa facile e divertente attività, ottima da fare in classe (perfetta per la scuola primaria, secondo ciclo: classi III-IV-V). Gli alunni scopriranno che il divertimento, specie se condiviso, può scaturire anche da oggetti semplici e che di norma sarebbero scartati come rifiuti, toccando con mano le potenzialità del riciclo.

Realizzata in collaborazione con Corepla, Consorzio Nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica, trovi qui come realizzare tanti giochi green!

E prima di passare all’azione, perché non ripassare tutti insieme cos’è la plastica? Leggi qui l’articolo di riferimento!

Foto di copertina by Sigmund on Unsplash

Mindfulness: perché proporla a studenti e insegnanti!

in Approcci educativi/Attività in classe by

Riduce lo stress, aumenta la concentrazione e centra il nostro pensiero sul “qui e ora”, facendoci godere appieno il presente. Studenti e insegnanti, via libera alla Mindfulness!

Stress, ansia, insoddisfazione: mai pensato alla Mindfulness? Trattandosi infatti di una tecnica utile a trovare rimedio a malesseri e disagi, può rivelarsi un grande aiuto per gli studenti, sì, ma anche per gli stessi docenti, i quali, insegnandola, di fatto la praticano anche per se stessi.

Di cosa si tratta?

La Mindfulness nasce dalla tradizione della meditazione buddhista, e proprio di questo si tratta: di meditazione! Lungi dall’essere una pratica religiosa, la Mindfulness è in realtà supportata da studi scientifici che ne provano l’efficacia nel contrastare il dolore cronico causato da importanti patologie fisiche.

Una meditazione consapevole

Una meditazione definita “consapevole”, ovvero, attenta al “qui e ora”. Il momento presente, infatti, per quanto l’unico che effettivamente esista concretamente, è quello a cui pensiamo meno, in quanto sempre rivolti, con nostalgia, al passato, o proiettati, con entusiasmo, al futuro. E così, ci dimentichiamo il presente.

Fortuna che c’è la Mindfulness, che centra i nostri pensieri, riportandoci all’adesso con consapevolezza e senza giudizio.

Cosa otteniamo praticandola con continuità? Gentilezza, empatia, apertura del cuore,  gratitudine. Abilità che sarebbe giusto acquisire anche tra i banchi di scuola.

Un aiuto per gli insegnanti…

Malessere, stress e disagi non sono certo prerogativa degli studenti; anche gli insegnanti ne soffrono, dal momento che non è sempre facile stabilire un buon rapporto con colleghi e alunni.

La Mindfulness può essere utile a recuperare la giusta calma ed empatia, a mettersi in relazione con l’altro; eseguita da soli abbassa lo stress, eseguita insieme agli studenti aiuta anche a migliorare il clima all’interno della classe.

… ma anche per i ragazzi!

Oltre a donare un benessere psico-fisico, la Mindfulness è utile a migliorare il rendimento scolastico innalzando i livelli di attenzione, concentrazione e autostima, e contrastando comportamenti violenti grazie all’instaurarsi di un clima solidale ed empatico.

Uno strumento anche pedagogico

Considerando la Mindfulness uno strumento di risoluzione di problemi psicologi, così come uno strumento utile al successo scolastico, pur avendo riscontrato la sua efficacia in entrambi gli ambiti, ne limitiamo l’importanza, in quanto non estendiamo la riflessione ad un valore educativo.

Considerandola infatti anche come mezzo attraverso il quale raggiungere una realizzazione spirituale, e metodo per la formazione integrale della persona (includendo anche l’impegno politico e sociale), l’approccio diventa a questo punto pienamente pedagogico.

Come iniziare?

Abbiamo parlato qui di alcuni esercizi di meditazione utili da proporre in classe. La tecnologia ci viene comunque in aiuto per muovere i primi passi nel mondo della Mindfulness, con una serie di App gratuite!

  1. Smiling Mind
    Centinaia di meditazioni guidate e attività di Mindfulness, utilizzabili in classe e a casa, suddivise per fasce d’età.
  2. Headspace
    Per principianti, è utile ad imparare le basi della Mindfulness: esercizi di respirazione, visualizzazioni e meditazione con focus su temi come calma, concentrazione, gentilezza, sonno, sveglia.
  3. Simple Habit
    Dedicata alla meditazione, è ideata da esperti in materia e psicologi di Harvard, e ha l’obiettivo di instillare negli utenti l’abitudine di dedicare cinque minuti al giorno alla pratica della meditazione.
  4. Stop, Breathe & Think
    Adatta per un pubblico di almeno 10 anni, è ideale per l’uso individuale. Semplifica il monitoraggio dei progressi e offre un elenco di meditazioni da seguire.

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Meditazione e tecniche di respirazione a scuola!

in Approcci educativi/Attività in classe by

Alcuni semplici esercizi di meditazione e tecniche di respirazione, utili da portare in classe!

Il benessere mentale e fisico degli studenti è uno degli obiettivi della scuola di ogni ordine e grado; dunque, perché non aggiungere esercizi di rilassamento e momenti di meditazione tra le classiche materie scolastiche?

In alcuni paesi europei, tra cui la Gran Bretagna, la meditazione sta già diventando materia di studio: è il caso della Mindfulness, con uno studio britannico terminato lo scorso anno , e che ha coinvolto i ragazzi di ben 370 istituti, i quali hanno avuto l’occasione di conoscere e mettere in pratica tecniche di rilassamento.

Per capire quanto le tecniche di rilassamento e di respirazione possano diventare degli strumenti importanti per bambini e ragazzi, oltre che un aiuto per la loro concentrazione e la capacità di applicarsi, abbiamo contattato Micol Chiara Degl’Innocenti, un’insegnante di Yoga, operatrice olistica e Reiki Master fiorentina. Micol Chiara si è formata tra Firenze, Londra e la Patagonia.

Ciao e grazie! Cominciamo col dire che, malgrado i risultati sul benessere siano ormai noti, in alcuni paesi tra cui l’Italia le pratiche legate alla meditazione e alla respirazione faticano a entrare in ambito scolastico. Secondo te a cosa è dovuto?

In primo luogo c’è da considerare che le pratiche legate alla meditazione e al respiro ci sono arrivate da culture diverse dalla nostra. Storicamente in Europa e in Occidente sono stati privilegiati e sviluppati il pensiero logico-razionale, la filosofia, il metodo scientifico. Al contrario, molte culture orientali hanno dato maggior peso all’intuizione, alla spiritualità e alla connessione col Divino. La meditazione è stata esplorata ampiamente da culture come quella Vedica (Yoga), il Buddhismo, la filosofia Zen.

Meditazione e pensiero logico-razionale non sono però in contraddizione di per sé, anzi le pratiche legate alla meditazione hanno come funzione quella di pulire la mente e di conseguenza di farla lavorare meglio. Ci liberiamo da pensieri ripetitivi o ossessivi, e creiamo spazio perché nuovi pensieri – più autentici e più in connessione con la nostra natura profonda – possano entrare.

Il fatto che tante di queste pratiche derivino da filosofie connesse alla spiritualità crea ancora resistenze. Può darsi che la cultura cattolica da secoli radicata in Italia veda ancora con sospetto meditazione e Yoga. Ma la meditazione non ha niente a che vedere con la religione, è solo uno strumento potente di benessere e connessione che può essere utilizzato da tutti e in ogni luogo, anche a scuola.

Per capire di cosa si tratta, ecco un esempio di respirazione molto semplice.

Parliamo di benefici. Quali sono i più importanti a livello psicofisico e qual è l’età più adatta per cominciare?

Il cervello è un organo e come tutti gli organi lavora “a ripetizione”. Il cuore non smette mai di pompare sangue, i polmoni respirano in maniera involontaria in ogni momento. Allo stesso modo il cervello produce pensieri su base ripetitiva, cioè siamo più propensi a pensare sempre alle stesse cose. Purtroppo il 90% dei nostri pensieri è basato sulla paura, che un tempo era legata all’istinto di conservazione dell’uomo primitivo, ma che oggi si manifesta sotto forma di stress, spesso cronico. Molti studi scientifici attuali dimostrano una correlazione diretta tra stress e l’insorgere di molte patologie.

La meditazione, l’osservazione del respiro ci riportano al momento presente. Ci permettono di prenderci una pausa dal ritmo ripetitivo dei pensieri, di osservarli senza attaccamento. Una volta creato questo spazio, quello che la filosofia Zen definisce “vuoto fertile”, diamo modo a nuove idee, nuove intuizioni e nuove soluzioni di entrare nella nostra mente.

Stando nel presente lasciamo andare l’ansia (che è paura per il futuro) e sentimenti come depressione, tristezza o rimpianto (che sono paure relative al passato). Diventiamo capaci di osservare le nostre emozioni, di riconoscerle e sentirle senza però lasciarci dominare. Quindi è una pratica estremamente utile anche per il benessere emotivo di un individuo. Se praticata con costanza aiuta a liberarci da condizionamenti esterni, permettendoci di vivere con maggiore libertà e sicurezza in noi stessi.

Si può cominciare a meditare a qualsiasi età e i benefici di cominciare fin da piccoli sarebbero sicuramente moltissimi.

In ambito scolastico, sarebbe preferibile effettuare un esercizio di respirazione o rilassamento tra un’ora e l’altra, oppure possiamo immaginare una vera e propria “ora di meditazione”?

Imparare a meditare richiede una certa costanza, quindi a mio parere meglio poco ma spesso. Un’ora di meditazione settimanale non sarebbe del tutto inutile e potrebbe fornire buoni spunti e buone basi ai ragazzi, ma l’ideale sarebbe cominciare ogni giornata con 15-20 minuti di meditazione.

Ci sono anche molti esercizi estremamente brevi ma molto efficaci che potrebbero essere fatti anche all’inizio di ogni lezione, anche solo per 3 minuti. Chiaramente questo richiederebbe un grosso cambiamento culturale… Detto questo, qualsiasi spunto anche piccolo sarebbe benefico per bambini, ragazzi e famiglie.

Ecco un esempio di pratica di presenza breve e semplicissima!

Sperando che le pratiche legate alla respirazione e alla meditazione possano trovare sempre più spazio nella scuola italiana, reputi che dovrebbero entrare nelle classi veri e propri insegnanti oppure, ad esempio nella scuola primaria, sarebbero sufficienti dei corsi di formazione per maestri e maestre?

Sicuramente è importante che chi insegna sia convinto e creda in quello che sta facendo e abbia una pratica consolidata. Un insegnante di Yoga o un terapeuta che utilizzi la Mindfulness sicuramente potrebbero offrire competenze più profonde, ma gli insegnanti che passano più tempo coi ragazzi avrebbero modo di creare una pratica più costante nelle classi. Credo che entrambe le soluzioni possano essere buone.

Approfondimenti

Alcuni dei libri più noti per conoscere la pratica dello yoga.

Yoga, manuale per la pratica a casa

La bibbia dei principianti di yoga

Un piccolo manuale con cd audio per aiutare la meditazione

Foto di copertina by Lesly Juarez on Unsplash

Creatività con gli scarti in plastica!

in Attività in classe by

Al mondo sono davvero tantissimi gli artisti che, grazie alla loro creatività, utilizzano materie di scarto, plastica in primis, per realizzare opere meravigliose. Potrebbe diventare un’ottima attività per gli studenti di qualsiasi età!

Ti sembra impossibile che si possa avere dei veri e propri “attacchi di creatività” semplicemente maneggiando degli scarti in plastica?

Esistono tanti modi per sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema importante come quello della raccolta differenziata della plastica (ma non solo), o del rispetto verso l’ambiente; uno di questi, appunto, è quello della creatività!

Vi è mai successo, infatti, di rimanere profondamente colpiti da un quadro o da una scultura? E di ricordarli vividamente, e con loro le emozioni provate, anche a distanza di anni?

È il grande potere dell’arte: emozionare, sì, ma anche far riflettere.

Se poi le opere d’arte sono realizzate interamente in plastica (o in altri materiali di scarto), il messaggio che si vuole lanciare è subito molto chiaro:

se riciclati, i rifiuti hanno un valore incredibile!

Proprio come un’opera d’arte!

Lady Be

Opera di Lady Be in plastica, oggetti in resina e legno

Lady Be, alias Letizia Lanzarotti, oltre a essere una grande amante dei Beatles (il suo Lady Be ricorda tantissimo il titolo della loro nota canzone “Let it be”, no?), è anche un’incredibile artista celebre in Italia e all’estero, creatrice di meravigliosi mosaici realizzati interamente con materiali di scarto in plastica.

Tappi, bottiglie, vecchi giocattoli e bigiotteria, che incastrati sapientemente ricreano ritratti di celebri artisti e personaggi storici: così belli da restare senza fiato!

Da dove provengono i vari materiali? Da mercatini o semplici passeggiate all’aperto (si sa, la natura stessa, purtroppo, può fornire materiali di plastica abbandonati…): Lady Be li raccoglie, li pulisce, li taglia e li modella, archiviandoli poi per colore.

Dalle sue opere non traspare solo la tematica ambientale: il suo ritratto di Barbie, con volto tumefatto, è stato il potente contributo di Lady Be alla protesta contro la violenza sulle donne.

L’arte emoziona, l’arte denuncia, l’arte fa riflettere.

Bordalo II

Opera in plastica e non solo di Bordalo II, foto by www.disagian.it

Eccoci infine in Portogallo, dove troviamo gli incredibili murales del portoghese Bordalo II. Veri e propri patchwork realizzati con materiali di scarto che l’artista raccoglie nei pressi del muro dove realizzerà l’opera.

Giganteschi murales 3D che non solo fanno riflettere sull’incredibile produzione di rifiuti, ma che si fanno portavoce anche di un altro importante tema che sta a cuore a Bordalo II: quello degli animali.

I soggetti dei suoi murales, infatti, sono le specie in via d’estinzione, i cui habitat sono minacciati dagli stessi materiali da cui l’opera è composta.

Tre artisti (ma al mondo ne esistono davvero moltissimi) che elevano lo scarto, il rifiuto, a un qualcosa che acquista un valore inestimabile, perché veicolo per diffondere valori sociali, politici o puramente estetici.

Perché non proporlo in classe?

Proprio così: perché non utilizzare confezioni, imballi, bottiglie vuote, ma più in generale qualsiasi oggetto di scarto (opportunamente lavato!), per creare originali opere d’arte in classe?

Foto di copertina by dan lewis on Unsplash

Attività: realizziamo un manufatto in galalite!

in Attività in classe by

Scopriamo come ottenere dal latte una plastica da modellare, ovvero la galalite, attraverso un esperimento chimico rapido e divertente, perfetto anche da fare in classe!

Come indicato dal suo nome (dal greco gala=latte e lithos=pietra), la galalite è una materia dura, fabbricata a partire dal latte.

Antesignana della plastica, la galalite è ancora oggi utilizzata per realizzare oggetti come bottoni, spille e penne; il suo aspetto è simile a quello del corno, del guscio di tartaruga, dell’ avorio, della madreperla e del corallo, senza però andare a colpire gli animali o l’ambiente (stesso motivo, poi, per cui è nata la plastica). Ecco perché la galalite ci piace così tanto!

A chi si rivolge l’attività

L’attività è particolarmente adatta ad una classe prima di scuola secondaria di primo grado!

Temi affrontati

  • La materia
  • Il calore e la temperatura
  • Le basi della chimica

Finalità dell’attività

  • Distinguere un fenomeno fisico – che non altera la materia – da un fenomeno chimico, che al contrario comporta una trasformazione della materia
  • Conoscere i passaggi di stato (solido | liquido | gassoso | plasmatico)
  • Comprendere l’azione del calore sugli stati di aggregazione della materia
  • Saper eseguire una reazione chimica
  • Pianificare le diverse fasi per la realizzazione di un oggetto, impiegando materiali di uso quotidiano

Di cosa abbiamo bisogno?

  • latte scremato (un bicchiere)
  • aceto bianco (3 cucchiai)
  • colino
  • recipiente
  • 1 forchetta
  • stampi per biscotti
  • Carta da cucina

Tempi

  • Realizzazione: 30 minuti ca.
  • Attesa: 4-5 giorni ca.

E ora… mani in pasta!

  1. Scaldare il latte, spegnendo pochi secondo prima di raggiungere l’ebollizione
  2. Aggiungere l’aceto e mescolare. Mescolando costantemente, osservare che il liquido tende a separarsi. In questo modo si formerà la cosiddetta “cagliata”, una sostanza bianca e gommosa
  3. Procedere a separare la parte liquida (cioè il siero del latte, che non ci serve) da quella solida, utilizzando il colino e il recipiente, e schiacciando bene con una forchetta, per scolare bene il composto
  4. Asciugare il composto ottenuto con della carta da cucina
  5. Inserire il composto ottenuto all’interno dello stampo per biscotti
  6. Rimuovere il composto dallo stampo, con delicatezza
  7. Aspettare 4-5 giorni, o almeno fino a che la formina ottenuta non si è indurita: è possibile velocizzare l’attesa sistemandola sopra un radiatore acceso  
  8. Terminata l’attesa, il manufatto è pronto: con un tocco di pittura acrilica è possibile decorarlo e personalizzarlo

Osservazioni

  • Per far rapprendere (“cagliare”) il latte, si usa solitamente un caglio composto da enzimi di origine animale, vegetale o microbica; noi abbiamo utilizzato l’aceto! Nell’esatto momento in cui lo abbiamo aggiunto al latte, questo ha coagulato, formando immediatamente tanti piccoli pezzi di caseina, simili a neve!
  • Passati 4-5 giorni, una volta che il composto è diventato duro, rimane però oleoso, tanto da essere necessario strofinarlo con carta da cucina. 

Conclusioni: cosa abbiamo imparato?

  • Se desideriamo ricavare dal latte una materia plastica, dobbiamo mescolare insieme latte e aceto bianco; attraverso il calore, questi due semplici ingredienti danno vita ad un vero e proprio effetto chimico.
  • Mescolato al latte caldo, l’aceto ha fatto immediatamente separare le proteine dalla parte liquida del latte, proprio come avviene per creare il formaggio.
  • Il composto che ne deriva è morbido e modellabile: una volta che il liquido residuo è evaporato, le sue dimensioni sono rimpicciolite, e la sua consistenza è molto dura e simile alla plastica.

Foto di copertina da http://www.newoldcompany.com/en/buttons/galalite/

Giorno 2 de “Il museo va a scuola: “La Stanza delle Meraviglie”

in Archeodidattica: strategie e laboratori/Attività in classe/Senza categoria by
Dal progetto “Il museo va a scuola”, parliamo de “La Stanza delle Meraviglie”: un’idea per un laboratorio da fare in classe.

Ogni volta che rileggo il titolo di questo laboratorio mi torna in mente l’immagine del mio primo “museo dei fossili e dei minerali”, visitato insieme alla mia famiglia quando avevo circa 8 anni.

Gli oggetti, riposti con cura sotto i faretti, sembravano voler raccontare ognuno la sua storia…Storie della Terra, storie di silenzio e profondità…I colori e le forme dei minerali erano sorprendenti e mai avrei pensato che delle rocce, dei semplici “sassi”, potessero essere così!
Quando poi il guardiano ci raccontò le loro storie la mia passione divenne Amore e decisi che da grande avrei senz’altro fatto la Geologa!

Non diventai in effetti una Geologa ma la curiosità per la Terra e tutto quello che conserva nella sua pancia, fa ancora oggi parte di me.

Per quel che mi riguarda quindi, per creare un meraviglioso museo o una stanza delle meraviglie, non basta una collezione di oggetti interessanti; certo questo aiuta senz’altro, ma la vera differenza la fa chi ci racconta le loro storie e come ce le racconta!

Come nasce l’idea di Museo?

Per sviluppare l’argomento con i bambini della classe, siamo partiti da una domanda: “come nasce l’idea di Museo?” (inteso come luogo dove vengono conservati oggetti che raccontino storie).

Andando indietro nel tempo, scopriamo che l’antenato dei nostri attuali musei furono le cosiddette  “Stanze delle Meraviglie” chiamate anche “Wunderkammer” o “cabinet de curiositè”; si tratta di collezioni private di oggetti fuori dal comune che suscitavano in chi le vedeva un sentimento di Meraviglia! Gli oggetti “meravigliosi” potevano essere di origine naturale ma a volte si trattava anche di oggetti bizzarri creati dall’uomo. Questi oggetti collezionati venivano mostrati agli ospiti ai quali si raccontavano le storie dei viaggi e degli oggetti stessi.

Come introdurre il tema…

Per introdurre il tema degli oggetti che raccontano storie, ho letto ai bambini l’albo illustrato La casa che un tempo” di J. Fogliano e L. Smith, che racconta l’esplorazione di una casa abbandonata da parte di due bambini; chi è vissuto in questa casa? chi ha mangiato in questa cucina? Chi era la persona ritratta in questa foto? Queste sono le domande che si pone l’archeologo quando ritrova oggetti e strutture durante gli scavi archeologici!

Proviamo allora a ricostruire, usando la fantasia e l’intuizione, alcuni frammenti di vasellame ritrovati in veri scavi archeologici!

L’attività:

Ho consegnato quindi ai bambini alcune stampe in A4 con disegni di frammenti e ho chiesto loro di sceglierne uno, ritagliarlo, incollarlo su un foglio più grande, formato A3 e provare a ricostruire l’oggetto originale.

Questo esercizio apparentemente semplice, chiede ai bambini di mettere in gioco capacità di inferenza che non sempre sono sviluppate o allenate: immaginare ciò che non c’è, pensare a come può continuare una linea, collegare la forma di un oggetto al suo uso… sono tutte azioni che non vengono spesso richieste ai nostri bambini ma che ritengo invece importanti per sviluppare in loro un pensiero divergente e creativo.

