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Il pongo come pulsante di un videogame? È Click4all!

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Con Nicola Gencarelli, del team Click4all, scopriamo la tecnologia digitale che aiuta l’inclusione di persone con disabilità e fragilità

Prima di parlare di Click4all, facciamo un passo indietro: dobbiamo infatti ricordare che è terminata il 14 febbraio la raccolta degli elaborati che hanno partecipato al Concorso “Come stai. Dillo con arte!“.

Perché ricordarlo? Perché il Concorso è promosso dalla campagna educativa nazionale Più unici che rari di Librì Progetti Educativi, in collaborazione con Sanofi, e vede come premio per le prime 15 classi, proprio il dispositivo Click4all.

Dunque, eccoci qua: di cosa si tratta, nello specifico, Click4all?

La domanda non è banale, e per questo abbiamo chiamato in causa uno degli ideatori di questo affascinante dispositivo: Nicola Gencarelli, laureato in Scienze della Comunicazione e Scienze dell’Educazione, nel 2012 ha scritto “Ausili fai da te. Creare e adattare oggetti e strumenti tecnologici per la disabilità“.

Il team che ha ideato Click4all fa parte della Fondazione ASPHI Onlus. Ci può parlare brevemente di cosa si occupa?

La Fondazione ASPHI Onlus promuove l’inclusione delle persone con disabilità e fragilità in tutti i contesti di vita, attraverso l’uso delle tecnologie digitali.

Partendo dai bisogni e dai contesti in cui si trovano queste persone, e attraverso un’attività di ricerca mirata alle tecnologie digitali, realizziamo i necessari adattamenti e cambiamenti che incidono concretamente sulla qualità di vita.

Come lo facciamo? Con azioni di sensibilizzazione, comunicazione, formazione e consulenza.

Click4all: cos’è e a chi si rivolge?

Click4all è un kit per costruire pulsanti e bottoni creativi che interagiscono con il mondo digitale e multimediale.

Quasi tutto può così diventare un tasto: il pongo, bicchieri d’acqua, una mela o una banana, ritagli di carta stagnola, scatole di latta e qualsiasi oggetto che contenga parti di metallo o acqua.

Con Click4all tutto diventa un pulsante per giocare a un videogame, ma anche per scegliere una musica su Spotify, suonare uno strumento musicale virtuale, comunicare sui social, sfogliare un e-book, far partire un video su Youtube, ecc. 

Click4all permette, in sintesi, di collegare questi tasti assemblati e modellati a proprio piacimento, a qualsiasi device, attivando relazioni di causa-effetto o di esplorazione.

Può essere utilizzato da bambini con disabilità diverse (cognitive, fisiche o entrambe), da adulti con disabilità, nell’ambito di attività riabilitative, educative o anche solo come gioco.

Come e quando è nata l’idea di questo dispositivo?

L’idea è nata nel 2015, in un momento di fioritura del fenomeno della digital fabrication, della prototipazione rapida e del movimento dei Makers e del fai-da-te digitale.

E’ ispirato nella sua realizzazione tecnica al bellissimo “Makey Makey”, strumento per l’educazione digitale nato da alcuni ricercatori del Media Lab del M.I.T. di Boston.

Partendo dalla loro geniale intuizione, abbiamo creato qualcosa che fosse più orientato alle esigenze delle persone con disabilità. 

Alla base di Click4all c’è l’approccio pedagogico costruzionista di Seymour Papert, ovvero l’idea che:

l’apprendimento non è una trasmissione di conoscenze, ma un processo di esplorazione e manipolazione di oggetti reali e artefatti cognitivi

Tutti, anche chi non è ingegnere informatico, possono quindi diventare creatori – e non solo consumatori – di tecnologia digitale.

Nel nostro piccolo, con Click4all permettiamo a bambini e adulti di esplorare, immaginare e realizzare forme nuove di interazione con il digitale.