Abbiamo terminato il laboratorio con una carrellata di ipotesi davvero degne di un equipe di scienziati poi abbiamo appeso i nostri reperti alle pareti della nostra aula-museo.

Così si è concluso anche il giorno 2 del progetto e ci siamo preparati per il nuovo laboratorio intitolato: “Museo dei Tesori Naturali”.

Halloween in arrivo? Mamma mia che paura!

in Approcci educativi/Attività in classe by
Dei ragni, dei fantasmi, o magari del compito in classe di matematica: tutti noi abbiamo paura, e parlarne con gli amici e la famiglia è il primo passo per sconfiggerle.

Con la notte più paurosa dell’anno che si avvicina, eccoci a parlare di paura. E non ci riferiamo certo ai vampiri o alle streghe che impazzeranno ad Halloween, ma a quelle paure che sono così familiari a tutti noi.

Proprio come affermato da Marianna Balducci, protagonista insieme a Francesco Fagnani di un webinar per il progetto Più unici che rari:

“La paura è quella bestiaccia che si mette (e ci mette) sulla difensiva quando ci troviamo in una condizione sconosciuta e che, per qualche ragione (a volte ingiustificata), ci appare minacciosa. A volte ci blocca, ci impedisce di comunicare, ci allontana dagli altri ma anche un po’ da noi stessi.”

(Trovi qui il resto dell’intervento).

Se ci riflettiamo bene, però, non può esistere il coraggio, senza la paura! Inoltre, è un elemento in grado di farci sentire uniti!

Più unici che rari

E proprio la paura, in queste due accezioni, è un tema centrale della campagna educativa nazionale per le scuole primarie e secondarie Più unici che rari, grazie alla quale gli studenti possono scoprire come ognuno di noi è diverso, sì, ma tutti insieme possiamo diventare una forza, e contrastare così ogni paura!

L’obiettivo della campagna è infatti raccontare il valore dell’unicità di ciascun alunno, e promuovere tra i bambini e i ragazzi l’importanza dell’accoglienza e dell’inclusione  scuola, partendo da quelle difficoltà che possono nascere in presenza di patologie.

Come stai con la paura?

4 le domande su cui verte la campagna (come stai con gli amici/con il corpo/con te stesso sono le altre 3), ma soffermiamoci sulla paura.

Una domanda non facile, visto l’affollamento di fobie e terrori che si annidano dentro di noi.

La paura è in noi fin dalla nascita, e spesso anche l’immaginazione ci mette la sua, per aumentarla: è vero o no, che quando è buio si materializzano magicamente inquietanti figure?

La paura è utile

Proprio così: se non la provassimo, ci troveremmo a compiere gesti inconsulti, che metterebbero a rischio noi o gli altri. Ci insegna quindi a stare attenti ai pericoli, e questo è sano!

…ma non sempre!

A volte, però, non c’è una spiegazione chiara riguardo ad una paura: potrebbe derivare da una brutta esperienza della nostra infanzia, e fin da allora ci è rimasta addosso, senza più andarsene. Alzi la mano chi da piccolo/a non ha bevuto un po’ d’acqua mentre imparava a nuotare, e da allora non si è più avvicinato/a al mare?

In questi casi è una paura che non fa bene, e che rischia di impedirci una vita sana e serena: è necessario quindi fare un grande sforzo di volontà, per distinguere cosa è davvero pericoloso da ciò che invece non lo è.

Il consiglio antipaura di Più unici che rari

Difficile dare un consiglio per ogni specifica paura o fobia; ma questo, siamo sicuri, è sicuramente d’aiuto per tutti: parlarne!

Proprio così: condividere le proprie paure, guardarle con gli occhi di un’altra persona, è il primo passo per rimpicciolirle!

“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno.” (Martin Luther King)

Superiamo gli stereotipi! La parità insegnata ai piccoli.

in Attività in classe by
A che punto siamo con la parità di genere? Purtroppo persistono ancora gli stereotipi fra uomo e donna, è dunque necessario sempre di più spiegare alla nuova generazione cosa sia il rispetto, e metterlo in atto.

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Visita didattica a Pompei: un salto indietro nel tempo!

in Attività in classe by

Visitare Pompei significa tornare al 79 d.C., toccare con mano la vita di una cittadina dell’Impero Romano distrutta dalla furia del Vesuvio ma, allo stesso tempo, perfettamente conservata.

E se, dopo aver affrontato l’argomento “Impero Romano” in classe, ti proponessimo una gita scolastica con destinazione Pompei?

Resti di un tempio

La Storia, si sa, non è una materia facile da insegnare: nonostante sia tra le più importanti – per sapere dove stiamo andando, è necessario conoscere da dove veniamo, anche per non ripetere errori già fatti in passato – è un attimo incappare in un noioso sciorinare di nomi e date che difficilmente resteranno nella testa e nel cuore degli alunni.

Dunque, niente di meglio che toccare con mano le testimonianze di precisi momenti storici, ascoltare i racconti delle gesta di eroi del passato più o meno antichi laddove questi hanno vissuto e agito, respirare l’odore di luoghi totalmente intrisi di storia.

Per questo è davvero essenziale accompagnare gli alunni nei musei, che siano questi presenti all’interno di edifici – qui, per esempio, abbiamo parlato del Museo della Scrittura di San Miniato – oppure a cielo aperto, come nel caso di Pompei.

Un sito archeologico sconfinato

Il primo pensiero che salta alla mente appena si arriva nella cittadina ai piedi del Vesuvio è proprio questo: è enorme!

Strade e viottoli lastricati in basalto lavico che si intersecano, resti di edifici a perdita d’occhio, testimonianza viva della vita quotidiana di una città romana del 79 d.C.

Tipica strada di Pompei, con ancora il segno lasciato dal passaggio dei carri dell’epoca

Pompei è uno dei siti archeologici più importanti al mondo, in cui lava e cenere hanno fatto da copertura, permettendo così alla città di mantenersi intatta nei secoli, al riparo dalle intemperie, così da essere visitabile ancora oggi.

Pompei prima dell’eruzione

Un importante centro urbano dell’Impero Romano abitato da ventimila abitanti, nonché  ambito luogo di villeggiatura e, grazie al particolare clima, ricco di fertili terreni coltivati nei dintorni.

Prospera e fiorente, Pompei pullulava di botteghe di artigiani e commercianti; attorno al foro principale, che costituiva il cuore della città, si potevano trovare gli uffici, il tribunale, i teatri, i templi, il mercato, le terme, le palestre, le ville.

Affresco in una villa di Pompei

Soprattutto queste ultime ci regalano ancora oggi mosaici e affreschi meravigliosi, e al loro interno sono stati ritrovati ori e utensili – esposti al Museo Archeologico di Napoli – fondamentali per ricostruire la vita quotidiana dell’epoca.

La notte tra il 24 e il 25 agosto del 79 d.C.

In realtà, tutto ebbe inizio nel primo pomeriggio del 24 agosto, quando dal Vesuvio si sollevò una colonna immensa di vapori, fumo, lava e cenere alta ben 15 km!

 A ciò seguì una pioggia di detriti che creò vasti incendi nelle zone circostanti; Pompei fu poi colpita dalla lava alle prime luci dell’alba del 25 agosto. Così, nell’arco di trenta ore, fu letteralmente seppellita da metri di cenere e lava.

Il vulcano, ricoperto da erba e alberi, era inattivo da secoli: per questo colse tutti gli abitanti di sorpresa, trovandoli impreparati a fronteggiare l’emergenza.

Molte persone morirono a causa delle esalazioni di gas tossici sprigionati dal vulcano; la cenere ardente, poi, ne ricoprì i corpi, permettendo agli archeologici di restituire, attraverso la creazione di calchi in gesso, le pose delle vittime fissate nei loro ultimi istanti di vita: vere e proprie statue davanti alle quali è impossibile non provare commozione.

Calco in gesso di una vittima dell’eruzione

Ma l’antica Pompei non è ancora stata portata del tutto alla luce, e gli scavi continuano ancora oggi.

Perché visitare Pompei?

Per conoscere la storia della vita quotidiana di una cittadina del’Impero Romano, capirne gli usi e i costumi, ammirare i meravigliosi affreschi delle sue ville, e guardare il Vesuvio stagliarsi all’orizzonte, comprendendone la forza: per una gita scolastica in cui storia e natura si mescolano, all’insegna dell’emozione!

Particolare di una villa di Pompei

Qui trovi maggiori informazioni per organizzare una visita didattica a Pompei.

Repubblica Italiana: come spiegarne la storia, coinvolgendo!

in Attività in classe/Spunti di lettura by

Approfittiamo degli imminenti festeggiamenti per la Festa della Repubblica Italiana, per scaricare e leggere un simpatico libro che ci porta indietro fino al Risorgimento: c’è la storia, sì, ma anche tanto humour: provare per credere!

Il prossimo 2 giugno festeggeremo, per la 75° volta, la nascita della Repubblica Italiana. Il 2 e 3 giugno del 1946, infatti, gli italiani furono chiamati ad esprimere il proprio voto, scegliendo quale forma di Stato dare al Paese appena uscito dalla Seconda Guerra Mondiale.

In quell’occasione, per la prima volta in Italia anche le donne parteciparono alle urne: così, 12 milioni di italiani votarono per la fine della monarchia e l’inizio della Repubblica Italiana, eleggendo anche l’assemblea che avrebbe stilato la nuova Costituzione, in vigore dal 1° gennaio 1948.

Il 2 giugno 1947 – un anno dopo lo storico referendum – fu dunque istituita la Festa della Repubblica. La prima parata militare a Roma, in via dei Fori Imperiali, con il cerimoniale al Vittoriano inaugurato dal Presidente Luigi Einaudi, si tenne nel 1948.

Solo nel 1949, però, la giornata venne dichiarata ufficialmente festa nazionale. Dal 1977, la festa venne spostata alla prima domenica del mese, fino a quando, nel 2001, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi decise di fissarla di nuovo al 2 giugno.

Quest’anno, contrariamente al passato, non ci sarà la parata delle Forze Armate lungo i Fori Imperiali, né saranno aperti, come di consueto accade in via eccezionale in occasione di questa celebrazione, i giardino di Palazzo Quirinale.

Ma coloro che si troveranno a Roma, potranno comunque alzare gli occhi al cielo e godersi lo spettacolo delle Frecce Tricolori, che passeranno sulla capitale durante la cerimonia di deposizione di una corona di alloro presso l’Altare della Patria da parte del Presidente della Repubblica.

Arrivare alla costituzione della Repubblica Italiana, ovviamente, non è stato un processo semplice, né immediato. Così come non è semplice spiegare, o meglio raccontare in modo avvincente a scuola, i tumulti, gli animi, gli ideali che hanno smosso gli italiani nella costruzione della storia del loro Paese, dal Risorgimento alla Repubblica: potremmo dire che, per riuscire nell’intento, ci vorrebbe un Alessandro Barbero per ogni scuola!

Un libro che ci viene in aiuto!

Ma per non scomodare l’illustre storico, noi ci proviamo con il libro “La scoperta dell’Italia | Lettere dal passato remoto del mio amico Virgilio”, che con humour e brillantezza racconta  il momento saliente della storia del nostro Risorgimento (il 1861, quando si combatte per l’Unità d’Italia), visti attraverso le lettere di un adolescente che lo ha vissuto, ritrovate in una soffitta da un suo coetaneo nel 2011.

Nel libro – un gioco continuo di chiama e rispondi – le due storie si intrecciano, narrando il momento storico in maniera fresca, moderna, attuale: come se la storia raccontata fosse la stessa, ma ambientata in due epoche diverse che si confrontano.

La grafica accattivante, poi, rende tutto ancora più coinvolgente!

Il libro lo trovate qui: buona lettura e… buona Festa della Repubblica!

Le mafie e noi: dalla parte giusta. Parliamone in classe.

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Parlare di mafie a un pubblico di bambini o adolescenti non è facile: ma libri, cinema, musica e persino il teatro possono darci un grosso aiuto.

A proposito di mafie: il prossimo 9 maggio ricorre un importante anniversario. 43 anni fa, infatti, Giuseppe – Peppino – Impastato, veniva ucciso, appunto, dalla mafia.

Conduttore radiofonico e attivista, membro di Democrazia Proletaria e noto per le sue denunce contro le attività di Cosa Nostra, si è dovuto attendere fino al 2002 per vedere dichiarato colpevole il mandante dell’omicidio di Peppino: Gaetano Badalamenti, capomafia di Cinisi, dove Impastato viveva, a “100 passi” dalla casa di Badalamenti.

Per anni, infatti, è stato fatto di tutto per far passare il giovane come un folle che si era tolto la vita.

I cento passi

I cento passi è il nome del film girato da Marco Tullio Giordana, con un immenso Luigi Lo Cascio nei panni di Peppino; e Cento passi è anche la splendida canzone dei Modena City Ramblers, dedicata alla storia di Impastato.

Un film meraviglioso per conoscere la sua vita, il suo rapporto con la famiglia, il suo coraggio e il triste epilogo.

Ma anche la forza e la tenacia di parenti e amici, che al grido di:

Con le idee e il coraggio di Peppino noi continuiamo

hanno portato avanti la battaglia da lui iniziata, e fatto arrestare i reali colpevoli della sua morte.

Cosa Losca

Non solo il cinema ma anche il teatro ci viene in aiuto per affrontare il delicato tema delle mafie, con lo spettacolo Cosa Losca, produzione de Il Teatrino dei Fondi, testo di Marco Sacchetti e Silvia Nanni.

In maniera ironica e divertente, i due protagonisti in scena – Claudio Benvenuti e Marco Sacchetti, anche registi – cercano di spiegare nascita, organizzazione e modalità operative della criminalità, utilizzando linguaggi che spaziano dal classico teatro d’attore fino all’utilizzo di tecniche multimediali interattive (il Mafiasoft).

Cosa Losca è uno spettacolo rivolto a bambini/adolescenti (età consigliata 9/16 anni), in cui il gioco comico dei due attori (nonché registi) bilancia l’importanza e la drammatica serietà del tema trattato, e dove trova spazio anche il racconto della storia di Peppino Impastato.

Le mafie

Giuseppe Impastato, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rosario Livatino, Placido Rizzotto… L’elenco dei nomi delle vittime delle mafie è, purtroppo, lunghissimo. E con mafie intendiamo:

  • Cosa Nostra, la mafia siciliana con le sue ramificazioni estere, per esempio americane.
  • La Camorra: L’organizzazione mafiosa attiva in Campania.
  • La ’Ndrangheta: L’associazione criminale di tipo mafioso nata e radicata in Calabria, attiva anche al Centro-Nord e all’estero.
  • La Sacra corona unita: L’associazione criminale più giovane, che agisce in territorio pugliese con un sistema di clan simile a quello della ‘Ndrangheta.

Vittime illustri, persone comuni, sconosciuti di cui ci è ignoto anche il nome: tutti sono morti per difendere la legalità e la libertà. Il loro gesto non deve essere dimenticato, ma ricordato, raccontato, diffuso.

Libera Terra

Contrastare le mafie e difendere la legalità è lo scopo dell’associazione Libera Terra, che valorizza territori bellissimi ma difficili, partendo dal recupero sociale e produttivo dei beni liberati dalle mafie.

Da questi territori, un tempo nelle mani sbagliate, nascono oggi prodotti di alta qualità, attraverso l’impiego di metodi che rispettano l’ambiente e la dignità delle persone: cercali, tra gli scaffali del supermercato, o nelle botteghe del circuito Equo e Solidale.

Libera Terra crea così aziende cooperative autonome e autosufficienti, in grado di dare lavoro e proporre un sistema economico virtuoso, basato sulla legalità e la giustizia sociale.

Dalla parte giusta: la legalità, le mafie e noi

Dalla parte giusta: la legalità, le mafie e noi è un libro di Roberto Luciani e Davide Calì, pensato per bambini dagli 8 anni in su, che racconta di regole e leggi.

Ma non solo: ci fa anche capire che per tenere lontane ingiustizie e prepotenze, è necessario scegliere da che parte stare.

Con una prefazione di Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, che afferma che:

C’è una “malattia” molto pericolosa nella nostra società che si chiama sfiducia. È la malattia di chi pensa che mai nulla cambierà, di chi incolpa sempre gli altri perché le cose vanno male. Avete davanti una grande possibilità: dimostrare che da questa malattia è possibile guarire, darvi da fare perché le cose cambino.

Il libro ci insegna che la libertà si costruisce iniziando dai piccoli gesti, dall’aiuto che possiamo dare agli altri, e dalla scelta di credere nel futuro.

Per scaricare e leggere in classe il libro, clicca qui.

Per avere altri consigli di lettura sul tema, clicca qui.

Buon lavoro e… w la legalità!

Un Prato di fiabe

in Attività in classe/Esperienze digitali/Fiere & Festival/Spunti di lettura by
Un Prato di fiabe: il concorso internazionale a premi dedicato agli autori e agli illustratori che amano le fiabe.

Giunto alla sua 21° edizione, Un Prato di fiabe è un concorso internazionale a premi aperto agli autori e agli illustratori che vogliono cimentarsi in uno dei generi più amati e letti di sempre: le fiabe.

Il Premio è organizzato dall’Associazione Culturale Marginalia, e ha il patrocinio dei Comuni di Prato, di Poggio a Caiano e di Carmignano, oltre che della Provincia di Prato e della Regione Toscana.

Un Prato di fiabe, che ogni anno premia autori e illustratori che inviano la loro opera, ha una lunga storia alle spalle e ha visto la partecipazione di alcuni dei nomi più conosciuti nel panorama della letteratura per ragazzi: da Altan, il papà della Pimpa, a Emanuele Luzzati, da Nicoletta Costa a Silver, e poi Paola Zannoner, Lucia Tumiati, Marcello Argilli…

Un Prato di fiabe propone ogni anno varie categorie: scarica qui il bando.

Ma le vere particolarità del Premio sono la sezione dedicata ai più piccoli e la sezione dedicata alle scuole.

Ogni classe, infatti, può decidere di partecipare gratuitamente al concorso scrivendo una favola sia singolarmente – una per ogni alunno – sia collettivamente, con l’aiuto dell’insegnante. Oppure realizzando tante belle illustrazioni!

Partecipare a Un Prato di fiabe può infatti essere un modo divertente e originale per realizzare in classe un laboratorio di scrittura creativa o di disegno.

L’edizione 2021 del Premio ha come tema… la giungla!

Giungla intesa come un luogo ricco di immaginazione, di nuove idee, di persone e animali e piante, di ricordi e obiettivi, di emozioni.

È possibile inviare i propri lavori fino al 30 giugno 2021!

E allora non resta che dire… C’era una volta in una giungla!

Buchi illustrati per aprire passaggi segreti

in Approcci educativi/Arte in galleria/Attività in classe by
Con Marianna Balducci una nuova attività per mescolare disegno e fotografia e… riempire i buchi con delle illustrazioni!

Per spiegare da dove partire quando si mescolano disegno e fotografia a chi si approccia per la prima volta a questa tecnica spesso suggerisco di concentrarsi in prima battuta sugli spazi vuoti. Sono gli spazi che una composizione fotografica ci lascia a disposizione per spostare il peso di quell’immagine da un’altra parte, sono in realtà anche i buchi, gli spazi vuoti, in cui la nostra fantasia trova posto quando osserviamo le cose intorno a noi con attenzione e quelle ci iniziano a suggerire una nuova via per esplorarle e magari trasformarle

In esercizi precedenti abbiamo generato quel vuoto attorno all’oggetto su cui intervenire, mettendolo in scena su uno sfondo neutro che ci lasciasse ampi margini di manovra (recuperate il bestiario immaginario qui). Altre volte quel vuoto lo abbiamo fisicamente portato a spasso per vedere che effetto facesse vestire le nostre storie in presa diretta con le cose del mondo (recuperate gli stencil narranti qui).

Oggi con quel vuoto giochiamo partendo dall’idea che la fantasia a volte sia una dispettosa impicciona, che non si accontenta di girare attorno alle questioni, ma ci vuole andare a fondo a tutti i costi. Oggi apriamo varchi, portali, buchi. 

Tranquilli, non rovineremo niente. La fantasia sarà pure impicciona, ma è molto rispettosa del mondo di cui si nutre. I buchi che andremo a creare saranno immaginari, ma non per questo meno pieni di storie. Come per altre occasioni in cui ci siamo messi a esplorare insieme, vi lascio qualche disegno da cui partire, ma vi invito anche ad inventarne di vostri (salvate e stampate il file in formato A4, divertitevi a fotocopiarlo anche in diverse dimensioni per rendere i buchi disegnati piccoli o giganteschi).

Dei buchi poi non ci accontentiamo: queste aperture sono veri e propri passaggi segreti che conducono verso nuove storie (vi ho suggerito sul mio file come potrebbero cominciare, avete altre idee?). Ecco perché ad ogni varco è associato un personaggio che sbuca fuori o si imbuca dentro (attenzione a ritagliarlo con cura prima di partire con l’esplorazione!).

Fuori o dentro? Questa è già una bella domanda. Se immaginiamo di entrare dentro a un oggetto (un libro, un albero, il cuscino, il pallone, la pentola,…) sicuramente la nostra storia sarà diversa rispetto a quella di chi da quell’oggetto è sbucato fuori. 

Potete procedere posizionando i vostri buchi sia all’aperto che in casa, vi basterà avere sottomano un po’ di nastro carta adesivo o di gommina adesiva removibile, insomma, cose che vi permettano di appicciare temporaneamente il vostro buco su diverse superfici senza rovinarle. Una volta trovato il posto giusto, scegliete angolazione e inquadratura per fotografare la vostra storia.

Per esempio, scegliete quali altri oggetti intorno dovranno essere compresi nell’inquadratura. Il mio coniglio viaggiatore del tempo è sbucato proprio vicino a una misteriosa chiave… sarà quella che gli permetterà di tornare nella sua epoca o che gli aprirà la porta verso nuove dimensioni? Il pigro orso lettore stava cercando da non so quanto tempo una tana in cui trascorrere il letargo coccolato dai suoi libri preferiti e l’ha trovata proprio sul tavolo della colazione… guarda caso, dentro a un goloso pacco di biscotti. Come vedete, i buchi e i personaggi sono in bianco e nero.

Potete lasciarli così e magari divertirvi a virare in bianco e nero la foto successivamente, per vedere come cambia l’effetto, oppure potete colorarli voi. La nostra cagnolina esploratrice sembra immersa in un’atmosfera da vero film di paura nella versione in bianco e nero, davanti a quel libro dalle proporzioni monolitiche che però, sono certa, scoprirà essere molto interessante!

Premio ASIMOV: potere agli studenti!

in Attività in classe/Protagonisti/Spunti di lettura by
Ripercorriamo insieme gli aspetti fondamentali del Premio ASIMOV, che vede gli studenti premiare il miglior testo di divulgazione scientifica pubblicato negli ultimi 2 anni.

20 giorni fa si sono chiuse le iscrizioni per partecipare alla 6° edizione del Premio ASIMOV, che coinvolge quest’anno 16 regioni d’Italia, per un totale di 10.000 studenti delle scuole superiori, oltre a 600 docenti.

Abbiamo già avuto modo in passato di conoscere Francesco Vissani, ideatore e presidente del Premio ASIMOV (trovi qui l’intervista), e anche di parlare con lui nel dettaglio delle caratteristiche del concorso (trovi qui l’articolo).

Ma facciamo un breve “riassunto delle puntate precedenti”, per tutti coloro che non hanno avuto ancora modo di conoscere questo premio dalla dinamica interessante e davvero intelligente, e dove, come sottolinea Vissani, tutte le persone coinvolte sono parte attiva.

Il nome

Isaac Asimov, autore di numerose opere, ha scritto moltissimo nella sua vita. Di scienza, ma non solo. Per questo è stato scelto il suo nome: proprio per abbattere le barriere tra cultura umanistica e cultura scientifica!

Lo scopo

Avvicinare le giovani generazioni alla cultura scientifica, attraverso la valutazione e la lettura critica delle opere in gara.

A chi si rivolge

Agli studenti delle scuole secondarie superiori.

Come funziona

Gli studenti recensiscono una o più opere di divulgazione scientifica selezionate (pubblicate negli ultimi 2 anni), votando quella che secondo loro è la migliore. Ma gli studenti stessi diventano poi concorrenti, in quanto tra tutte le recensioni inviate il Comitato Scientifico premierà le più meritevoli.

L’attività di lettura, analisi e recensione delle opere in gara può essere riconosciuta ai fini dell’attribuzione di crediti formativi, e come percorso per le competenze trasversali e per l’orientamento.

Ruolo degli insegnanti

Fondamentale! Non solo nell’organizzazione del lavoro in classe, riguardo alla scelta del metodo di lavoro sulle opere in concorso, ma in quanto coinvolti nel Comitato Scientifico che seleziona le recensioni migliori.

Da chi è composto il Comitato Scientifico

Oltre che da docenti, da ricercatori, scrittori e giornalisti provenienti dagli Istituti Superiori coinvolti nel progetto, e da importanti realtà scientifiche e culturali nazionali, come INFN, CNR, Radio3Scienza, ALI e CICAP.

Opere in gara in questa 6° edizione

Il 7 febbraio è scaduto il termine entro cui iscriversi al concorso, ma c’è ancora tempo per gli insegnanti per aderire al Comitato Scientifico (qui le info per farlo), e fino al 13 marzo è possibile inviare le recensioni.

La cerimonia conclusiva si terrà il 17 aprile in contemporanea nelle sedi locali dei partners aderenti all’iniziativa, e in autunno avverrà l’incontro nazionale tra l’autore del libro vincitore del premio ASIMOV e gli studenti autori delle migliori recensioni: un momento davvero emozionante!

Lasciamo ora la parola a Francesco Vissani, in questa interessante intervista fatta da Enzo Argante per GREEN Carpet, nella quale il fisico parla, tra le altre cose, del fatto che il rapporto tra giovani e scienza, in Italia,  in realtà sembra essere molto migliore di quanto comunemente si creda. Aggiunge poi:

Secondo me in Italia dovremmo fare uno sforzo maggiore per consentire ai giovani di mettersi alla prova, invece di dire loro cosa fare. Come dire, invece di rimarcare continuamente il nostro ruolo di padri, un po’ più di amore verso quelli che sono nostri giovani fratelli, per me, ci sta tutto.

E noi, non possiamo che essere d’accordo!

Per maggiori informazioni sul Premio, clicca qui per raggiungere il sito dedicato.

Sbadiglia la Città: a caccia di storie sonnacchiose anti-noia

in Approcci educativi/Arte in galleria/Attività in classe by
Con Marianna Balducci ci avventuriamo in una nuova attività anti-noia in giro per la città!

La nuova avventura anti-noia di Marianna Balducci, qualche tempo fa avevamo già immaginato un laboratorio che ci portasse a guardarci intorno, “educando lo sguardo“.

Con il freddo che ci circonda e ci intorpidisce e tutto il tempo trascorso tra le mura di casa, capita di sentirsi un po’ come gli animali in letargo. Le giornate iniziano ad allungarsi, ma ancora troppo poco, le occasioni per incontrarsi scarseggiano e, sempre più spesso, siamo costretti a dare forma a porzioni di tempo vuoto, pesante e, diciamolo, noioso… Proviamo con un’attività anti-noia, prima di cedere nuovamente alla sonnolenza invernale.

Proviamo per un momento a fare quello che facciamo di solito insieme in questo appuntamento: capovolgere il punto di vista.

Un’attività anti-noia: a caccia di sbadigli nella città!

Siamo sicuri di essere solo noi quelli annoiati? 

“Erano mesi che nessuno usciva più se non per necessità o per qualche rara eccezione. La Città era sempre più silenziosa, i cittadini impegnati a convivere con nuovi ritmi e presi da nuove preoccupazioni non le prestavano più le attenzioni di un tempo e si limitavano a lanciarle sonnolente occhiate dalla finestra o frettolosi sguardi al rientro dalle loro occupazioni, giusto il necessario per non inciampare in qualche imprevisto. 

La Città ci aveva pure provato a piazzarlo qua e là, qualche imprevisto: un sanpietrino fuori posto, una perdita nel rubinetto della fontana in piazza, un barile da osteria nel mezzo del vicolo… Ma niente. Nessuno notava più nien-te. 

È così che è iniziata ed è stata da subito contagiosa. No, per fortuna, non era un contagio pericoloso, ma di certo sembrava inarrestabile. Di cosa parlo? Di una luuunga, disteeesa, plaaacida, sonnacchiooosa catena di… sbadigli!”

Vi assicuro che questa storia è vera. Se non mi credete, uscite voi stessi a controllare. Vi servirà una macchina fotografica (o un cellulare), una certa conoscenza delle forme tonde e tondeggianti (come andate in geometria?) e una eroica resistenza agli sbadigli che, lo sapete, si appiccicano addosso appena li captiamo anche solo da lontano.

“La Città impigrita sbadigliava continuamente. Qualche volta sembrava accennare un piccolo sforzo a mettere almeno una mano davanti alle sue bocche, come vuole la buona educazione, ma quelle si spalancavano senza preavviso ad ogni angolo. 

Non la si poteva biasimare, in fondo. Non vedendo più nessuno in giro, aveva iniziato ad annoiarsi davvero tantissimo. Prima che i brutti pensieri prendessero il sopravvento (“E se mi avessero abbandonata per sempre?”), aveva deciso che un sonnellino magari le avrebbe fatto pure bene, che la siesta in certi paesi è quasi un’istituzione, che tanto aveva il sonno leggero e presto si sarebbe ripres….zzzzzzzz.”

Mi raccomando, fate piano. Quando vi muoverete per le strade a caccia di sbadigli, siate rispettosi.

A nessuno piace essere svegliato di soprassalto, neppure alle Città.

Il vostro campionario di sbadigli cittadini dovrà essere il più completo e scrupoloso possibile. Ci sono sbadigli di alto profilo come quelli delle facciate delle case piene di finestre, sbadigli tunnel che ti ci perdi dentro tanto sono profondi come quelli delle grondaie, sbadigli minimi come quelli dei tombini che non aprono troppo la bocca per non far cascar dentro qualcuno.

Schedate tutti gli sbadigli urbani che riuscirete a trovare, prendendo appunti su tipologia, qualità e intensità (non dimenticate di scrivere dove li avete incontrati).

Tornati a casa, stampateli per poterli archiviare al meglio e completate le fotografie aggiungendo occhi e dettagli e trascrivendo i vostri appunti. 

“La Città era sicura di aver sognato: un mucchio di piedini e diverse paia di occhi curiosi dotati di strampalati dispositivi l’avevano percorsa in lungo e in largo. All’inizio le erano sembrati molto invadenti e l’avevano fatta sentire un po’ in imbarazzo (sembravano lì a coglierla di sorpresa ogni singola volta che le scappava uno sbadiglio…), ma poi le erano sembrati anche così familiari. Le ricordavano dei cari amici che non venivano a trovarla da un po’. Si era perciò ripromessa che, una volta sveglia del tutto, anche lei si sarebbe guardata intorno con maggior attenzione, per poterli riconoscere e così ritrovare.”

Fare e vedere teatro a scuola: ecco perché è necessario

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Dire, fare, vedere teatro: la perfetta armonia tra razionalità e creatività tra i banchi di scuola.

Sicuramente anche tu, nel tuo lungo percorso scolastico, ti sei avvicinato/a almeno una volta al fare e vedere teatro. Chi non ricorda, infatti, di aver preso parte ad una recita di fine anno, seppur nei panni del cespuglio immobile in 3° fila (comunque con una sua utilità ai fini della storia)?

Fare teatro è un’esperienza che coinvolge, fa riflettere, emoziona, avvicina agli altri; che siano le emozioni dei compagni sul palco, o l’empatico sentire del pubblico in ascolto.

Il medesimo turbinio di emozioni – dallo spegnersi delle luci in sala e il dissolversi del brusio, fino agli applausi finali – lo vive anche chi ne è spettatore.

Nella nostra società, in cui si moltiplicano le piattaforme social, è ancora uno strumento valido il teatro a scuola?

Oggi più che mai, con alunni che – figli dell’era Hi-Tech – mangiano pane e video Tik Tok, il teatro rappresenta uno strumento valido ed efficace. Contrasta infatti la loro grande incapacità di mantenere l’attenzione e la concentrazione, arricchisce le capacità creative e comunicative, migliora il lavoro di gruppo. Anzi, lo costruisce e fortifica, il gruppo.

Un gruppo da cui nessuno è escluso: al suo interno non esiste un qualcosa che non si sa o che non si riesce a fare, e le caratteristiche di ognuno/a trovano qui la propria dimensione.

Se ci fermiamo un attimo a pensare, il fare teatro appartiene all’istinto di ogni bambino/a che, in gruppo o da solo/a, si diverte giocando a “fare finta che”.

Facciamo finta che io sono una principessa e tu sei un principe, e voliamo con i nostri unicorni sopra l’arcobaleno, fino ad arrivare a toccare il sole?

Due personaggi, una storia, tanta fantasia: il teatro è servito.

Dunque l’attività teatrale è puro estro ed emozione?

Sicuramente è un  ottimo mezzo per il recupero della propria affettività, della propria immaginazione e creatività; non è però da intendersi solo su un piano puramente irrazionale.

L’attività teatrale è infatti anche costruzione, processo cognitivo, tecnica. Dunque, pura razionalità.

All’interno del programma didattico, l’attività teatrale – diversa dalla teatralizzazione – si pone come un lavoro trasversale. Ben impostata, si interseca con l’educazione linguistica e psicomotoria dell’immagine, del suono, della musica, ma anche con la storia, la geografia e – incredibile! –  persino con la matematica.

Come una qualsiasi materia scolastica, anche l’attività teatrale deve essere:

  • programmata annualmente
  • diluita nell’arco dell’anno
  • seguita da un operatore teatrale esterno, affiancato dal docente disposto a “mettersi in gioco”, con preferibilmente alle spalle corsi/laboratori di teatro

È bene ricordare di non separare le 2 componenti dell’attività teatrale: il fare e vedere teatro si prendono a braccetto e si rafforzano vicendevolmente, andando ad integrare con perfetta armonia quegli aspetti di razionalità e creatività spesso tenuti separati nella scuola.

Orto didattico, come e dove farlo coinvolgendo i bambini

in Attività in classe by
Alcune semplici regole per realizzare un orto didattico in classe: parliamone con Sergio Ferli, del Giardino dei Semplici di Firenze

Qual è il luogo giusto per realizzare un orto didattico della classe? Quali sono i semi o gli strumenti più utili per i bambini? Sono tante le domande che un insegnante si pone prima di realizzare con i propri studenti un orto didattico.

Abbiamo deciso di parlarne con una persona esperta, Sergio Ferli, della sezione didattica del Giardino dei Semplici di Firenze, che per anni ha seguito molte classi nella realizzazione di orti didattici all’interno di una cornice davvero unica.

Pensate che il Giardino dei Semplici è il terzo orto botanico al mondo per antichità! La sua origine risale addirittura al 1545, quando Cosimo I de’ Medici affittò il terreno dal Monastero di San Domenico in Cafaggio, con l’obiettivo di realizzarci un orto botanico per piante officinali, dette appunto “semplici”.

Oggi il Giardino dei Semplici dell’Università di Firenze, oltre a racchiudere importanti collezioni botaniche, è un luogo ideale per far conoscere ai più piccoli la magia di creare un orto…

Grazie di averci incontrato. Subito la prima domanda: quali sono le cose che un insegnante deve assolutamente sapere prima di realizzare un orto didattico?

Credo che un minimo di nozioni agronomiche siano indispensabili, meglio non affidarsi all’improvvisazione! Esistono delle regole e dei criteri che non possono essere elusi: la stagionalità delle culture, sapere quando è giusto seminare un seme, conoscere lo stato fisico del terreno… Certamente non è difficile, ci possiamo affidare all’esperienza dei nostri anziani e consultare manualetti di giardinaggio.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di un orto verticale e di un orto orizzontale?

L’orto orizzontale rispecchia la tradizione “abbiamo fatto sempre così”. Se questa domanda la facciamo a un contadino con qualche anno di esperienza sulle spalle, quello si mette a ridere.

L’orto verticale ha sicuramente dei vantaggi: spazio, risparmio idrico, migliore sfruttamento del terreno, visibilità e semplice approccio anche per i neofiti. Personalmente, come costruzione mentale sono più legato a quello orizzontale, certo capisco i benefici di quello verticale. All’anziano contadino dobbiamo far capire le differenze e allora anche lui collaborerà…

Di quali strumenti hanno bisogno i bambini per lavorare?

Di poche cose, attrezzi semplici quali: zappette, piccoli rastrelli, palette, guanti e grembiulini. È importante spiegare loro che quello che fanno non è un gioco, farli sentire protagonisti di un evento; è facile cascare poi nella sostenibilità, bellezza della natura e toccare con mano da dove viene il cibo che troviamo sui banchi del supermercato. Dire loro che tutto questo costa fatica e sudore e che in natura nulla è scontato; basta una gelata tardiva, una stagione piovosa e molto frequente una tromba d’aria per compromettere un raccolto…

Quali sono i semi o le piante migliori?

Semi molto veloci a germinare: zucche, fagioli, mais, ceci, lenticchie e baccelli. Per gli altri ortaggi (insalate di ogni tipo, peperoni, pomodori, melanzane ecc.), la tentazione di comperarli sul mercato sembrerebbe la soluzione migliore ma questo ci pone un problema ecologico, quale lo smaltimento di vasini, vassoi e contenitori in plastica. Si possono invece comperare i semi e farli seminare ai bambini.

Quali sono secondo lei i benefici più importanti per i bambini?

I benefici possono essere molteplici e tutti di grande interesse educativo sia sul piano personale che sui primi rudimenti in agricoltura. I bambini sono delle vere “spugne” e riescono sempre a sorprendere!

Parlando di ecologia, i bambini con questa esperienza hanno la possibilità di toccare con mano e capire cos’è veramente la terra, che non è solo il supporto delle piante ma l’origine stessa della vita. Dare il proprio contributo in un orto didattico li rende poi più responsabili, più “amici” dell’ambiente. Possono inoltre comprendere il vero spirito dell’agricoltura di una volta, quando si coltivava quello che serviva per mangiare, dimenticando le regole del mercato e della logica del guadagno facile e veloce, che nel tempo ha portato grandi problemi all’ambiente.

Creare un’ecosfera in un barattolo

in Attività in classe by
Coinvolgiamo la classe in un divertente esperimento sulla biodiversità: creiamo una vera ecosfera all’interno di un barattolo di vetro

Poter realizzare un’ecosfera in un barattolo e vedere da vicino come si forma e si sviluppa la biodiversità rappresenta per le ragazze e i ragazzi il modo migliore per avvicinarsi a un argomento scientifico così importante e straordinario. È quello che ha fatto uno youtuber inglese specializzato nella realizzazione di ecosfere, terrari, acquari e paludari: un modo diverso per studiare alcuni argomenti scientifici, un’idea che i docenti potrebbero portare con successo nelle classi e nei laboratori scolastici.

Di cosa c’è bisogno per creare l’ecosfera in un barattolo? Terriccio per stagni, sabbia per orticoltura, alcune piante, acqua e naturalmente un contenitore in vetro, tutti elementi facili da procurare e da portare in classe.


Per capire invece come procedere passo passo nella realizzazione, bisogna guardare il video qui sotto:


Il risultato è incredibile: un’ecosfera ricca di biodiversità, che possiamo conservare anche all’interno di una classe, e che possiamo osservare giorno dopo giorno.


Per comprendere meglio l’importanza dell’esperimento e poterlo raccontare agli studenti, abbiamo posto alcune domande alla dottoressa Maria Costanza Andrenelli, geologa e ricercatore presso il CREA-AA Centro di Ricerca Agricoltura e Ambiente – Firenze.

Grazie dottoressa. La prima domanda è quella che qualsiasi studente le farebbe dopo aver visto questo video: com’è possibile creare una simile concentrazione di biodiversità con elementi così semplici?

Come fa ben notare la Commissione Europea “In una manciata di terra (100 g) possiamo trovare un mondo di organismi viventi”: oltre 10.000 specie tra batteri, funghi, insetti, protozoi e nematodi oltre a radici di piante ed ife fungine.

Ci può spiegare qual è il ruolo del terriccio di base?

I batteri di batteri decompositori presenti in abbondanza nel terriccio producono un nutrimento facilmente assimilabile da parte delle piante.

Che tipo di piante potrebbero usare gli insegnanti e gli studenti per realizzare l’ecosfera?

Piante palustri comuni, se si predispone un settore con disponibilità costante di acqua, altrimenti una pianta tipo edera o dicondra, seminata.

Come potrebbero organizzare gli studenti le osservazioni e quali sono gli elementi, secondo lei, più importanti da prendere in considerazione?

Se l’ecosfera prevede solo l’inserimento di piante, allora l’attenzione dovrà essere riposta sullo sviluppo vegetativo della pianta dalla germinazione fino alla fase di senescenza, ma anche sul ciclo vitale giornaliero della traspirazione e respirazione.

Grazie e buon lavoro!

Lettera, busta e francobollo: Natale si avvicina

in Attività in classe by
Una risposta all’abbuffata di DAD: una divertente e semplice attività da proporre per Natale per riscoprire il valore di inviare e ricevere una lettera

Natale si avvicina e – malgrado la difficile situazione che la scuola sta vivendo a causa dell’emergenza legata alla pandemia – si avvicina anche il momento in cui possiamo ritrovare gli affetti più cari. Quest’anno è stato caratterizzato dalla lontananza, a causa dei conseguenti lockdown. La lontananza dalle persone a cui vogliamo bene, dai parenti e dagli amici; la lontananza dai luoghi che frequentiamo abitualmente, dalla classe e dai giardini.

Scriviamo una lettera!

Ecco allora una semplice attività di scrittura per prepararsi nel migliore dei modi all’arrivo delle feste natalizie, e far scoprire ai più piccoli la bellezza di scrivere e ricevere una lettera da una persona cara.

Diciamo subito agli studenti che quest’anno, per Natale, ognuno di loro avrà il compito di scrivere una lettera a una persona. Probabilmente nessun bambino delle nuove generazioni ne ha mai scritta o ricevuta una, e non hanno mai avuto uno scambio epistolare. La comunicazione scritta passa ormai attraverso i social o la posta elettronica. Ma vogliamo mettere la gioia e il mistero di ricevere una comunicazione personale che ha la consistenza, la fisicità e forse anche il profumo della persona cara che ce l’ha inviata?

Un gesto che parla di “noi”

Questa, quindi, è anche un’occasione per scoprire ed esplorare un genere che ha accompagnato grandi e piccoli per secoli, e che nel tempo ha ispirato romanzi e racconti. I più piccoli scopriranno che scrivere una lettera non è come mandare un messaggio, ma è un gesto che ci porta a parlare di noi stessi, a ordinare degli eventi, a dare un punto di vista. Per questo motivo, l’attività qui proposta può essere utilizzata come risorsa per il programma di Italiano.