Quante professionalità hanno contribuito alla sua realizzazione?

L’idea è nata dalla squadra di ricerca tecnologica di ASPHI: attualmente il gruppo è formato da un informatico, un educatore, uno psicologo e una pedagogista.

Dall’idea iniziale alla sua realizzazione, quanto tempo è trascorso?

Le prime versioni, nel 2015, erano fatte con una scheda Arduino chiusa dentro scatole di gelato. Nel 2016 siamo passati alla produzione dei kit che ora sono in commercio.

Ad oggi, quanti premi ha vinto Click4all?

Abbiamo vinto il bando Thinkforsocial di Fondazione Vodafone nel 2016, che ci ha permesso di passare dai prototipi alla produzione del kit.

Inoltre, abbiamo potuto ambire a una distribuzione capillare sul mercato italiano delle soluzioni tecnologiche, in ambito educativo e riabilitativo.

Abbiamo poi vinto il premio Make to Care di Sanofi Genzyme nel 2016, e il premio Cariplo Crew nel 2019, che ci sta permettendo di sviluppare una app, Click&DO, utile a chi utilizzerà Click4all in futuro.

Fino ad ora il kit è utilizzato soprattutto da operatori dell’educazione e della riabilitazione, con predisposizione alle tecnologie. Con l’ app vogliamo rendere più semplice la creazione di attività digitali, anche da parte di famiglie e insegnanti.

Ha un sogno da realizzare, o un bisogno specifico che vorrebbe soddisfare, attraverso la realizzazione di una qualche tecnologia?

La mission di Fondazione ASPHI è contribuire a processi di innovazione sociale, cercando di dare il nostro piccolo contributo a colmare l’ultimo miglio che separa l’ecosistema tecnologico, dalle necessità e dai desideri delle persone con fragilità.

Per questo, più che l’invenzione di nuove tecniche o strumenti, serve una rivoluzione culturale, un cambiamento di paradigma verso un welfare di comunità: nella scuola, nel lavoro, nel sistema socio-sanitario della cura.

La tecnologia di per sé è neutra: può creare ponti o barriere, contribuire alla coesione sociale o approfondire diseguaglianze. Saranno le nostre scelte politiche, sociali e culturali a fare la differenza. Il nostro impegno per il futuro è contribuire a questo cambiamento.

Ringraziamo Nicola Gencarelli per aver risposto alle nostre domande.
Per coloro che vogliono approfondire ulteriormente, ecco i riferimenti ai profili social Facebook e Twitter di Click4all.

Mediatori con la disabilità: mediare nei casi di handicap

in Approcci educativi by
Serena Neri ci accompagna nel mondo della mediazione nei casi di disabilità.

Il metodo Feuerstein nasce per sostenere e potenziare i bambini e i ragazzi con gravi disabilità e deprivazioni, e inizialmente si rivolgeva esclusivamente a loro. Finora abbiamo conosciuto principi di mediazione che sono assolutamente inclusivi: la mediazione della lettura, della classe, degli obiettivi didattici, sui comportamenti problematici…

Perché allora dedicare un articolo specifico alle persone con handicap?
Per dare un senso a queste parole.

Potenzialità

Potenzialità: spesso i test e le diagnosi ci dicono cos’ha una persona, il suo disturbo, la sua patologia. Ma quali test ci parlano delle sue potenzialità e di cosa può ancora imparare? Il metodo Feuerstein parte da questo, dalla capacità che ha quella persona, bambino o adulto che sia, di imparare.

Inclusione

Inclusione: gli obiettivi del metodo sono validi per tutti, sono adattabili a contesti individuali e di gruppo; perché allora dovrebbero beneficiare di questi obiettivi solo alcune categorie di persone? Tutti devono avere la possibilità di leggere, di avere obiettivi raggiungibili e di imparare a gestire i propri comportamenti in modo efficace.