Non dobbiamo inoltre dimenticare che imparare a scrivere una lettera è stato per molto tempo, fino agli anni Settanta del secolo scorso, una delle competenze che dovevano raggiungere gli scolari alle elementari. I vecchi sussidiarsi sono infatti pieni di esempli epistolari che, se possibile, sarebbe bello condividere con i bambini.

Se questa attività vi piace e la proporrete in classe fatecelo sapere!
Aggiungete un cuore alla mappa della posta di Natale!

Adesso prendiamo carta e penna

Prima di cominciare, ogni studente deve pensare alla (o alle) persona cara a cui indirizzare la propria lettera, che potrà essere un nonno, una zia o un cugino. Una volta fatta la scelta, sarà necessario avvertire questa persona dicendole che per le feste riceverà una lettera, e che a sua volta avrà il compito di scriverne una di risposta. In questo modo, il giorno di Natale, ogni bambina e bambino non avrà solo donato la sua lettera, ma ne avrà ricevuta almeno una tutta per sé da leggere!

Per quanto riguarda la stesura della lettera, spieghiamo agli studenti che si comincia sempre con l’indicazione del luogo in cui è stata scritta (cioè la città o il paese) accompagnata dalla data, da posizione in alto a destra; che è gentile informarsi su come sta il nostro amico di penna; che possiamo raccontare quello che abbiamo fatto, come un fatto divertente o un avvenimento emozionante; che ogni lettera si chiude con i saluti e la firma.

Se vedete che l’argomento interessa i bambini, potete consigliare delle letture di romanzi epistolari adatti alla loro età, da leggere proprio per le vacanze natalizie. Ecco alcuni esempi:

– Il classico di Jean Webster, Papà Gambalunga, che racconta la storia di una bambina orfana e del suo misterioso benefattore.

– Il romanzo di Emanuela Nava, Coccodrilli a colazione che racconta la corrispondenza tra una bambina italiana e un bambino africano.

– Il romanzo di Christine Nöstlinger, Cara Susi, caro Paul, che raccoglie le lettere di due amici lontani.

Giocare, creare, imparare… un laboratorio di colori!

in Approcci educativi/Attività in classe by
Per i più piccoli, i colori sono uno strumento privilegiato per giocare con le emozioni e sviluppare la creatività: ecco un’attività da fare in classe

Perché giocare con i colori? Perché sono naturalmente un mezzo privilegiato per giocare con l’arte e con le forme di comunicazione visiva, oltre che per parlare di emozioni. Per realizzare l’attività, avremo bisogno di carta da pacchi bianca, va bene anche un rotolo da tagliare in fogli, e tanti colori diversi: vanno bene le tempere o gli acquerelli, le matite o i pennarelli, ma anche le tempere a dita che piacciono molto ai bambini.

Dividiamo la classe in 6 o 7 gruppetti, quindi affidiamo a ogni gruppetto un foglio e un colore. Ogni gruppo avrà dunque il compito di disegnare, sul proprio foglio, tutti gli animali, le cose, le emozioni, la frutta e altro ancora che abbiano a che fare con quel colore!

Ecco qualche suggerimento per aiutare i bambini.

Il gruppo blu, sul proprio foglio, potrà disegnare e colorare un’onda del mare, un mirtillo, un paio di jeans, la terra vista da lontano, una balenottera azzurra…

Il gruppo verde, sul proprio foglio, potrà disegnare e colorare la chioma di un albero, un coccodrillo, un pistacchio, una rana, una foglia di menta, un bambino verde di rabbia…

Il gruppo giallo, sul proprio foglio, potrà disegnare e colorare un sole con i raggi, un canarino, un limone, una giraffa, un girasole, uno scuolabus…

Così faranno anche gli altri gruppi con gli altri colori, ognuno sul proprio foglio.

Una volta che ogni gruppo avrà terminato la sua piccola mostra, appendiamo i fogli sul muro della classe. Poi sveliamo che tutti i colori di cui abbiamo parlato, ma anche quelli che non abbiamo preso in considerazione, si possono ottenere partendo da solo tre colori: il blu, il giallo e il rosso. Sono i colori primari. È mescolando i colori primari tra loro, che otteniamo i colori secondari e mescolando ulteriormente i colori secondari con i colori primari, otterremo nuovi colori e nuove sfumature!

Sono molti i libri a cui possiamo attingere per realizzare in classe delle attività sui colori. Tra i più noti ricordiamo: La fabbrica dei colori, che raccoglie alcuni dei laboratori ideati e realizzati da Hervé Tullet.

Oppure Facciamo i colori, pieno di ricette e idee per dipingere e giocare con la natura.

A proposito di colori e creatività, Librì Progetti Educativi e Carioca hanno realizzato un percorso didattico esclusivo rivolto agli insegnanti della scuola dell’infanzia. Sono Gli Scarabocchioli. Gioca, crea e impara, grazie al quale ogni insegnante potrà ricevere gratuitamente un kit didattico ricco di tanti materiali e accedere a strumenti digitali di formazione.

Per maggiori informazioni, è possibile consultare la pagina dedicata sul sito di Librì Progetti Educativi.

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AIRC, una costellazione da scoprire

in Attività in classe by
Arriva nelle scuole la sesta edizione di “Una Costellazione luminosa”, la campagna educativa realizzata in collaborazione con Fondazione AIRC, per parlare di salute e stili di vita

Ricerca, alimentazione, attività fisica e soprattutto dono: sono alcune delle parole che le classi che hanno aderito alla campagna educativa “Una costellazione luminosa” potranno scoprire. Un progetto didattico che in questi anni ha coinvolto con successo oltre 350.000 studenti della scuola primaria di tutta Italia e le loro famiglie, grazie ai 15.000 kit consegnati gratuitamente nelle classi.

Quest’anno la campagna educativa si arricchisce con importanti novità! Oltre ai materiali del kit didattico, tra cui troverete la guida e il divertente libro illustrato per gli studenti, gli insegnanti e gli alunni avranno l’opportunità di avere strumenti digitali da utilizzare in classe e a casa.

Con la nuova edizione 2020/21, AIRC, con il sostegno di UniCredit Foundation, ha infatti deciso di supportare la digitalizzazione della scuola, dando la possibilità a tutti gli insegnanti che ne faranno richiesta di aprire una bacheca digitale su padlet.com per partecipare al concorso legato alla campagna.

La nuova offerta formativa comprende inoltre costellazione.airc.it, un sito ricco di materiali e strumenti per approfondire i contenuti della campagna e realizzare tante attività. Il sito, pensato per rivolgersi agli studenti grazie alla mediazione dell’insegnante, può essere utilizzato anche con la LIM e vuole esplorare le parole di AIRC.

Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro è un ente che da più di cinquant’anni anni si occupa di supportare la ricerca sui tumori, sostenendo inoltre progetti per creare consapevolezza anche nelle nuove generazioni.

Giochiamo con i ritratti scomposti

in Arte in galleria/Attività in classe by
Una galleria di ritratti scomposti piena di tanti personaggi fantastici ed emozioni!

Chissà quante volte ci è capitato di imbarazzarci un po’ davanti all’obiettivo quando stavano per farci una foto. Anche se siamo disinvolti, non è scontato prendere subito confidenza con l’occhio fotografico, specialmente se siamo i soggetti di ritratti, di immagini che dovrebbero quindi coglierci a pieno e, in qualche modo, metterci al centro di un ideale palcoscenico, davanti a tutti.

Chi siamo quando veniamo fotografati?

Siamo un po’ noi e un po’ no. Siamo quello che abbiamo voluto mostrare e quello che non siamo riusciti a nascondere. Siamo quello che, a volte, nemmeno sapevamo di essere… ma che il fotografo ci ha rivelato.

Il ritratto fotografico non è solo un genere, è il frutto di un certo tipo di sguardo rivolto verso l’altro, a caccia di espressioni e peculiarità che rendano quel volto interessante. Quando guardiamo il ritratto fotografico di uno sconosciuto ci viene spontaneo iniziare a immaginare chi sia, che gusti abbia, cosa stia provando in quel momento. Iniziamo a familiarizzare con un’intimità immaginata, proprio come faremmo col personaggio di una storia.

Con la nostra ormai consueta pratica di mix tra disegno e fotografia, proveremo questa volta a giocare coi ritratti, mettendoci in scena come veri e propri personaggi, e lasciando che il disegno ci aiuti ad abbandonare le inibizioni e soprattutto a suggerire nuove storie.

Al bando le espressioni fisse e imbarazzate, esorcizziamo la compostezza (soprattutto quella che siamo comunque costretti a praticare, restando a distanza di sicurezza in questi mesi) e cimentiamoci nei ritratti scomposti! Ci trasformeremo in facce completamente nuove, ci mescoleremo i connotati, li ridisegneremo letteralmente per interpretare un ruolo nuovo e posare senza paura davanti alla macchina fotografica o al cellulare dei nostri compagni.

Non è la prima volta che vi invito a indossare quella che, in fondo, è una maschera ma, se in precedenza abbiamo chiamato in causa le maschere tribali e il loro potere evocativo, stavolta ci sarà più utile pensare a quelle del teatro antico.

Dal teatro greco al teatro Noh giapponese, le maschere avevano il compito di rappresentare le emozioni dei personaggi per renderli riconoscibili e leggibili anche a una certa distanza. Che ci fossero dietro uomini o donne non aveva più importanza, il personaggio diventava il fulcro assoluto dello sguardo, tragico o comico che fosse. Nel teatro giapponese addirittura era il modo in cui la luce ricadeva sui profili intagliati della maschera a generare le sfumature della messa in scena.

Come creare le nostre maschere

Proprio come nel teatro, anche nel nostro caso sarà importante esagerare quando affronteremo il primo step ovvero disegnare su uno o più fogli, con un pennarello nero, i connotati dei nostri personaggi. Esatto, non disegneremo maschere complete ma paia di occhi, compilation di labbra, collezioni di nasi: potete dedicare un foglio A4 a ogni pezzo (un foglio per gli occhi, un foglio per le labbra, uno per i nasi).

L’accortezza sarà non disegnarli troppo piccoli perché dovranno sovrapporsi ai nostri (se invece esagerate coi volumi, l’effetto sarà molto divertente!).

Vi lascio qualche foglio disegnato da me che potete stampare e usare per fare delle prove, se non sapete da dove cominciare. Occhi mostruosi, occhi dolci, occhi pazzi, labbra felici, bocche boccacce, nasi importanti, becchi adunchi…

Si potrà decidere anche di disegnare e poi fotocopiare, mescolare e infine distribuire casualmente i fogli con cui giocheremo. I singoli elementi andranno poi ritagliati (non è necessario essere troppo precisi, l’effetto finale sarà un po’ cubista ma comunque efficace) e dovremo scegliere finalmente quali indossare!

Basterà un po’ di nastro adesivo di carta (delicato sulla pelle e comunque da tenere per pochi secondi) da arrotolare dietro ai singoli pezzi che andremo a posizionare sulla nostra faccia… alla cieca! Niente buchi per gli occhi, il rischio di attaccarci sul viso occhi storti e nasi sghembi farà parte del gioco. Sarà lo scatto fotografico a rivelarci quale personaggio abbiamo messo in scena dopo il nostro collage pazzo.

E adesso… fotografiamoci!

Ci si fotograferà a turno (o con la complicità dei grandi coinvolti) e il mio consiglio è di convertire poi le foto in bianco e nero: il bianco e nero neutralizza quanto resta dei nostri connotati reali e ci aiuta a concentrarci sulle forme e sui nuovi segni che il viso ospita. Ne uscirà una galleria di ritratti scomposti a cui dovremmo naturalmente attribuire nomi, titoli e didascalie che potranno poi diventare protagonisti di storie tutte da scrivere o di una mostra di classe.


Approfondimento

Se ti interessa l’argomento e vuoi approfondire con degli strumenti, abbiamo pensato a una selezione per te.

Gli albi illustrati per creare un buon gruppo classe

in Approcci educativi/Attività in classe/Senza categoria by
Tre attività di laboratorio che, partendo dalla lettura di albi illustrati, ci aiutano a impostare un buon gruppo classe fin dall’inizio dell’anno

Durante il lockdown, bloccata come tutti a casa, ho pensato di usare il (poco) tempo libero per approfondire un tema che negli ultimi anni mi ha molto incuriosita: l’uso degli albi illustrati nella didattica.

Mi sono iscritta così a un corso di perfezionamento in “Letteratura per l’infanzia” che mi ha portato ad approfondire l’argomento dal punto di vista letterario, pedagogico e didattico.

Alla fine del percorso di studi ho elaborato una tesina che, partendo dall’uso degli albi illustrati come attivatori emotivi e cognitivi, tenta di fornire strumenti pratici e strategie per affrontare uno dei periodi più delicati dell’anno scolastico: l’inizio.

Il mio lavoro è rivolto alle classi secondarie di primo grado dove insegno italiano, storia e geografia, ma con qualche aggiustamento è sicuramente valido anche per altri gradi di scuola.

La mia tesi parte da un concetto molto semplice, a cui sono arrivata con l’esperienza ma che è anche scientificamente sostenuto, ovvero: si impara meglio e di più, quando in classe c’è un buon clima!

Leggiamo nelle Indicazioni Nazionali per il Curricolo: “Particolare cura è necessario dedicare alla formazione della classe come gruppo, alla promozione dei legami cooperativi fra i suoi componenti, alla gestione degli inevitabili conflitti indotti dalla socializzazione.”

In tanti anni di lavoro a scuola mi sono resa conto di come il gruppo classe influisca in modo forte nell’apprendimento di ciascun membro, trainando, se positivo, alunni in difficoltà, e spegnendo, se negativo, ogni desiderio di stare a scuola!

Ho visto classi eccellenti dove però vigeva un clima freddo senza relazione e dove ognuno pensava a se stesso, così come ho visto classi camminare davvero insieme cercando di  non lasciare indietro nessuno.

Capitare in una buona classe è certo questione di fortuna, ma credo sia indispensabile dedicare una parte dell’anno – la prima – a conoscere i ragazzi, a fare in modo che conoscano i loro compagni e decidere con coscienza quale direzione prendere come gruppo classe.

Il percorso che ho progettato si divide in tre incontri da circa 2 ore ciascuno.

– Il primo incontro si intitola “Chi sono io?” durante il quale, attraverso alcune attività, ogni ragazzo sarà invitato a riflettere su se stesso e a condividere le proprie riflessioni con agli altri.

Nel secondo incontro, intitolato “Io e gli altri”, l’obiettivo è quello di riflettere sui tanti rapporti che si possono impostare in un gruppo classe e più in generale in un gruppo.

Nel terzo incontro, intitolato “La Classe in gioco: regole e obiettivi condivisi per camminare insieme”, i ragazzi saranno invitati a scegliere quale tipo di classe vorrebbero avere e a darsi alcune regole per convivere bene.

Primo incontro: “Chi sono io?”

È la domanda a cui tutti cerchiamo di dare una risposta, per trovare un posto nel mondo e la motivazione per sopravvivere nei momenti difficili.

La scuola secondaria di primo grado è la scuola in cui comincia l’età della metamorfosi, l’età dello sviluppo; i maschi tardano un po’, le femmine di solito anticipano ma i grandi cambiamenti, sia mentali che fisici, cominciano a cavallo di questi tre anni.

Questo periodo della vita non per tutti è uguale naturalmente: c’è chi lo affronta come un momento desiderato in cui finalmente si cresce, si cambia forma, si diventa alti, barbuti, formosi, si diventa grandi…

Per alcuni invece la metamorfosi è una grande fatica: a metà fra l’infanzia e l’adolescenza, questo momento di passaggio è un cambiamento non desiderato che va a complicare magari altre situazioni.

Volenti o nolenti comunque, in questi tre anni avvengono o cominciano cambiamenti importanti nella mente e nel corpo; e in tanti, guardandosi allo specchio, faticano a riconoscersi.

Come aiutare i nostri ragazzi a riconoscere quell’estraneo che da tempo ormai li guarda dallo specchio? Per prima cosa possiamo far notare che quello non è proprio un vero estraneo! In effetti nello specchio ci sono sempre io con le mie caratteristiche, solo un po’ diverso; il primo passo quindi è riconoscere quella parte di me che ancora c’è e che probabilmente ci sarà sempre.

Ecco quindi che l’estraneo non è più tale, ed il compito è più semplice: si tratta di conviverci fino a quando la figura nello specchio diventerà famigliare.

Come traghettare i ragazzi nel conoscere e riconoscere se stessi?

Per riconoscermi e poi conoscermi ho necessità di sapere chi sono ed ecco perciò la domanda che apre il primo laboratorio. Credo che per stare bene con gli altri prima sia necessario stare bene, almeno un po’, con noi stessi, per questo il percorso comincia con un lavoro personale.

Le tre regole

Cominciamo il primo dei tre incontri dedicando un po’ di tempo alla presentazione del progetto in generale con i suoi obiettivi, le sue tempistiche e le sue regole; per riuscire a creare un buon clima in cui tutti si sentano liberi di esprimersi è necessario partire da tre atteggiamenti fondamentali: l’ascolto reciproco, il rispetto e la compartecipazione. L’enunciare queste regole non vuol dire che saranno rispettate sicuramente dai ragazzi, ma riuscire a rispettarle è un obiettivo a lungo termine, da ribadire di volta in volta senza stancarsi. Per realizzare l’attività ci mettiamo in cerchio, che è la più democratica fra le figure geometriche!

Perché usare gli albi illustrati

Dopo la presentazione entriamo nel vivo dell’esperienza dedicando circa 20, 25 minuti alla lettura ad alta voce degli albi scelti dall’insegnante. Nella mia tesi ho dedicato un intero capitolo al perché scegliere gli albi illustrati per cominciare un progetto ma qui, per questioni di praticità, citerò i motivi principali lasciandovi alla lettura di testi completi sulla questione scritti da insegnanti che da anni li usano nella didattica.

Nella mia personale esperienza mi sono resa conto che un albo illustrato, se ben progettato, può davvero essere una porta per entrare in altri mondi e per questo è molto utile all’inizio di un’attività di laboratorio, per introdurre l’argomento. Il “raccontare” in generale, se ben fatto, trasporta l’ascoltatore in un’altra dimensione in cui vi scivola spesso in modo incosciente.

La scelta degli albi illustrati come apertura di un’attività di laboratorio è motivata quindi dalle molteplici capacità di questo genere letterario: parlare un linguaggio profondo e polisemico, che unisce parola e immagine; mostrare punti di vista differenti; avere per ciascuno di noi un significato diverso in base all’esperienza vissuta; parlare in modo trasversale a piccoli e grandi ecc…

Un altro aspetto importante degli albi illustrati è quello di saper creare meraviglia e curiosità, entrambe emozioni che aiutano i ragazzi nel loro processo di apprendimento. Infine, ma non certo per importanza, mi affascina la gratuità del gesto della lettura ad alta voce perché, oltre ad essere dono, è anche creatore di relazione intima e positiva. Nella mia esperienza personale chi ha  potuto essere fruitore di lettura ad alta voce, diventa a sua volta dispensatore di essa creando un circolo virtuoso di dono e relazione.

Per questa parte del percorso (Chi sono Io) ho selezionato alcuni albi che conosco, ma naturalmente potrebbero essercene tanti altri…

“Dentro me”, A. Cosseau, Topipittori, 2008

“Casa di Fiaba”, Giovanna Zoboli e A. E. Laitinen, Topipittori, 2013

“Io sono Io”, Maria Beatrice Masella e J. Muñiz , Il leone verde, 2015

 “A che pensi”, L. Moreau, Orecchio acerbo 2012

Dopo la lettura appoggiamo un cartellone bianco sul pavimento in mezzo al cerchio e chiediamo ai ragazzi di ripetere a voce e poi scrivere alcune immagini, frasi o parole che la lettura ha fatto risuonare dentro di loro.

Dopo qualche minuto di “risonanza” togliamo il cartellone e consegniamo a ciascun ragazzo un foglio A4 con disegnato un omino stilizzato al centro; questo foglio sarà il nostro “attivatore grafico” che servirà ai ragazzi per riflettere su se stessi. Da alcune parti del corpo dell’omino partono delle frecce che terminano in fumetti; all’interno dei fumetti ci sono alcune domande: cos’ho in mente? Cosa so fare? Quali sono le cose che mi danno equilibrio? Ecc…

Una volta spiegata l’attività ogni alunno è invitato a cercarsi “un angolino” della classe dove svolgere, da solo, il lavoro richiesto.

Terminato il tempo del lavoro personale comincia la riflessione nel gruppo. Il lavoro di riflessione su se stessi è di per sé già molto utile ma lo è ancora di più se condiviso con altri e questo per alcuni motivi:

• ascoltando gli altri imparo sempre qualcosa su me stesso

• ascoltando gli altri vedo altri punti di vista.

• nell’ottica di dover condividere con i membri della classe tre anni di scuola, è utile e piacevole conoscere meglio gli altri membri della classe non limitandoci ad una conoscenza superficiale.

Messe in chiaro queste cose e ribadite le tre regole spiegate all’inizio del laboratorio, si comincia il giro di presentazione. 

Concludiamo il primo incontro incollando tutti i nostri “me stesso” su un cartellone che appenderemo in classe.

In copertina “Dentro me”, A. Cosseau, Topipittori, 2008

Un soffio di energia fra i banchi

in Approcci educativi/Attività in classe by
Per iniziare l’anno scolastico con nuova energia e risorse per docenti e studenti

Mai come per questo nuovo anno scolastico c’è bisogno di un soffio di energia e una ventata di novità per supportare gli studenti (e gli insegnanti).

Allora aggiungiamo un segnalibro importante alle nostre pagine preferite e andiamo a esplorare la ricca proposta editoriale di Librì Progetti Educativi,  casa editrice specializzata in kit didattici gratuiti per tutti gli ordini scolastici.

Scopriamo insieme i temi proposti per questo nuovo anno scolastico

Scuola Primaria: #accoglienza, #inclusione, #sostenibilità, #ambiente, #economia, #ricercascientifica e #stilidivita.

Scuola Secondaria I: #gentilezza, #inclusione, #sostenibilità, #ambiente e #riciclo della plastica.

Perché gratuiti? Grazie (è il caso di dirlo!) al sostegno e alla collaborazione di tanti enti pubblici e aziende private, sensibili alla formazione delle nuove generazioni, Librì Progetti Educativi realizza dei kit didattici che ogni insegnante può prenotare gratuitamente e ricevere direttamente in classe senza alcun costo di nessun genere.

Ogni kit è composto da una guida docente e 25 copie di materiali didattici da distribuire agli alunni, oltre a poster e materiali per la classe. Ogni kit è una grande risorsa per gli alunni e per i docenti.

Le campagne educative di Librì Progetti Educativi, sono sempre collegate a concorsi nazionali a premi, che rappresentano il momento finale del percorso didattico e permettono alle scuole di ricevere tanti utili materiali didattici.

Librì Progetti Educativi è una casa editrice accreditata presso il MIUR, in grado di rilasciare, per ogni percorso educativo, attestato delle ore formative per il curriculum del docente.

Alcuni esempi di campagne educative?

Bentornati a scuola | Scuola Primaria

Un kit didattico dedicato al rientro a scuola dopo l’emergenza covid-19. Per affrontare e elaborare in classe le paure e le preoccupazioni suscitate dalla lunga interruzione didattica.

Una costellazione luminosa | Scuola Primaria

Ricerca scientifica, e stili di vita al centro della proposta realizzata in collaborazione con AIRC e arrivata quest’anno alla decima edizione con tante novità

Gentile come te | Scuola Secondaria I

Novità editoriale per la scuola secondaria di primo grado per portare in classe il tema delle Gentilezza.

Per scegliere e prenotare un kit didattico gratuito per il prossimo anno scolastico per la tua classe o per saperne di più: progettieducativi.it

E se i compiti per le vacanze fossero divertenti?

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Chi ha detto che i compiti per le vacanze debbano essere per forza noiosi e difficili? Ecco alcuni spunti per lavorare in maniera diversa (e con il sorriso)

I compiti per le vacanze sono da sempre un argomento di discussione tra insegnanti e genitori, ma anche per i bambini e i ragazzi che devono farli! C’è chi sostiene la loro utilità, per non far perdere agli studenti il ritmo scolastico della scuola. Alcuni pensano sia più importante far riposare la testa e lo spirito durante i mesi estivi.

C’è anche chi, negli ultimi anni, ha optato per far svolgere ai ragazzi laboratori ed escursioni all’aria aperta, legati a un argomento di attualità o svolto in classe, un nuovo modo per imparare lontani dai banchi di scuola.

Tutto bene, ma forse i diretti interessati ci direbbero che i compiti per le vacanze qualche volta potrebbero essere anche divertenti. Ecco allora qualche proposta per gli insegnanti o per i genitori che vogliono arricchire gli strumenti didattici che terranno compagnia ai bambini e ai ragazzi in questi mesi estivi.

I compiti vanno in vacanza. Il disfa libro per la primaria

Ecco un libro magico, diverso dagli altri. Infatti si ritaglia tutto, fino a scomparire. Ogni pezzo inserito nell’apposita busta può essere portato ovunque: ti divertirai, imparando moltissimo e scrivendo pochissimo.

Come diventare un esploratore del mondo

è un quaderno di appunti e suggerimenti per documentare e osservare il mondo che ci sta attorno come se non l’avessimo mai visto prima. Una raccolta di idee ispirate dai grandi pensatori e artisti della nostra epoca che Keri Smith reinterpreta e mette in pratica attraverso un racconto fatto di illustrazioni e fotografie.

50 cose da fare per salvare la Terra

La Terra è in pericolo: il mare, i fiumi, le foreste oggi più che mai hanno bisogno del nostro aiuto. E non importa se grande o bambino, ciascuno di noi può fare qualcosa per mantenere il pianeta più verde e vivibile. Ma da dove cominciare? Da piccoli gesti quotidiani e azioni concrete, che ci dimostrano quanto sia facile e divertente rendersi utili.

Risveglia la città! Idee e progetti per lanciare il tuo messaggio al mondo

Ti piace giocare, creare, sorprendere? Hai voglia di vivere la città in modo più attivo? Vorresti comunicare meglio con gli abitanti del tuo quartiere? Allora questo libro è per te! Dai disegni temporanei con i gessetti colorati ai collage di suoni, alle installazioni di origami, tante proposte semplici e divertenti per disseminare le strade di arte, parole, oggetti, fiori e idee.

A spasso nel sistema solare

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E se volessimo realizzare una vera mappa del sistema solare?

Quando apriamo un atlante del cielo o un libro scolastico, siamo abituati a vedere i pianeti colorati ben sistemati intorno al Sole, uno accanto all’altro e con colori diversi. Eppure il nostro sistema solare, “dal vivo”, è molto diverso!

Se infatti volessimo realizzare una sua mappa in scala, su un foglio di carta, ci accorgeremmo che sarebbe praticamente impossibile, sia per il rapporto in scala tra i pianeti sia, soprattutto, per la distanza che li separa.

Sono queste le premesse per partire all’esplorazione di “Se la Luna fosse grande 1 pixel, un sito per grandi e piccoli che riproduce una mappa digitale del nostro sistema solare. Uno strumento incredibile, che ci permette di capire quanto siano diverse le dimensione tra la nostra stella e gli altri pianeti, che ci permette di realizzare – grazie a un semplice movimento del mouse – un viaggio tra gli immensi spazi vuoti che separano la Terra dagli altri corpi celesti…

Senza dimenticare la possibilità, cliccando sull’icona in basso a destra, di viaggiare alla velocità della luce!


Approfondimento

Se ti interessa l’argomento e vuoi approfondire con degli strumenti, abbiamo pensato a una selezione per te.

Come si organizza l’incontro con un autore

in Attività in classe by
L’esperienza di Valeria Pancucci, insegnante della secondaria di I grado, che insieme alla sua classe ha incontrato un celebre autore per ragazzi, Daniele Aristarco

Come prepararsi a incontrare un autore? Ecco cosa avrei voluto sapere a settembre di quasi due anni fa, quando proposi alle mie colleghe di invitare Daniele Aristarco nel nostro Istituto. Purtroppo le mie ricerche online furono vane, nessun sito, nessun articolo, nessun post dei vari gruppi social che frequento affrontava nel dettaglio l’argomento. Per questo ho deciso di raccontare la mia esperienza, sperando possa essere utile a quanti come me si troveranno nella stessa situazione, con lo stesso entusiasmo, ma la stessa inesperienza.

Chi sono e perché ho deciso di organizzare un incontro con l’autore: mi chiamo Valeria Pancucci e ormai da alcuni anni insegno esclusivamente italiano in un’unica sezione, prima, seconda e terza media, ed è diventata prassi per me allestire in ogni classe una piccola biblioteca, formata dai libri che portano i ragazzi, e dando fondo al mio bonus docente e non solo, per arricchirla sempre di nuovi titoli, di genere e tipologia varia. Le attività di educazione alla lettura, come prassi costante e quotidiana, fanno parte del mio modo di stare a scuola con i ragazzi; i compiti sono stati sostituiti dal tempo dedicato alla lettura e il libro di antologia viene sempre più accantonato e in alcuni casi sostituito per far posto alla lettura integrale di romanzi , graphic e testi di vario tipo che seleziono con cura pensando alle esigenze di ciascuno di loro.


I libri (circa un centinaio quest’anno) stanno già fremendo, pronti a conoscere i nuovi ragazzi che li leggeranno. La biblioteca delle miei classi cresce e in più arriveranno quelli che condivideranno i ragazzi. Un anno di letture: pronti, ai blocchi, via!

Essendo una prof superdigitale, come dicono i ragazzi, ho attivo un profilo social che uso quasi esclusivamente per contatti di lavoro, gruppi di docenti appassionati come me del nostro lavoro, e ho iniziato per questo motivo a seguire e chiedere il contatto ai tanti bravissimi scrittori che ci sono nel panorama della letteratura per ragazzi attuale, parlo ad esempio di Annalisa Strada, Gabriele Clima, Daniele Nicastro, Manlio Castagna, Elisabetta Gnone, Antonio Ferrara solo per citarne alcuni, e ovviamente Daniele Aristarco. Inizialmente, non senza remore e timori, chiedevo loro l’amicizia, scrivendo poi un breve messaggio in cui raccontavo brevemente la mia passione, comune a quella dei miei alunni, nei confronti dei loro libri.

Nella mia idea di scrittori, questi occupavano un posto lontanissimo dalla realtà, quindi temevo freddezza e distanza; ma con mia sorpresa gli scrittori per ragazzi si mostrano ben felici di scambiare anche poche parole con chi a scuola ci vive tutti i giorni e sente umori e parere dei loro lettori.

Daniele (Aristarco) in particolare mi colpì per la grande cortesia dei modi e l’interesse autentico per ciò che facevo in classe. In estate poi, nella meravigliosa pausa dalle attività quotidiane, quando puoi immergerti totalmente nel modo fatto di libri, ho divorato tanti titoli che avrei voluto inserire nelle mie piccole bibliotechine di classe. Proprio in questo momento di riposo e progettazione mi sono imbattuta e ho letto d’un fiato “Fake, non è vero ma ci credo” (Einaudi Ragazzi).

Il libro mi ha colpito tantissimo per la ricchezza di spunti e riflessioni da poter proporre in classe, per la prosa pulita ma non banale, che permetteva di lavorare sull’uso della lingua, sulla scelta delle parole, su un periodare asciutto e non ridondante; inoltre la brevità e la compiutezza delle storie all’interno del libro lo rendevano adatto ad essere utilizzato per la lettura in classe a voce alta o per far leggere in autonomia i singoli racconti. Già nella mia testa di insegnante, mi prefiguravo come lavorare ampiamente sul libro al rientro a scuola.

I primi giorni di settembre un altro evento fortuito: al Festival della Letteratura di Mantova, tra i vari illustri autori, anche Daniele Aristarco per parlare con adulti e ragazzi proprio di Fake. Per me, che abito in provincia di Brescia, Mantova era una meta assolutamente raggiungibile per lasciarmi sfuggire l’opportunità! Già nei giorni immediatamente precedenti avevo anticipato alle colleghe, nel corso delle prime riunioni di dipartimento, che sarei andata ad assistere all’incontro e che mi sarebbe piaciuto prendere contatti con l’autore. A Mantova ho scoperto con piacere che, oltre ad essere un bravo scrittore, Daniele è un grande comunicatore che sa coinvolgere i ragazzi con la sua voce densa, usando parole giuste, ritmo, incalzando e stimolando un dialogo vero e autentico. Che dire, a quel punto dovevo organizzare l’incontro a scuola. Le colleghe sono state tutte concordi nel riconoscere il valore e le potenzialità del libro e nella valenza di portare nel nostro piccolo contesto di cittadina di provincia un vero scrittore.

Momenti lettura in classe

Adesso iniziava la parte più difficile, per me completamente nuova: ho stilato un progetto in cui chiedevo l’autorizzazione a organizzare l’incontro e in cui specificavo dove attingere i fondi per coprire i costi che ovviamente ci sarebbero stati, perché pare che anche gli scrittori benché sensibili e disponibili, abbiano a che fare con il vile denaro. Ottenute tutte le autorizzazioni del caso, ho contattato Daniele, che si è dimostrato disponibile e felice quanto me della possibilità di un incontro a scuola e abbiamo concordato una data utile che venisse incontro ai rispettivi impegni. Il 22 novembre è stata la data stabilita!
Caspita non troppo tempo, perché nel frattempo tra tutte queste richieste e autorizzazioni eravamo già a ottobre.

Mi potevo a questo punto dedicare all’aspetto più importante: come rendere l’incontro un momento davvero significativo per i miei alunni? come prepararli adeguatamente?

Per prima cosa ho comunicato loro la grande notizia, avremmo letto dei libri e poi avremmo incontrato e conosciuto l’autore di questi libri. Sono arrivata in classe con il mio solito carrellino della spesa, da dove saltano fuori libri e consigli di lettura, questa volta per loro avevo preparato una sorpresa: tre libri del misterioso autore Aristarco: Io dico No, IO dico Sì e Fake (Einaudi ragazzi, EdizioniEL); li ho presentati brevemente e ho letto un breve racconto da ciascuno di essi, quindi ho chiesto loro di scegliere liberamente quale preferivano leggere e si sono così creati 3 gruppi di lettura all’interno della classe. Ci siamo dati delle scadenze comuni per procedere di pari passo e fare in modo che ci potessero essere dei momenti di confronto; abbiamo costruito insieme delle schede per annotare sui nostri taccuini i personaggi e gli episodi che incontravamo e che ci colpivano e stupivano. Ogni giorno qualcuno a turno leggeva una sua annotazione e la condivideva con chi aveva lo stesso libro o la raccontava a chi stava leggendo altro. Abbiamo scritto parole e riflessioni, idee e pensieri, cercato e approfondito notizie su alcuni dei personaggi raccontati, costruito carte d’identità dei personaggi preferiti e disegnato copertine per raccontare episodi; abbiamo scelto e votato chi ci ha rapito il cuore, chi avremmo voluto conoscere e la storia che avremmo voluto scrivere noi e quale invece mancava tra le storie possibili

E mentre leggevamo abbiamo cominciato a chiederci qualcosa sull’autore che aveva raccontato queste storie e lì le domande si sono moltiplicate: come sarà stato uno scrittore da ragazzo? cosa amava? cosa leggeva? cosa voleva diventare da grande? chi lo ha sostenuto, chi lo ha scoraggiato? Incontrare uno scrittore vero, questa è stata per loro la magia più grande, quella che alla fine ha fagocitato tutto ed io ho lasciato che seguissero le loro curiosità, ho soffiato e dato loro spazio senza cercare di sostituirmi o di guidarli verso sentieri che piacessero a me insegnante

Abbiamo preparato un cartellone e una scatola delle domande, nel dubbio che non potesse rispondere a tutti e per il desiderio di lasciare a lui qualcosa di noi, che potesse ricordargli di dove era stato. Il 22 novembre è arrivato in fretta, nel frattempo mi sono impegnata nella promozione dell’evento, creando una locandina, coinvolgendo le quattro cartolibrerie locali, invitando amici e colleghi anche di altre scuole, inserendo la locandina sul sito della scuola, tutto questo in collaborazione con la collega che da sempre si occupa nella scuola delle iniziative culturali e dei rapporti con la biblioteca, che con grande spirito di collaborazione si è resa disponibile e attiva in tutto

Avevamo infatti programmato due eventi, uno la mattina con tutte le classi terze dell’Istituto, ben 9 circa 200 ragazzi, e uno al pomeriggio aperto a colleghi e famiglie. Per me, anche a distanza di mesi ormai, è stata una due giorni da ricordare. I ragazzi sono stati bravi e attenti, hanno ascoltato, quando dovevano ascoltare, hanno fatto domande o sono intervenuti quando Daniele ha dato loro spazio e in realtà ne ha dato davvero molto. Un vero e proprio dialogo, un incontro nel senso letterale del termine dove ci sono persone che si conoscono reciprocamente. Lui ha avuto il grandissimo merito di accoglierci a casa nostra e rendere la situazione talmente comoda e facile che tutti hanno goduto delle sue parole e delle sue riflessioni.

Uno degli incontri con Daniele Aristarco

Se devo dire cosa mi porto dietro da quell’incontro sono le sue domande brucianti che ancora echeggiano nelle mie orecchie. In effetti, se ci penso davvero, le domande vere sono state quelle che lui ha posto ai ragazzi e non viceversa. Una in particolare mi risuona ancora nelle orecchie “Da cosa vi accorgete di essere vivi, veramente vivi?” Se devo dirlo sinceramente la domanda ha spiazzato loro, ma anche me. Qualcuno ha azzardato una risposta “mi batte il cuore, respiro, non sono morto”. Ma il nostro essere vivi davvero come lo cogliamo? Come so con certezza che il mio vivere è differente da quello del mio gatto accoccolato ai miei piedi? Ci devo ancora riflettere, ma credo che questo sia un obiettivo altissimo per me, come insegnante:

far cogliere ai ragazzi la percezione della loro essenza, renderli coscienti che la loro vita è altro che il succedersi dei brevi momenti trascorsi.

E dunque di quest’incontro ho portato talmente tanto dietro ed è stata una tale grande gioia vedere i miei alunni coinvolti e intenti ad ascoltare e prendere appunti e ragionare che, nonostante gli errori in cui posso essere incappata a causa della mia inesperienza nell’organizzazione, rivendico a gran voce la validità di dar modo agli studenti di incontrare e conoscere uno scrittore

Questo però a patto che la lettura sia davvero per noi e per le nostre classi una priorità. Un incontro ha senso solo se è all’interno di una cornice di educazione ai libri e alla lettura, se è sentita come un valore aggiunto al nostro percorso quotidiano e non come momento fine a se stesso.

No all’incontro con l’autore se non so cosa ha scritto e non conosco i suoi libri, se non li leggo in classe con i ragazzi. No all’incontro con l’autore se ci piove dall’alto e portiamo i nostri alunni senza averli preparati in alcun modo, che non significa ammaestrarli e istruirli su cosa fare e cosa dire, ma al contrario significa dar loro modo di pensare e immaginare un libro e ragionare su questo con chi lo ha scritto.

Per concludere un grazie speciale a Daniele Aristarco, ormai amico, persona speciale sotto ogni punto di vista, che ha reso possibile e magico un incontro che sono certa rimarrà nel cuore dei miei alunni, come nel mio di insegnante appassionata di libri per ragazzi.

Liberiamo le opere d’arte!

in Arte in galleria/Attività in classe by
Insieme a Marianna Balducci, partiamo alla scoperta di un gioco educativo divertente e stimolante per liberare le più importanti opere d’arte dei musei di tutto il mondo.

Ecco un gioco educativo divertente e stimolante per liberare le più importanti opere d’arte dei musei di tutto il mondo!

Sono sempre stata convinta del fatto che la fantasia sia un potente meccanismo sovversivo (e l’ho raccontato anche in un altro articolo) e che le rivoluzioni sono fatte per scombinare, ricomporre e restituirci una nuova prospettiva sulle cose.

Le rivoluzioni che si scatenano in terre di Fantastica (per chiamarla come l’avrebbe chiamata Rodari) ci danno il coraggio di essere anche un po’ insolenti perché, per giocare come si deve e inventare cose nuove, dobbiamo sfrondare un po’ di “politicamente corretto” e osare.

C’è un’altra importantissima cosa di cui sono convinta: le rivoluzioni, anche quelle piccole e buffe che vi propongo di solito qui mixando disegni e fotografie, vanno fatte con criterio e con amore perché solo se conosciamo e vogliamo bene a qualcosa possiamo metterci le mani dentro e ribaltarla continuando a rispettarla.

Ed è con queste premesse che ci prenderemo il permesso di liberare le più importanti opere d’arte dei musei di tutto il mondo!

Ci hanno spesso educato a concepire l’arte come qualcosa di distante e altisonante, circondata da cornici preziose, congelata sulle pareti dei musei e protetta da allarmi e cordoni. Ma l’arte dovrebbe essere qualcosa di quotidiano, tanto quanto lo sono i giochi con cui ci intratteniamo a casa e, perché no, ogni tanto potrebbe funzionare proprio come quei giochi. Ma come?

Il la ce lo danno i grandi musei che in tempi recenti stanno sempre più creando ricchissimi archivi digitali con risorse libere per essere riutilizzate.

Sono le riproduzioni di alcune delle opere d’arte che custodiscono, catalogate per tipologia, autore, epoca… e fruibili attraverso sezioni apposite dei siti istituzionali.

Insomma, un vero e proprio museo virtuale da navigare in libertà e scegliendo il percorso che ci pare! Noi sceglieremo quelli che ci portano verso nuove storie da inventare e io ve ne suggerisco un paio.

Il primo: una storia dai contorni inaspettati!

Partiamo, per esempio, scegliendo l’archivio del MET (la sezione di contenuti liberi per il riutilizzo), dove ho trovato i due personaggi che compongono la mia nuova “opera d’arte”. Li ho stampati, ritagliati e usati come elementi protagonisti di un collage che, nelle sue parti mancanti, ho completato con il disegno.

Il disegno traccia i contorni interrotti delle parti di dipinto che ho scelto e arreda il resto della scena in base al tipo di storia che ho deciso di inventare.

In questo caso, la signora non sembra molto contenta del suonatore… sta facendo tanto di quel chiasso con il suo chitarrino elettrico che forse staccare la spina le consentirà di trascorrere il resto del pomeriggio in pace!

I due dipinti si sono trasformati in due attori: posizionati sulla scena nel modo più opportuno, ho dato loro una nuova funzione narrativa.

Potete scegliere di combinare due o più personaggi oppure un personaggio e un oggetto. Potete stamparne tanti e pescare a caso per rendere ancora più difficile la sfida. 

Se siete insegnanti, potete creare voi i mix di elementi e distribuirli (anche via mail) alla vostra classe per vedere quali storie inventeranno: teste mozzate, vasi con misteriosi fantasmi, corpi bislacchi, storie d’amore o di avventura…

Non ci sono limiti, basta che il disegno si accompagni a una breve storia perché ogni opera d’arte che si rispetti, nei libri come nei musei, ha una sua didascalia.


Per chi ha più manualità e non ha paura di invadere i confini, invece, c’è la seconda via, quella delle pittoresche interferenze! Stavolta, invece di fare un collage, prenderemo una sola opera tutta intera (a me piace sempre partire dai ritratti) e ci disegneremo sopra.

Potete usare dei pennarelli acrilici (ce ne sono anche a punta fine) che scrivono facilmente anche sulla carta più leggera senza bagnarla troppo.

Questa volta forse dovremo disegnare meno, ma sarà fondamentale scegliere dove e cosa perché quei pochi elementi potranno cambiare completamente la vita del personaggio e il suo destino!

Prima di disegnare, guardate bene quali sono gli spazi vuoti del dipinto che avete scelto: dietro ai vetri di una finestra, alle spalle del soggetto o tra le sue mani.

Il disegno sarà un’interferenza nell’opera d’arte originale, ma dovrà essere credibile e, ancora una volta, suggerirci una nuova storia.

Come dite? Quei ritratti hanno qualcosa di strano? Beh, forse… e confesso che ogni tanto mi diverto anche a inserire me stessa o i miei amici in questo gioco. Qui, per esempio, ci sono alcuni scrittori di libri per ragazzi e poi ci sono io. Mi riconoscete?

Per vedere quanti altri archivi online esistono, provate a navigare gli articoli della rubrica “Tesori d’archivio” di FrizziFrizzi.

Ci troverete segnalati tanti repertori interessanti!

Lezioni di scienze a distanza, seconda parte

in Approcci educativi/Attività in classe by

Impariamo a osservare: due lezioni di scienze raccontate da Erica Angelini, ai tempi della didattica a distanza.

Dopo il precedente articolo torniamo a parlare di una didattica a distanza capace non solo di essere un mero passaggio di sapere, tra insegnante e alunni, ma di creare curiosità e rendere autonomi gli alunni nello studio. Un modo per accompagnare i bambini e i ragazzi verso la “scoperta”.

Come avvenuto per la precedente attività, Osservare e disegnare, anche questo nuovo laboratorio può essere proposto dagli insegnanti, realizzato in autonomia dai bambini, infine condiviso con tutti; ma anche realizzato dai più piccoli insieme ai genitori.

Lo spunto di partenza, anche in questo caso, è stata la video lettura de I Bestiolini, di Gek Tessaro, realizzata dai lettori volontari del Ròdari club. Si comincia dunque dall’osservazione che, come ripeto sempre nei miei laboratori, è il primo passo per imparare a disegnare.

Tanti insetti, tante forme

Questa attività ci aiuta e studiare gli insetti attraverso le loro forme. Per realizzarlo, ho preparato un file con delle carte da stampare (ed eventualmente, se possibile, da plastificare) che si può scaricare cliccando qui o stampando l’immagine sotto.

Ho chiesto poi alle bambine, M di 8 anni e B di 5, di aiutarmi a raccogliere nel giardino vari tipi di materiali naturali come: bastoncini, semi, sassolini, pagliuzze, foglie… e abbiamo sistemato i materiali in modo ordinato.

A questo punto ho chiesto di scegliere una carta e di ricostruire l’insetto usando i materiali raccolti.

Ed ecco il risultato:

Sia questa attività sia quella proposta nel precedente articolo, sono adatte a diverse età, cambia solo il modo di approcciarsi:

– Se proposte ai bambini della scuola dell’infanzia, sarà un gioco che attraverso osservazione, disegno e lavoro sulle forme li aiuterà a prendere coscienza di come sono fatti gli insetti.

Se proposte ai bambini della scuola primaria, possono essere di supporto alla lezione di Scienze, coinvolgendo però anche Arte e immagine e Italiano, se si aggiunge una descrizione scritta dell’insetto.
Le stesse attività possono essere proposte anche nella scuola secondaria di primo grado richiedendo naturalmente un impegno diverso nelle consegne. Come sempre… buon lavoro a tutti!

Lezioni di scienze a distanza

in Approcci educativi/Attività in classe by
Impariamo a osservare: due lezioni di scienze raccontate da Erica Angelini, ai tempi della didattica a distanza

Impariamo a osservare: due lezioni di scienze ai tempi della didattica a distanza. In questo momento di scuola a distanza credo sia necessario trovare strategie per rendere autonomi i bambini e i ragazzi nello studio. Non ho mai amato gli insegnanti che, stando in cattedra, declamano la lezione mentre pretendono il silenzio; al contrario amo quegli insegnanti che si mettono al fianco dei loro alunni e, creando curiosità attorno a un argomento, accompagnano i ragazzi alla “scoperta”.

Credo che questo modo di insegnare si possa applicare anche alla didattica a distanza. Per darne un esempio, propongo due attività che possono essere spiegate e proposte dagli insegnanti, poi realizzate in autonomia dai bambini, infine condivise con tutti. Le stesse attività possono essere anche realizzate a casa dai genitori.

I due laboratori che propongo mi sono venuti in mente dopo aver ascoltato, insieme alle mie bambine più piccole, una video lettura realizzata dai lettori volontari del Ròdari club che in questi tempi difficili ci allietano con tante bellissime storie.

Il titolo dell’albo illustrato è I Bestiolini, scritto e illustrato da Gek Tessaro. I Bestiolini sono gli insetti, e noi per loro siamo pericolosi giganti! Spesso li scostiamo, li schiacciamo, ci schifiamo ma… se li guardiamo da vicino sono davvero interessanti!

Tutti siamo in grado di disegnare una farfalla, se ci viene chiesto, ma domandiamoci: il nostro disegno riproduce una farfalla vera o solo uno stereotipo? Nei miei laboratori, che prevedono il disegno dal vero, dico sempre che per imparare a disegnare è necessario imparare a osservare, cioè guardare con attenzione, esaminare. A prescindere dalle capacità artistiche, attraverso l’osservazione, ognuno dovrebbe essere in grado di riprodurre fedelmente le parti che compongono un insetto. È con questo obiettivo che ho creato questa prima attività.

Osservare e disegnare

Ho chiesto alle bambine, M di 8 anni e B di 5, di prendere i cellulari e andare in giardino a fotografare degli insetti. La proposta è piaciuta subito, non tanto per gli insetti, quanto per l’essere autorizzate a usare il cellulare che di solito è vietato. Se non doveste avere la possibilità di andare in un giardino e nemmeno un terrazzo con qualche vaso, si possono prendere immagini di insetti in rete.

Dopo dieci minuti, abbiamo guardato insieme le foto; ho chiesto loro di scegliere uno degli insetti fotografati e loro hanno scelto l’ape.

Poi abbiamo preso matita e gomma, colori a pastello e a cera e ho chiesto di disegnare l’ape osservando attentamente la foto. Ho scelto appositamente di non usare pennarelli perché pastelli colorati e a cera permettono di modulare il colore realizzando colori tenui o forti e tante sfumature. Dopo mezz’ oretta di lavoro questo è il risultato.

Questo è il risultato “visibile” ma c’è anche un risultato “invisibile” che posso solo raccontarvi e si è manifestato nelle tante domande che le bambine mi hanno fatto sulle parti dell’ape, per poterla disegnare correttamente: quante zampe? Come riprodurre gli occhi? Come fare la pelliccia? Cosa sono quelle sacchette gialle sulle zampe? In quante parti è diviso il corpo?

Se questo gioco viene proposto da una maestra, si potrebbe completare con la richiesta di un breve testo descrittivo da allegare al disegno e con una legenda in cui scrivere i nomi delle varie parti del corpo dell’insetto.

Presto scopriremo la seconda parte della lezione di scienze a distanza.

Il blog di Erica Angelini: http://maniingioco.blogspot.com/

Atlanti domestici, per partire alla scoperta di… casa!

in Attività in classe/Esperienze digitali by
Marianna Balducci ci racconta come realizzare il nostro Esploratore Bianco e insieme a lui mettere in scena – in casa nostra – una grande avventura per realizzare degli Atlanti domestici.

“Oggi vi racconto una storia che parla di posti incredibili, degni di essere descritti negli atlanti più preziosi solo da chi ha avuto il coraggio di esplorarli. Sono luoghi vicinissimi, ma anche lontanissimi. Sono luoghi familiari, ma anche completamente nuovi. Non mi credete?

Tutto è cominciato quando sono uscito dal foglio e ho iniziato a camminare verso l’Albero Attaccapanni…”.

Il contenuto di questo articolo è un po’ diverso dal solito perché a raccontarvelo non sarò io direttamente e perché sarà necessario soddisfare un importante requisito, se vorrete cogliere l’invito e continuare questa storia.

Siete a casa? Allora preparate lo zaino, i fogli, le matite e un paio di forbici e, naturalmente, la consueta macchina fotografica (o fotocamera del cellulare).  

Diario di viaggio dell’Esploratore Bianco, giorno 1.

“Quando mi hanno disegnato non pensavo di essere portato per le grandi avventure, in fondo sono un tipo piuttosto semplice. Eppure serviva qualcuno per la missione e mi sono offerto volontario perché, in effetti, ho la dimensione giusta, non ho paura di niente (quasi…) e non soffro nemmeno di vertigini. Infatti non è stato un problema percorrere il filo per raccogliere le foglie dell’Albero Attaccapanni (servivano come campioni scientifici per descrivere la flora di questo luogo sconosciuto) anche se non ho mai capito se quell’uccello bianco mi stesse aiutando a reggere il filo o volesse tagliarlo via con un colpo di becco per sabotare la mia missione”.

Se pensate che casa vostra sia un posto noioso e senza misteri, provate a chiederlo all’Esploratore Bianco che si è lanciato in un’esplorazione domestica un po’ titubante e si è ritrovato a fare i conti con le avventure più insospettabili. Il vostro viaggio sarà sicuramente diverso dal suo, ma è dall’esperienza di grandi viaggiatori che si prende esempio, perciò iniziamo subito: disegnate su un foglio il vostro esploratore. Può essere maschio o femmina, può essere un animale o uno schizzo semplice: l’importante è che sia piccolo (magari come il palmo della vostra mano, così da poter esplorare anche gli angoli più reconditi della casa), che si possa ritagliare e che sia coraggioso.

Diario di viaggio dell’Esploratore Bianco, giorno 3.

Raggiungere la libreria non è stato difficile. Dall’Albero Attaccapanni ho calcolato la traiettoria del balzo da fare e… op! Certo non mi aspettavo di incappare proprio in uno scaffale infestato dai fantasmi. I libri sono porte molto strane: ne apri uno e subito ti sembra di essere in un altro posto”.

Per muovere il vostro esploratore attraverso le stanze di casa, dovrete davvero immedesimarvi in lui: come vi sembrerebbero gli oggetti se foste piccoli e vi comparissero davanti per la prima volta? Prima di collocare il vostro personaggio sulla scena, fate delle prove di inquadratura in cerca di anfratti, pertugi, svincoli. A seconda di come li guardiamo, gli oggetti e gli ambienti possono cambiare molto. Per esempio, dato che il nostro esploratore è molto piccolo, se fotografiamo qualcosa che sta sul pavimento, stendiamoci per terra perché il nostro punto di vista somigli il più possibile al suo.

Diario di viaggio dell’Esploratore Bianco, giorno 7.

“Temevo che dal tappeto non sarei più uscito. Quelle setole mi facevano avanzare con lentezza, quei disegni ipnotici mi hanno fatto smarrire almeno tre volte. Ma buttarsi era necessario: un mostro tentacolato stava attaccando la libreria e ho pensato non fosse sicuro restare… se la sbrigheranno i fantasmi! A pensarci bene, magari aveva solo voglia di prendersi un libro in prestito. Nel dubbio, meglio stare nascosti per un po’, in attesa che si calmino le acque.”

Quando avrete scelto gli angoli di casa perfetti per mettere in scena la vostra avventura, disegnate l’esploratore in tante pose diverse e ritagliatelo in modo da poterlo collocare nello spazio e farlo diventare l’attore protagonista di questo viaggio. Adesso è il momento di realizzare la scena definitiva, di replicare l’inquadratura fotografica che avete scelto ma con il personaggio al posto giusto. Per completare questa attività non dimenticate di scrivere il diario di bordo del vostro eroe (sarà fondamentale per chi, dopo di voi, vorrà seguire le sue orme) e disegnate una mappa per ricostruire il percorso fatto. Chissà quante strade alternative potrete trovare anche solo all’interno della stessa stanza e quanti segreti, grazie a voi, si potranno conservare nella storia dei piccoli ma audaci atlanti domestici.


Nota: per conoscere da dove vengono queste immagini e vedere la serie completa, potete sbirciare qui

Disegni al telefono!

in Approcci educativi/Attività in classe/Esperienze digitali by
Marianna Balducci ci racconta la sua iniziativa per questi giorni in cui siamo tutti a casa: disegni al telefono!
Cos’è il progetto Disegni al telefono?

Da questa specie di trincea, più o meno pericolosa e più o meno pericolante, che ognuno di noi si è costruito per sostenere il peso di questi giorni difficili, ho visto partire molti bellissimi segnali di vicinanza e di generosità. Alcuni sono già ben strutturati da chi si muove con scioltezza sui canali digitali. Altri sono più improvvisati, ingenui e non sempre efficaci ma comunque animati da ottime intenzioni.

Ora che abbiamo chiuso forzatamente le porte e aperto le finestre del web, c’è molto rumore…

E non sempre è facile orientarsi o filtrare quel che ci fa bene, godere di tutto quel che ci viene offerto.

Io stessa, che la rete la frequento spesso e mi ci muovo con criterio, sto accusando una certa fatica. Avverto la necessità di ragionare su una comunicazione che dovrà farsi, in futuro, più sostenibile.

Mi sono chiesta perciò se, in mezzo a questo mare magnum di contenuti magnifici, ci fosse bisogno di qualcosa di mio.

Per non tradire me stessa e trovare un compromesso anche con gli impegni lavorativi che continuano a tenermi impegnata (noi illustratori siamo abituati a lavorare da casa) ho pensato ai “Disegni al telefono”

Funziona così: ho messo a disposizione una finestra oraria (il sabato mattina, dalle 11 alle 12.30) per farmi chiamare su Skype, da qui fino ad aprile o comunque finché ci verrà chiesto di restare a casa.

Chi prende la linea ha a disposizione un po’ di tempo per una video-chiacchierata in cui io disegno in tempo reale per lui.

Condividendo lo schermo e avendo la tavoletta grafica adeguata, mi si può vedere dare forma al personaggio.

Di solito chiedo a chi mi chiama di pensare a un animale e a un colore) le cui caratteristiche spuntano mano a mano che il mio interlocutore si fa meno timido. 

“Mi chiami solo se ti va”, così ho scritto sui miei canali social dove ho lasciato circolare le informazioni sull’iniziativa.

Si crea perciò una sorta di contenuto “on demand”, confezionato solo se c’è qualcuno che ha ragione di chiedermelo.

Mi hanno contattata bimbi di tutte le età e di diverse parti d’Italia, ma anche adulti curiosi che seguono il mio lavoro da un po’.

Sono grata per la pazienza dimostrata: so che tentare e ritentare di prendere la linea è un po’ demodè, ma prendere prenotazioni come fossi un centralino snaturerebbe il senso dell’intera operazione e sono convinta che la logica del dono funzioni se si creano le condizioni giuste e non si impongono forzature.

L’iniziativa è totalmente gratuita, se a qualcuno piace quel che faccio e come lo faccio, lascio i miei canali social e le informazioni sui miei libri per seguire e sostenere il mio lavoro. Anche le mie energie in questo periodo sono scarse e l’umore non sempre alle stelle.

Aprire questa finestra e darle un ordine e un senso, ma anche un po’ di imprevedibilità, garantisce che ci sia davvero uno scambio. E soprattutto privilegia la comunicazione uno a uno in un momento in cui ciascuno ha bisogno di sentirsi abbracciato in tutti i modi possibili. 

Mentre si disegna, mi faccio raccontare in che modo si stanno trascorrendo queste giornate. I bambini mi parlano dei libri che stanno leggendo, delle attività con cui si tengono impegnati.

Spesso rimango piacevolmente meravigliata nel vedere quanta spontaneità c’è nel loro adattarsi a una condizione nuova (merito sicuramente anche di presenze adulte capaci di sostegno).

E penso che questa elasticità e questo entusiasmo da riversare anche sulle cose piccole sono qualità preziose che dobbiamo rimettere in allenamento anche noi grandi. 

A volte invece il personaggio disegnato lì per lì diventa il protagonista assoluto della telefonata.

Ci inventiamo un nome, la sua storia, i bambini si lanciano in appassionate descrizioni che magari, una volta chiusa la chiamata, diventeranno spunti per altre attività. Prolungando così un pochino questa piccola interruzione del quotidiano.

Così sono nati il cagnolino Lula che smista le lettere di Babbo Natale, il Drago Verde dei boschi che sfiderà presto il Drago Blu delle acque.

Ma anche il Coraggioso Cavallo Cavaliere e  il leggendario elefancorno.

Al termine della video-chiamata, spedisco via email il disegno e, a volte, ne ricevo in cambio un altro che i bambini, a loro volta, hanno fatto per me. 

Vi aspetto per le prossime sessioni, sabato 28 marzo e sabato 4 aprile.

Per eventuali variazioni o nuove date, rimando alla mia pagina Marianna Balducci Illustrator.

Se questa è una donna

in Approcci educativi/Attività in classe/Esperienze digitali by
Una proposta di lezione, senza volto e senza voce come è la scuola in questi giorni, per parlare della donna nella nostra società.

Otto Marzo 2020. Per introdurre questo lavoro voglio cominciare dalla data perché, in giorni strani come questi, è importante soffermarsi sui significati che si dispiegano da questi numeri.

Se ci fermiamo al giorno e al mese, subito la mente va alla ricorrenza dell’8 Marzo e a tutte le attività, le celebrazioni, articoli, film ed eventi che sempre si svolgono per questa ricorrenza.

Se invece passiamo all’anno, ecco che vanno in secondo piano tutte le celebrazioni e oggi, come domani, penseremo invece a quello che sta accadendo nelle nostre vite.

In questi giorni così precari e così inediti per noi del mondo occidentale, che non abbiamo mai conosciuto la guerra, mai il vero senso della vulnerabilità collettiva, mai il senso dell’imprevedibilità della vita e dello stare al mondo.

Ebbene, come in questi numeretti si respira tutta la stranezza di questi giorni, così sarà questa giornata. E la domanda è:

“Ha senso parlare di donna in questo 8 Marzo 2020?”

Forse che parlare di donna e di diritti, di visione della donna nel presente e nel passato in questa giornata del 2020 sia fuori luogo, visto che ‘fuori’ il mondo sta pensando ad altro?

Da docente che in questi giorni sta sperimentando tutta la difficoltà del proporre argomenti e contenuti a dei ragazzi senza la mediazione della parola e del volto, ho pensato che invece una lezione sulla donna, sulla visione della donna nella nostra tradizione occidentale sia necessaria proprio perché è la Storia a essere necessaria, la conoscenza a essere necessaria, anche in tempi di coronavirus.

E se la parola-corpo non può esserci perché siamo tutti a casa, quale tipo di lessico può venirci in soccorso per parlare di donna senza rischiare di affondare nei soliti slogan da social? Come provare a far riflettere i ragazzi affinché possano allargare lo sguardo e porsi domande?

Così ho pensato di farmi aiutare dal lessico delle immagini, lo strumento che veicola, si incolla alle emozioni e ci orienta, senza spiegazioni e troppi orpelli.

In una puntata del programma di Lessico amoroso di Massimo Recalcati che l’anno scorso è stato proposto sulla Rai, il professore parlò di violenza e, mentre parlava, scorrevano dietro di lui delle immagini molto eloquenti.

Io fui colpita in particolar modo da un’immagine: una mamma con una catena al collo con attorno i suoi figli e le parole del professore si cristallizzarono in quella immagine lì.

Le immagini sono scalpelli che danno forma all’informe e quindi, con una piccola ricerca in rete, ho costruito Se questa è una donna con la piattaforma Adobe Sparke.

Dal lessico cristiano a quello della pubblicità moderna, i fotogrammi sembrano sempre gli stessi. E l’aspetto sadico dell’ideologia del patriarcato sembra allungare le sue propaggini fino a oggi.

Qui trovate la proposta di lezione: https://spark.adobe.com/page/N4w3SR7EfDpnp/

Costruiamo e giochiamo con le maschere autoritratto

in Attività in classe by
Marianna Balducci ci racconta un’attività coinvolgente: realizzare maschere speciali utilizzando gli oggetti che raccontano la nostra vita.

Quando ci viene chiesto di descrivere noi stessi, di farci un ritratto (che sia con le parole o con le matite), spesso si presuppone di doversi immergere in un momento di introspezione per guardarci con la maggiore obiettività possibile e restituire una rappresentazione “fedele” di come siamo. Giù la maschera, quindi, affrontiamo questo specchio più o meno metaforico e osserviamoci “seriamente”. Oggi no! Oggi vi dico: su le maschere!

Cambiamo strada! Ogni tanto capovolgere gli schemi e fare un po’ di disordine fa bene; e quando lo facciamo, si attivano cose nuove che possono sorprenderci.

Come sempre, il disordine è solo apparente e si tratta più di darsi regole diverse o di prendere in prestito modelli lontani da noi per conferire loro un senso nuovo.

Le maschere tribali

Per descriverci, pur nascondendoci dietro a una maschera, ci affideremo alle maschere tribali e, ancora una volta, alla combinazione di fotografia e disegno.

Le maschere fanno parte della tradizione di molte culture. Anche nella nostra ce ne sono tantissime e, anche se oggi le associamo perlopiù agli aspetti goliardici del carnevale, si portano dietro funzioni sociali e spirituali molto affascinanti. Ci sono maschere per esorcizzare, maschere per evocare, maschere per raccontare…

Spesso a indossarle sono gli sciamani o comunque coloro che conducono una qualche pratica rituale che segna un momento importante nella vita della comunità. Chi indossa la maschera si immedesima al punto tale da divenire un tramite tra la tribù e lo spirito (o i valori) che rappresenta. Ecco allora che, alla base del rapporto tra la maschera e chi la indossa, si individua una prima fondamentale prerogativa: l’empatia.

Le maschere autoritratto

Anche per la nostra maschera foto-disegnata è fondamentale, perché il compito sarà quello di costruire una maschera autoritratto, che parli di noi attraverso le cose che amiamo. La comporremo posizionando gli oggetti su un foglio bianco, in modo da costruire la fisionomia di un volto, che completeremo con il disegno una volta fotografato tutto dall’alto. Quali oggetti? Qui sta il primo step: scegliere. Invece di affidarci alle parole, lasceremo alle cose che ci sono care il compito di definirci.

Io ho optato per alcuni degli strumenti da disegno che uso quotidianamente, perché disegnare è il mio lavoro, la mia attività preferita, il mio modo di pensare ed esplorare il mondo.

Non è però fondamentale utilizzare oggetti riconducibili tutti alla stessa passione o a un hobby specifico. Possiamo anche solo affidarci agli oggetti a cui siamo più affezionati (perché ci ricordano qualcuno, perché li abbiamo sempre con noi, perché sono banalmente i nostri oggetti preferiti), possiamo anche includere cibi o cose raccolte (magari una foglia perché, per esempio, ci piace tanto la natura o stare all’aperto).

Gli strumenti

Un buon compromesso è muoversi tra un minimo di 3 e un massimo di 5 oggetti da portare in classe, dove si assembleranno per creare la base della propria maschera autoritratto. Sarà quindi importante che ciascuno abbia il suo foglio bianco (posizionato sul pavimento così da agevolare la visione e la foto dall’alto) su cui fare delle prove di composizione. Preparate dei fogli grandi: alcuni potrebbero portare oggetti piccoli simili ai miei, ma anche un pallone da calcio o il proprio paio di scarpe preferite!

Per incoraggiare la raccolta, trovate un momento per parlarne insieme, per stimolare la condivisione, per fare degli esempi, in modo che nessuno si senta a disagio e torni piuttosto a scuola con la voglia di mostrare ai compagni i suoi oggetti preferiti. Questi oggetti sono depositari di un legame emotivo a volte molto più profondo del semplice gusto estetico. Trasformarli nella materia prima per la nostra maschera sarà come offrire loro un palcoscenico e, attraverso di essi, offrire a noi l’opportunità di mettere in scena noi stessi senza paura.

Una volta trovata la composizione preferita, la si potrà fotografare e stampare in modo che tutti abbiano un foglio della stessa dimensione, possibilmente una dimensione tale da consentire la trasformazione di questa maschera in una maschera vera e indossabile. Il disegno ora interverrà per completare la fisionomia del volto, aggiungendo colori e forme. Concentriamoci su cosa non può mancare: gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie, i capelli. Alcuni di questi elementi probabilmente sono già stati suggeriti dalla composizione fotografica, altri dovranno essere disegnati.

Possiamo divertirci ad arricchire il gioco proponendo un repertorio di forme a cui attribuire un significato simbolico: nelle maschere africane, per esempio, gli occhi socchiusi rappresentano la pazienza, gli occhi piccoli l’umiltà, la bocca grande è sinonimo di forza. Potremmo farci ispirare dagli animali (con baffi, denti, orecchie) proprio come gli stregoni che addirittura attraverso le maschere di certi pericolosi animali ne incoraggiavano il superamento della paura (nel nostro caso potrebbero diventare elementi, ancora una volta, simbolici: invece dei capelli, disegno la criniera di un leone perché sono un tipo coraggioso).

Liberiamo la fantasia!

Liberiamo la fantasia per gli ultimi dettagli puramente decorativi e alla fine… indossiamo la nostra maschera autoritratto e facciamoci a vicenda delle foto! I nostri oggetti cari, tramutati in veri e propri talismani, ci coprono e ci scoprono, amplificano alcune parti di noi e ci incoraggiano a giocare con loro. Scattiamoci foto in cui, oltre alla maschera, posiamo proprio come nelle danze tribali. Lasciamo che siano i bambini a fotografarsi (magari a coppie o a gruppi): concordare insieme la posa giusta abbinata alla maschera sarà un’ulteriore occasione per rendere questi autoritratti inconsueti ancora più magici.

Le foto-illustrate: il passato che torna a vivere

in Attività in classe by
Marianna Balducci ci racconta come attraverso le foto-illustrate possiamo riscoprire e far rivivere il passato.

Se fino ad ora le indagini foto-illustrate ci hanno portato alla scoperta del mondo per esercitarci a cambiare il nostro modo di guardarlo, adesso è il momento di recuperare una delle missioni più intime e personali della fotografia: la capacità di farsi depositaria della memoria.

Che si tratti di quello che ormai forse è il già un po’ antiquato album di foto di famiglia, che sia il più capiente hard disk su cui conserviamo file su file, che sia anche solo la memoria del nostro cellulare, questo flusso sempre più abbondante di frammenti di vita passata ci circonda e ci accompagna.

Il come sia cambiato il nostro modo di conservare la memoria fotografica del passato con l’avvento delle nuove tecnologie è un lungo e complesso discorso che potrebbe diventare uno spunto anche per lavorare con i più piccoli, ma qui partiremo da un interrogativo più semplice: come possiamo utilizzare questi reperti fotografici del passato (che ci possono riguardare più o meno direttamente) per raccontare delle storie?

Le tracce che ho sperimentato sono tante. Oggi vi parlo di quella che è approdata sui libri e che riguarda il recupero delle storie di famiglia, affrontato però in due modalità visive differenti che tengono conto dei vincoli imposti dal materiale ritrovato.

Da un punto di vista tecnico, si possono utilizzare fotocopie o stampe delle fotografie che decideremo di recuperare. Per arginare l’ansia di intervenire direttamente sulla foto, possiamo fornire fogli di carta da lucido (trasparente e un po’ opaca, adatta ad accogliere sia la matita che i rapidograph). La carta da lucido sovrapposta alla foto permetterà di sperimentare più modi di riempire lo spazio disegnabile proprio come se stessimo trattando un livello di Photoshop, ma analogico! Successivamente si potrà decidere se disegnare sulla foto con acrilici, gessetti o chine oppure optare per il collage (magari mantenendo la stessa carta da lucido).

Partiamo, quindi, dalla nostra storia che può essere la storia della nostra famiglia, ma anche della nostra città. Mi sono ritrovata a fare i conti con entrambe quando ho lavorato prima a “J anvud dla Marianna” (in dialetto riminese, “I nipoti della Marianna”, la mia bisnonna) e poi a “La bambina dal nastro rosso” (scritto da Stella Nosella, nipote della protagonista). Nel primo caso le foto provenivano dal mio archivio familiare privato, nel secondo invece ho lavorato sulle foto d’epoca della città di Portogruaro dove è ambientata la storia.

Si potrà quindi decidere di partire chiedendo a ciascun bambino di ripercorrere il passato della sua famiglia portando a scuola alcune foto che siano legate a un ricordo, anche non vissuto direttamente e solo riportato: quel bisnonno dall’aspetto distinto che carattere aveva? Ci sono aneddoti su di lui? Qual era il suo mestiere? Oppure: quella casa di campagna davanti alla quale posano tante persone dove si trova e chi ci viveva?

Trovare foto non in posa non sarà facile, ma consiglio di scandagliare album e archivi (fotografici ma anche mentali), lasciando che le storie ricomincino a circolare libere e spontanee (una cosa che, per esempio, a casa mia è sempre accaduta, specialmente nei momenti di condivisione come i pasti).

Si potrà altrimenti optare per un lavoro collettivo che apra lo sguardo sulla storia della propria città, cercandone tracce sui libri. In questo caso, con le insegnanti, si potranno attivare contatti con la biblioteca e l’archivio storico cittadini per richiedere l’accesso al repertorio fotografico di alcune epoche precise. Nel caso de “La bambina dal nastro rosso” la scelta ricadeva su un periodo critico: è infatti il Natale 1944 il periodo in cui si svolge la storia di Antonia (una bambina di 8 anni) che si ritrova a fare i conti con la guerra, la deportazione, la sua città che cambia.

Mentre nel primo caso gli archivi di famiglia ci regaleranno probabilmente molti volti attorno ai quali ridisegnare le storie da rievocare (come nel caso della mia bisnonna Marianna che si è rimboccata le maniche e ha trasformato una modesta osteria in un trionfo di sapori e accoglienza), in questo secondo caso un archivio collettivo pubblico avrà bisogno di “attori” per consentire alla storia di rivelarsi. Ecco perché Antonia è disegnata e si muove attraverso la città (seguendo i fatti narrati) permettendosi anche qualche licenza fantastica: Antonia non è “solo” una bambina, ma è anche una gigantesca eroina pronta a difendere la sua casa da tutto e tutti.

Lavorare sulle foto che ci ricordano qualcosa o qualcuno ci permette di trasferire su carta un processo che la nostra memoria compie istintivamente: riempire gli spazi vuoti delle immagini con il racconto, completare le storie incomplete e, laddove i pezzi del puzzle sono irrecuperabili, ricorrere all’immaginazione. La memoria è potente, la memoria è preziosa. Ridisegnare la memoria vuol dire permetterle di manifestarsi e riabituarci a tenerla in circolo, come un filo che ci lega e ci collega, come il prezioso nastro rosso di una bimba che diventa il pretesto per conservare la storia di una città intera.

Crediti immagine di copertina da ” J anvùd dla Marianna. Una vetrina sul Borgo San Giuliano”, di Roberto Balducci, illustrazioni di Marianna Balducci, Panozzo editore.

Crediti immagine centrale: a sinistra tratta da “J anvud dla Marianna. Una vetrina sul Borgo San Giuliano”, di Roberto Balducci, illustrazioni di Marianna Balducci, Panozzo editore. A destra tratta da “La bambina dal nastro rosso”, di Stella Nosella, illustrazioni di Marianna Balducci, L’Orto della Cultura edizioni.

La vita nascosta delle cose: trasformare con la foto-illustrazione

in Attività in classe by
Marianna Balducci ci racconta come ridare vita agli oggetti, trasformandoli con la foto-illustrazione.

Quando ci approcciamo alla foto-illustrazione con l’intento di trasformare un oggetto in qualcos’altro, attiviamo un doppio meccanismo: uno puramente formale che agisce sulle consonanze estetiche (quella cosa ha una forma analoga a…, assomiglia a…) e uno più narrativo che, più o meno consapevolmente, può trasformare quell’oggetto nello spunto per un discorso (una presa di posizione, una rivelazione, una storia da raccontare).

Nasce così “La vita nascosta delle cose” con la foto-illustrazione: una raccolta di oggetti quotidiani estrapolati dal loro contesto e fotografati su un set neutro per poi essere trasformati, attraverso il disegno (qui realizzato a china e poi concluso digitalmente), in nuove macchine impossibili.

Verrebbe da dire anche “inutili” per citare Munari, ma qui in realtà un’utilità si conserva pur nella surreale licenza che la fantasia ci concede ed è, ancora una volta, doppia (ed è proprio in quell’equilibrio che sta l’esercizio). L’oggetto fotografato resta riconoscibile, non viene mai alterato o coperto al punto tale da scomparire in favore del disegno; allo stesso tempo a quell’oggetto si sta attribuendo una funzione nuova, una missione fantastica, un imprevedibile destino.

Perché allora proprio “la vita nascosta delle cose”? Perché ogni tanto succede che gli oggetti si stanchino di essere quello che sono sempre stati e decidano di prendersi una vacanza. Alcuni forse aspirano a viaggi avventurosi in terre sconosciute, altri si accontentano di giocare con bimbi curiosi, mamme e papà coi pensieri leggeri, insegnanti con l’immaginazione scalpitante. Eccoli che sbucano fuori dai cassetti delle stoviglie, sgusciano via dalla scrivania e, con loro, desideri segreti, piccole paure, buoni propositi… E allora è un attimo che ti ritrovi a decollare a bordo del cavatappi, a smistare lettere d’amore con lo schiacciapatate, a salpare a bordo di un pennino.

Più l’oggetto è “banale”, di quelli che siamo abituati ad avere sotto gli occhi quotidianamente, più la sfida sarà ambiziosa. E se scegliamo un oggetto desueto (il pennino, per esempio), sarà bello vedere come indagare sulla sua originaria funzione, per poi poterla sovvertire, possa diventare un modo per riscattarne la memoria agli occhi dei giovanissimi osservatori. 

La foto-illustrazione in classe

Invitiamoli a scegliere un oggetto, vecchio o nuovo, che si trova proprio nelle loro case. La caccia potrebbe iniziare chiedendo ai bambini di fotografare quegli oggetti e discutere in classe l’esito di questa prima selezione per poi scegliere insieme il soggetto su cui ciascuno andrà a intervenire (e magari organizzare con l’insegnante dei veri e propri filoni tematici: le stanze, l’infanzia, i ricordi, persino spingerci a concetti più ambiziosi come il design). Una volta portato l’oggetto in classe, allestiamo un piccolo set neutro per la foto-illustrazione (basterà del cartoncino bianco o colorato e una lampada puntata contro l’oggetto) e facciamo più di uno scatto, girando e rigirando la nostra scelta in modo che diversi punti di vista suggeriscano diverse forme con cui giocare.

Intervistiamo l’oggetto e chiediamogli a cosa serve, chi lo usa, come è fatto e come funziona. Infine, interroghiamolo (e interroghiamoci) su cosa vorrebbe diventare, lasciando che siano proprio le sue forme a suggerirci un nuovo percorso (è un contenitore? che succede se lo capovolgo? guardandolo di profilo noto qualcosa che non avevo notato prima?). Per consentire più prove, possiamo dotare ciascun bambino di uno o più fogli di carta da lucido da sovrapporre alla foto per disegnare in trasparenza (con la matita, il trattopen, i pennarelli acrilici) prima di elaborare il proprio foto-disegno definitivo. Inserire uno o più personaggi potrà essere di ulteriore aiuto nel dare nuova forma al nostro oggetto e offrirà lo spunto per costruire vere e proprie storie.

Le cose, persino quelle che abbiamo sempre sotto gli occhi o quelle che ormai abbiamo dimenticato, sognano una vita segreta e, se siamo attenti e giuriamo di non dirlo a nessuno, forse saremo così fortunati da farcela raccontare.

Il Natale HA più voci: laboratorio di scrittura

in Approcci educativi/Attività in classe by
Cinzia Sorvillo ci racconta un laboratorio di scrittura creativa per una classe III della scuola media.

Parlando di scrittura creativa ci si domanda: come nasce un racconto polifonico? A volte in maniera casuale, inaspettata, non PROGRAMMATA; basta sapersi porre con spirito entusiasta  e costruttivo di fronte all’imprevedibile e all’inatteso che una classe e una lettura portano necessariamente con sé.

C’è stato un periodo in cui nella mia scuola abbiamo fatto i turni pomeridiani.  Il giorno in cui è questo racconto ha fatalmente preso vita erano le cinque del pomeriggio. Dalla finestra entrava il buio dei pomeriggi invernali e da lontano vedevamo accendersi le prime luci di case addobbate per il Natale.

Io e i miei alunni in quei giorni stavamo studiando il RACCONTO BREVE e insieme, sfogliano il nostro libro di antologia, ci siamo fermati sul celebre testo di Paul Auster, Il racconto di Natale di Auggie Wren.

Come noto, questo testo è un esempio di racconto nel racconto.

Protagonisti sono Paul Benjamin, il quale deve scrivere un racconto per il ‘New York Time’ e l’amico Auggie Wren, che si offre di raccontargli la miglior storia di Natale mai sentita. Una storia che da un lato mette in risalto l’intensa storia d’amicizia tra lo scrittore e il tabaccaio fotografo Auggie, dall’altro ci propone un racconto in cui prorompe la fatalità della vita, quella “musica del caso” che ritma in maniera inconfondibile le pagine di Auster.

In questo racconto nel racconto una coincidenza prende la forma di un incontro che trasforma la vita del protagonista: un incontro natalizio, casuale e inaspettato, che genera un cambiamento (in questo caso positivo).

Al termine della lettura, ho proposto così ai miei ragazzi di inventare una storia tutti insieme, partendo da un mio input e poi proseguendo la storia uno alla volta, a turno. Un laboratorio di scrittura creativa!

Ovviamente loro hanno accettato, come sempre, con entusiasmo. Il mio input è stato:

il protagonista è un maschio, è seduto al tavolo di un bar di un quartiere malfamato di New York e, per caso, incontra un altro ragazzo che gli cambierà il Natale.

I ragazzi hanno cominciato così a immaginare una storia.

 Io ho dato la parola in base a come si alzavano le mani e ho annotato su un quadernetto il racconto che stava venendo fuori. Purtroppo il suono della campanella ha interrotto la storia a metà, quindi ho proposto ai miei alunni di inventare dei finali singoli e di mandarmeli via mail.

È così che quindi, proprio perché ogni persona ha la sua voce e la sua storia, ognuno ha inventato il suo finale.

A me poi l’onere della selezione dei finali, che ho scelto solo in base a dei criteri di coesione e coerenza testuale e non di contenuto. Alla fine ho inserito il testo e alcuni finali sulla piattaforma gratuita SparkPage, che in questa classe ho insegnato a utilizzare per presentazioni di progetti e lavori di Storia.

Ne è uscita fuori una bella storia e nonostante i quattro finali proposti siano diversi, c’è un fil rouge che li accomuna. I ragazzi hanno immaginato:

  • una figura genitoriale che non ascolta la voce del figlio e la sua specificità altra da quello che l’adulto  vuole,
  • la solitudine del non essere ascoltati,
  •  la possibilità dell’incontro positivo, dell’incontro che offre una possibilità di cambiamento. 

Nella speranza che ognuno possa aprire e non chiudere lo sguardo agli incontri, auguro a tutti buon Natale con “Un incontro di Natale a New York”.

Perché la sintassi è così difficile per gli studenti?

in Attività in classe/Tavola Rotonda by

Tra le materie che insegno nelle mie classi di scuola superiore, la sintassi è quella che gli studenti trovano più difficoltosa. Anzi, per alcuni studenti si può tranquillamente dire sia un mistero doloroso sul quale non si riesce ad avere nessun controllo.

A me non è del tutto chiaro perché la sintassi risulti così ostica. In questo senso, sono nel pieno della“maledizione della conoscenza”. Mastico da talmente tanto tempo questi concetti che non riesco più ad immaginare che non possano essere di immediata evidenza.

In realtà c’è un elemento di disturbo che so essere problematico: il modo in cui la grammatica è stata insegnata ai miei studenti alle scuole elementari e medie. I miei studenti arrivano da me con in testa alcune convinzioni salde e quasi irremovibili, cosa che in sé sarebbe anche positiva, se non fosse che queste convinzioni sono radicalmente sbagliate.

Tipicamente: il soggetto è quello che compie l’azione, il complemento oggetto risponde alla domanda “chi? Che cosa?”, il verbo serve ad esprimere le azioni, e così via. Queste idee sono scolpite nella loro mente per due diverse ragioni.

La prima è che la grammatica è stata insegnata così ai loro maestri e professori, i quali spesso si limitano a riproporla ai loro allievi. La seconda è che queste semplificazioni sono facili da memorizzare e in certa misura rendono apparentemente più automatico approcciare la frase, anche se poi si finisce facilmente per confondersi e sbagliarsi.

Il risultato di questa didattica è che se si chiede  agli studenti di analizzare, ad esempio, la frase “A Marco piace la pizza”, “la pizza” diventa invariabilmente il complemento oggetto, perché la frase è interpretata così: “A Marco piace chi o che cosa? La pizza”.

Altro esempio: se il verbo è quello che esprime l’azione, diventa difficile inquadrare tutti quei sostantivi che, guarda un po’, esprimono un’azione o un movimento, come “corsa”, “salto” o “interruzione”.

Specularmente, diventa difficile capire che azione stia svolgendo il soggetto di una frase come “A Marco la rosa sembra molto bella”…visto che “la rosa” non fa proprio nulla.

Però non sarebbe giusto scaricare tutta la colpa sui colleghi delle medie (che in fin dei conti hanno una formazione perfettamente sovrapponibile a quella dei docenti delle superiori): la difficoltà degli studenti con la sintassi va al di là anche della confusione creata da una didattica non appropriata.

Dopo numerosi tentativi e fallimenti, in classe ho improvvisato una metafora che forse può fare un po’ di luce nelle menti spaesate degli studenti e cominciare a rimetterli nel giusto ordine di idee.

Il punto di partenza della mia metafora didattica, che è anche il concetto più difficile da far capire, è che nella sintassi non contano i significati, ma le funzioni.

“Soggetto”, “predicato verbale”, “complemento”, ecc. ecc. non sono “cose”, ma “ruoli”. Un sostantivo (che è una “cosa”) può quindi prendere il ruolo di soggetto o complemento, a seconda di dove viene messo e di quale funzione svolge.

Non è un’idea facile da comunicare. Gli studenti non vedono la lingua, ma solo i suoi significati. Non vedono le parole, ma solo quel che rappresentano. Detto in altre parole, per loro quella di Magritte sarà sempre una pipa. Con questa sorta di cecità per la struttura astratta della lingua, capire la sintassi diventa inevitabilmente assai difficile.

Per uscire dall’impasse, ho azzardato in classe un parallelo calcistico (avvertendo inutilmente i miei studenti che avevo ben poca voglia di essere interrotto dalle loro professioni di fede, ma pazienza).

Ho scritto alla lavagna una formazione in 4-3-3, coi loro nomi.

Mario – Marco – Francesca
Giuseppe – Antonio – Laura
Paolo – Stefania – Marta – Elena
Filippo

E quindi: se io scambio Mario, Marco e Francesca con, ad esempio Paolo Stefania e Marta, cambia qualcosa nella struttura della squadra?
No, è sempre un 4-3-3. E questo perché lo schema non è dato dalle singole persone e dai loro nomi, ma dai ruoli. E infatti lo schema, in realtà, è questo (mi si perdonino le castronerie calcistiche):

attaccante – attaccante – attaccante
ala – centrocampista – ala
difensore – difensore – difensore – difensore
portiere

Allo stesso modo, quando scrivo:

soggetto – predicato verbale – complemento

faccio riferimento a ruoli (“soggetto”: governare il verbo; “predicato verbale”: offrire informazioni su tempo, diatesi, persona, ecc.), non a “cose”.

Il passo successivo è stato dire che ogni parola poi è più o meno adatta a prendere certe funzioni. Il soggetto deve governare il verbo dandogli la persona e talora il genere… può essere ricoperto questo ruolo una parola invariabile come un avverbio o una preposizione? Ovviamente no: a fare il soggetto ci vuole un sostantivo o un pronome…o al limite si può adattare un aggettivo. Ma di certo non puoi dire “il certamente ordina una pizza”, usando un avverbio nel ruolo di soggetto. Né puoi usare, in italiano, un sostantivo come verbo: “Maria casa la spesa”.

Se si capisce questo passaggio, diventa anche chiaro come mai in italiano abbiamo parole di tipo diverso, ma che di fatto hanno lo stesso significato: “corsa” e “correre” sono due diverse parole che indicano la stessa azione, ovvero hanno lo stesso significato, ma l’una parola deve essere usata come soggetto o come complemento (legata alle preposizioni), mentre l’altra si deve disporre a fare da baricentro della frase, come predicato verbale.

Come si sarà capito, questo è un modo come un altro di introdurre una maniera più corretta, semplice e scientifica di descrivere la lingua italiana, che di solito definiamo grammatica valenziale. Ma quale che sia l’approccio scelto, l’importante è che i ragazzi imparino a vedere la grammatica e a ragionarci. E questo non tanto perché questo li aiuterebbe a scrivere meglio (non è così!), ma perché è essenziale che nel curriculum di un’istruzione obbligatoria ci sia una appropriata conoscenza di quello strumento cognitivo che più profondamente definisce l’essere umano in quanto tale: il linguaggio.

Vedremo come andrà…

Creare un bestiario immaginario: la fantasia come strumento sovversivo

in Attività in classe by
Creare un bestiario immaginario: Marianna Balducci ci propone un’attività in classe che unisce fantasia, disegni e fotografie.

Spesso mi è capitato di parlare dei disegni come di “dispositivi parlanti”, inneschi capaci di generare discorsi nuovi. Mi piace generare questi inneschi partendo dall’osservazione del quotidiano a noi più prossimo, per dimostrare che la fantasia può essere uno strumento sovversivo potente. Non serve complicare: basta spostare il punto di osservazione. Dare nuovi pesi agli elementi che ci avevano permesso di identificare l’oggetto protagonista delle nostre incursioni come una certa cosa, fatta in un certo modo.

Gianni Rodari lo definiva “entrare nel mondo non attraverso la porta principale, bensì da un finestrino” (che è più divertente, specificava). E lo metteva in pratica con le varie declinazioni del suo binomio fantastico, inventando omini di vetro o palazzi di gelato.

Ma per generare le storie, per far funzionare l’innesco, la capacità di osservazione e analisi sono fondamentali.

Solo interrogandoci su come sia fatto il cristallo troviamo un posto a “Giacomo di Cristallo” (“Libri della Fantasia“), condannato a mostrare i suoi pensieri a tutti, ma anche a risplendere per il suo eroico destino.

“Analisi merceologica e analisi fantastica coincidono quasi perfettamente”, scrive Rodari (“Grammatica della Fantasia”). In una sorta di altalena necessaria per far sì che anche i più piccoli si approprino del reale e lo possano trasformare a loro piacimento.

Allora per esercitare la fantasia dandoci una pista, ci tornano utili i testi dotati di una struttura ordinata, quelli da cui possiamo prendere spunto: le enciclopedie, i dizionari, i bestiari.

I bestiari

Dal medioevo i bestiari vengono compilati non solo per catalogare le varie specie, ma soprattutto per raccontare comportamenti e addirittura sentimenti (usando allegorie, metafore, ecc.). Ne è un esempio il “Bestiario amoroso” di Richard de Fournival.

Ma l’astrazione può spingersi ben oltre la volontà di educare o divulgare e arrivare alla realizzazione di capitoli estremi, come quelli riccamente disegnati e scritti in lingua illeggibile del “Codex Seraphinianus” di Luigi Serafini.

Ma cosa succede se, per comporre il nostro bestiario immaginario, mettiamo in scena i meccanismi fantastici descritti da Rodari attraverso l’aiuto della fotografia?  

La fotografia è un’alleata preziosa: ci permette di registrare, catalogare, catturare le porzioni di realtà in tutta la loro sfacciata contingenza. Se abbiamo a che fare con gli oggetti, fotografarli isolandoli su sfondi neutri è il modo canonico per archiviarli in un inventario, con informazioni utili per conoscerli e riconoscerli.

Se contaminiamo queste immagini con il disegno per dar loro un senso nuovo, stiamo letteralmente corrompendo il sistema. Stiamo hackerando la realtà, insinuandoci in piccoli spazi vuoti per riempirli di possibilità.

Innanzitutto, per comporre la nostra “nuova fauna”, saremo costretti a verificare quanti animali sono già immagazzinati nel nostro archivio mentale. Se so come è fatto un narvalo, allora potrò riconoscerlo osservando il picciolo di un massiccio peperone ribaltato sul tavolo.

Consiglio di partire da un repertorio di oggetti fotografati già stampato e svolgere la fase di raccolta e osservazione a distanza di qualche giorno. Non dobbiamo trovare cose che somiglino palesemente a degli animali, dobbiamo raccogliere e soltanto dopo osservare quelle cose per vedere quel che ci suggeriscono.

Fotografare su sfondo bianco aiuterà a visualizzare meglio gli spazi vuoti sui quali intervenire (con matite, pennarelli, tecniche pittoriche a discrezione, l’importante sarà l’idea).

Per agevolare il lavoro di trasformazione bestiale, si potranno anche osservare alcune foto collettivamente, scrivendo alla lavagna gli spunti che emergeranno. Ciascuno poi lavorerà su un proprio nuovo animale, disegnandolo ma anche scrivendo le sue peculiarità.

Alcuni pensano che la combinazione tra disegno e fotografia (un ulteriore livello di lettura dei codici visivi) confonda i più piccoli. Ma è esattamente l’opposto.

Chi possiede già un proprio bagaglio di immagini (e noi iniziamo a costruircelo inconsciamente fin da piccolissimi) saprà perfettamente “stare al gioco”.

Aiutiamo piuttosto il pensiero a giocare con questa altalena in modo sempre più ricco e interessante e procediamo elencando tutte le proprietà dell’oggetto fotografato. Poi trasformiamole in caratteristiche del nuovo animale.

Quel groviglio di fili e auricolari è intricato, gommoso, dotato di altoparlanti, capace di condurre corrente e onde sonore. Una pecora elettrica che, invece di stare in silenzio come le altre del gregge, non può fare a meno di far sentire la sua voce, di captare segnali nuovi, di reagire alle scosse.

E quest’altra invece? Lei è una pecora nera, anzi, scusate, mora. Perché? Non c’è bisogno di dare tante spiegazioni: semplicemente, col suo manto, invece dei maglioni ci faremo marmellate. 

(Nota: la pecora elettrica è nata per sostenere l’omonima libreria romana incendiata per ben due volte e impegnata in una coraggiosa lotta per presidiare con la cultura il quartiere di Centocelle).

La teatralizzazione a scuola come supporto alle lezioni

in Attività in classe/Ora di Alternativa/Tavola Rotonda by
La teatralizzazione a scuola può venire in soccorso degli insegnanti, permettendo agli studenti di appassionarsi alle lezioni e superare il “muro” con le materie.

Chi ogni mattina affronta il lavoro in classe si trova di fronte un ostacolo che pare insormontabile: come superare quel muro che separa dagli alunni? Che separa gli alunni dai contenuti che l’insegnante si trova a proporre e che non necessariamente incontrano il favore e l’attenzione degli alunni.

Sì perché la narrazione prevalente (o pericolosamente strisciante) in merito alla didattica vuole (impone?) che si vada incontro ai gusti e alle tendenze degli studenti. Ad esempio, liofilizzando i contenuti, spalmandoli in forme più attraenti, in modo da suscitare il tanto sospirato interesse e, di grazia, un po’ di partecipazione.

Narrazione pericolosa, a mio avviso, perché appiattisce il ruolo di docente, riducendolo a erogatore di un servizio che deve piacere. Invece una delle funzioni della scuola, dovrebbe essere quella di svegliare le parti assopite dell’alunno. I gusti, gli orizzonti e le aperture che a volte giacciono un po’ sepolte. E che con lo sforzo e col tempo – della scuola, appunto – possono riemergere (educere, appunto: tirar fuori da). Un tipo di narrazione sempre più vincente, purtroppo, anche a causa della competizione tra scuole e tra i docenti stessi. Le prime costrette alla corsa ai nuovi iscritti e i secondi chiamati a competere per aggiudicarsi il famoso bonus premiale; le une e gli altri, comunque, chiamati a “conquistare” il mercato, ovvero gli studenti.

Come superare allora quel muro di alterità tra gli studenti e le materie?

Basta guardare negli occhi uno studente per chiedersi: come potrà questo ragazzino dagli occhi assonnati, e che riflettono ancora le ore passate allo smartphone o a giocare a Fortnite, seguire una lezione sulla Guerra dei Trent’anni (che – chissà perché – rappresenta la noia per antonomasia: forse saranno le sue troppe fasi: danese, svedese, ecc.)?

Come potrà un alunno da cui mi separano decenni seguire le mie parole e i contenuti che – bene o male – esse cercano di rappresentare? Più passa il tempo e più mi faccio queste domande. Forse perché il tempo che passa spinge gli uomini (e anche gli insegnanti) a riflettere, a non dare nulla per scontato. Ciò che ha rappresentato una fonte di curiosità e di interesse, finanche passione, per me, non necessariamente potrà esserlo per uno studente di oggi. Studente da cui mi separano – ahimè – decenni e troppi cambiamenti socio-culturali, non sempre positivi. Un cumulo di pregiudizio e di stratificazione socioculturale, insomma, che alla parola scuola risponde: noia, noia, noia. Che fare?

Una risposta per me è stata la teatralizzazione: far rappresentare agli alunni le scene e le situazioni oggetto della spiegazione o della lettura.

Quella della teatralizzazione è stata una risposta istintiva, per me, forse nata da mie precedenti esperienze nel campo, che ha sempre riscontrato un grande interesse. Chiamare gli studenti a teatralizzare, a mettere in scena in forma sintetica e semplificata, ciò di cui si è solo parlato, permette di passare in una certa misura al vissuto, all’esperito e, forse, di superare quel muro.

Di far percepire, per esempio per quanto riguarda la Storia, che altre epoche, altre mentalità, altre abitudini sono esistite davvero e che il nostro, o il loro, non è l’unico né sarà l’ultimo. O che tante storie di cui parlano i testi letterari sono anche le nostre storie, quelle di persone che – come Lancillotto sul ponte della spada – si trovano di fronte a una paura irreale, fantasmatica (due leoni che l’attenderebbero passato il ponte), che sparisce se si ha il coraggio, come fa Lancillotto, di attraversare quel ponte e di constatare, poi, che i leoni non esistevano.

Nel vederli rappresentare quelle piccole scene, nelle mani alzate che fanno a gara per partecipare, mi pare a volte di avere visto occhi meno spenti e, forse, meno annoiati. Meno al di là del muro.

Non che tutto ciò non esponga a rischi e pericoli: nella teatralizzazione della defenestrazione di Praga (la solita, noiosissima, Guerra dei Trent’anni!) mi sono trovato di fronte alla spiacevole intenzione manifestata da un alunno, momentaneamente boemo e protestante, di buttare dalla finestra un suo compagno, altrettanto momentaneamente cattolicissimo rappresentante dell’impero. Ma basta stare attenti alle finestre, e riderci su, tutti insieme, come feci con i miei studenti anche in quell’occasione.

A Pandino (CR) la lezione ispirata da “Clorofilla dal cielo blu”

in Attività in classe by
Laura Pedrinazzi, docente in una seconda primaria dell’IC Visconteo di Pandino, legge “Clorofilla dal cielo blu” di Bianca Pitzorno e la lezione prende vita

I libri che leggiamo tutti insieme nascono dalla penna degli autori e dalla mia voce ma i bambini tirano fuori ogni volta una storia nuova. Questo, assecondare l’onda del pensiero dei bambini che ascoltano, è un lavoro che non si può programmare preventivamente, è necessaria un po’ di improvvisazione (sempre supportata da un pensiero ben preciso). Io di solito mi lascio guidare da una scintilla, un desiderio, una domanda che viene spontaneamente dai bambini e permetto che sia proprio quella a guidare la mattinata, perché far vivere un libro ai bambini con attività vere credo sia la miglior forma di valorizzazione e promozione che possa esserci. Mi spiego meglio partendo da un esempio pratico successo poco tempo fa in classe.

Stavo leggendo ai bimbi “Clorofilla dal cielo blu” di Bianca Pitzorno e i bambini, giunti ormai a metà della vicenda, stavano cominciando ad entrare sempre di più in quel groviglio di emozioni e “radici” che speravo incontrassero e quella mattina di fine ottobre, come per magia, il groviglio è uscito dal libro e ci ha presi per mano.

La storia narra di una bimba-pianta aliena che, atterrata sulla Terra, si trova in pericolo di vita a causa dell’aria inquinata che è costretta a respirare; così una strana combriccola formata da tre bambini, una portinaia e uno scienziato, si trovano ad affrontare strane avventure per poterla salvare.

La tematica mi è molto cara ed è assolutamente in linea con il costante lavoro di consapevolezza ecologica che quotidianamente io e le colleghe portiamo avanti. I primi frutti di questo lavoro li stiamo già raccogliendo e mi è sembrato proprio un ottimo segnale quello dell’interesse dei bambini verso una frase che m’ero fermata ad approfondire per un discorso meramente lessicale e che invece ha avuto su di loro una ricaduta più forte. La frase è stata “Altre piante che i bambini con conoscevano erano cresciute dappertutto, ovunque trovassero un po’ di terra o muschio, o tra gli interstizi tra i mattoni”, dopo aver spiegato il significato della parola interstizio, i bambini hanno continuato a riflettere e discutere su quelle erbette coraggiose che si avventurano a vivere la propria vita non su un prato ma tra i mattoni, sui muretti, nelle crepe del cemento…

Come non cavalcare, quindi, quest’onda positiva? Terminato il capitolo ci siamo messi il giubbotto e siamo usciti dalla scuola per esplorare il marciapiede antistante l’edificio scolastico e scovare tutte le erbette ribelli che lì abitano. Ci siamo trattenuti fuori non più di un quarto d’ora ma è stato sufficiente perché i bambini rientrassero calmi e concentrati e cominciassero a lavorare (non facendo quello che era stato preparato dalla maestra ma quello che avevano deciso di fare proprio loro!). Abbiamo riportato sul quaderno la citazione del libro che ci ha fatti riflettere – scrivendo in rosso la parola “interstizi” cioè l’arricchimento lessicale da cui era partita la riflessione – poi ciascuno ha disegnato una “fotografia” di ciò che aveva osservato e scritto in autonomia quello che era stato il lavoro della mattinata: c’è stato chi si è focalizzato su un’informazione del libro e chi sull’esplorazione del marciapiede. Come vorrei mostrarvi un video del silenzio e della concentrazione durante il lavoro sul quaderno! Io ne sono rimasta stupefatta e felice. Quando sono i bambini a creare l’alchimia di lavoro è sempre un momento speciale.

Un museo della scienza in classe

in Attività in classe by
Come creare un museo della scienza a scuola, aperto a visitatori esterni, partendo da un albo illustrato: l’esperienza raccontata dalla voce dell’insegnante, Claudia Ferraroli

Un paio di anni fa, in giro per le scuole con i laboratori ispirati ad alcuni giochi educativi da me progettati, finisco nella piccola scuola di montagna che mi ha visto felice alunna. L’emozione è stata tanta, anche nel constatare che nulla era cambiato nel frattempo: pochi bambini curiosi, verde intorno e un forte turn over di insegnanti, scoraggiati dalla ubicazione disagiata della scuola. Decido così di dare una mano e per il nuovo anno scolastico vengo reclutata dalla preside attraverso una messa a disposizione. Inizia così la mia avventura nel mondo della scuola, con l’esperienza di una cinquantenne e l’entusiasmo di una neolaureata.

Tra le materie che insegno c’è scienze. Mi trovo per lo più a che fare con pluriclassi di pochi bambini e l’impostazione diventa laboratoriale. Si lavora per competenze, questa parola così nota e contemporaneamente poco conosciuta nel mondo della scuola. Si tratta di sollecitare attitudini e potenzialità ed utilizzare le singole discipline come strumento formativo, non come obiettivo. Per stimolare curiosità e meraviglia nei bambini e fare emergere il loro pensiero critico, gli studenti sono invitati a conoscere direttamente attraverso il contatto con l’elemento naturale, in questo caso piante e animali, a individuare dati, formulare ipotesi, applicare strategie. Per cui ogni argomento viene affrontato in classe attraverso domande e resoconti di esperienze personali.

Gli aspetti positivi vengono valorizzati ed integrati con conoscenze che gli allievi non sono ancora in grado di possedere. Le rielaborazioni di quanto emerso diventano giochi su singoli argomenti, canzoni, libri in formato gigante scritti dai bambini, piccole drammatizzazioni. In particolare per il programma di scienze che va dalla prima alla quarta classe, ho proposto ai bambini di creare per la fine dell’anno scolastico un museo della scienza, aperto a visitatori esterni. Un museo dinamico, esperienziale ed attivo. Per dare maggiore risalto alla proposta ho letto in classe l’albo illustrato: “ Kubbe fa un museo” Electa kids editore . Narra la storia del tronchetto Kubbe, collezionista meticoloso, che ha raccolto, classificato, etichettato e fotografato troppe cose, fino a quando non ha più spazio in casa. Che fare? Kubbe ha la straordinaria idea di aprire un museo. L’entusiasmo di Kubbe è stato contagioso anche per i bambini della piccola scuola di montagna. Il materiale naturale non manca; basta uscire dalla porta o guardare dalla finestra e le idee su come proporre il progetto tante, integrate dalla sottoscritta che ha giusto il vantaggio di avere una visione d’insieme del programma e che comincia a prendere nota di tutto quello che emerge direttamente dai bambini.

Gli argomenti che vengono trattati, sempre partendo da domande, riflessioni, spunti personali trasformati in prodotti creativi ed artistici, sono di volta in volta rielaborati nell’ottica del museo. La fine dell’anno arriva e per i primi di giugno organizziamo la mattinata al museo, invitando le famiglie a farci visita. Usiamo un’aula e disponiamo i banchi a ferro di cavallo, creando una sorta di percorso e dando la possibilità ai bambini di posizionarsi dietro i banchi per interagire con i genitori. Gli alunni si dividono in piccoli gruppi, ognuno del quale si occupa di un singolo settore del museo.

All’inizio del percorso troviamo i bambini di prima che hanno lavorato ed approfondito i cinque sensi,fondamentali per fare esperienza del mondo che ci circonda. Abbiamo creato delle scatole sensoriali, che raccolgono oggetti, cibi, profumi e tutto quello che può stimolare i sensi dei visitatori. Gli alunni di seconda e terza si dedicano alla piramide della alimentazione, che è diventata un gioco ( una piramide costruita con del cartoncino pesante, divisa per colori e i singoli cibi, dotati di velcro, devono essere posizionati dai genitori nello spazio corretto). Sono gli alunni che gestiscono il gioco e ne controllano la correttezza esecutiva. Gli stessi si occupano anche degli animali. Durante l’anno hanno creato un grande libro illustrato con tutte le informazioni principali: alimentazione, riproduzione, movimento etc. e ora lo mostrano ai genitori e spiegano quanto hanno imparato.

Un altro gruppo di bambini invece propone il gioco di creare un animale fantastico attraverso delle carte colorate. Si pescano due carte animali che saranno la base dell’animale inventato ( es. leone e formica), poi altre che definiranno come si alimenta, riproduce, muove etc. il nuovo essere. Ai genitori non resta che completare una scheda ed inventare il nome! Infine i bambini di quarta si occupano di piante: impollinazione, fotosintesi clorofilliana, caratteristiche delle piante sono presentate con un gioco attacca-stacca, un puzzle, una breve drammatizzazione accompagnata da illustrazioni e con una canzone che è una vera propria ode alla natura.

Non manca poi l’angolo dedicato agli esperimenti. Una serie di foglie, cortecce e nidi fanno da cornice all’allestimento. In quella magica mattinata, l’insegnante non fa altro che girare tra gli spazi, controllando che tutto proceda senza intoppi e verificando in maniera diretta quanto i bambini hanno appreso e di come le abilità e le competenze di ciascuno siano anche al servizio di un momento di condivisione importante con le famiglie e il territorio.

Credits immagine: particolare da “Kubbe fa un museo” di Johnsen Kanstad, Electa Kids, 2013

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