Imparare

Imparare: il tema principale su cui si basa il metodo è proprio “imparare a imparare”. Avere delle strategie sicure da poter utilizzare in vari contesti della vita. Per i ragazzi con handicap, è uno degli obiettivi più importanti perché dovranno essere capaci di superare molte difficoltà nella vita, momenti difficili e persone che potrebbero non capire le loro difficoltà.

Le disabilità esistono ed è inutile negarle o far finta che siano meno gravi del reale.

Altrettanto vero è che le nostre scuole accolgono ragazzi con disabilità e noi adulti – insegnanti, educatori – abbiamo il compito di aiutare le loro potenzialità perché possano emergere.

Pochi giorni fa ho tenuto un corso di formazione ed è emersa la parola “sartoriale”… l’ho fatta subito mia!

Io, che ho sempre sostenuto che occorra essere artigiani della mente, penso che mediare la disabilità voglia dire essere dei bravi sarti.

Prendere le misure, pensare al modello che più si adatta al fisico, la stoffa giusta per il clima, per l’occasione, il taglio preciso e netto, senza esitazioni; le asole, le cuciture, le finiture… Il tutto per raggiungere il nostro obiettivo: la soddisfazione di una persona, perché possa portare quel bell’abito in giro per il mondo e tutti possano vederlo.

Crediti copertina: illustrazione di Cinzia Ghigliano per “Due Pirati come noi” scritto da Guido Quarzo.

Quanto è classista la scuola italiana? C’è davvero libertà di scelta?

in Tavola Rotonda by
Da una relazione del Miur sugli studenti con disabilità una riflessione di Francesco Rocchi: nessuno avrebbe oggi il coraggio di sostenere che la scuola non debba essere aperta a tutti o che l’istruzione non debba essere universale e gratuita, ma la forma mentis non è cambiata.

Lo scorso maggio il MIUR ha pubblicato una importante relazione sugli studenti con disabilità nella scuola italiana, con una ricca serie di dati statistici. Tra le varie tavole, ce n’è una  che illustra in maniera assai eloquente un problema che a rigor di logica non dovrebbe essere legato al classismo scolastico, ma nei fatti lo è, e assai fortemente: la distribuzione degli studenti disabili scuola secondaria superiore italiana.
La tavola è la seguente:

Si confronti la percentuale di studenti disabili in istituti professionali (evidenziato in giallo) con il dato complessivo della scuola italiana e poi in particolare con la percentuale dei licei. Negli istituti professionali i disabili sono cinque volte quelli nei licei. Se andassimo ad analizzare i singoli indirizzi, probabilmente troveremmo dati ancora più divergenti tra professionali e licei classici o scientifici tradizionali.

Non può essere un caso. C’è una ragione dietro questa evidente discrepanza, che viene ben illustrata dal grafico che mette in relazione il tipo di disabilità con la scelta della scuola:

Se gli alunni con disabilità visiva vanno principalmente ai licei e quelli con disabilità uditiva o motoria si distribuiscono abbastanza uniformemente nei tre ambiti liceale, tecnico e professionale (anche se con percentuali per i professionali più alte rispetto al corrispondente dato globale di un 19.5% di studenti iscritti ad un professionale), nei professionali la percentuale di studenti con disabilità cognitive sono più della metà del totale: il 52%.

Questo dato è il la plastica rappresentazione di una concezione assai diffusa nell’istruzione e nell’opinione pubblica italiana, una concezione tanto brutale quanto semplice: sia i docenti che orientano sia le famiglie che si fanno orientare pensano che il professionale sia “la scuola degli scemi”. Ovviamente, nella categoria degli “scemi” bisogna inserire, oltre ai disabili, anche gli stranieri e i poveri, come l’anno scorso alcuni licei classici di centro-città hanno candidamente messo per  iscritto nel proprio RAV, salvo poi essere giustamente travolti dalla pubblica indignazione. Se guardassimo alla distribuzione degli studenti BES e DSA troveremmo una polarizzazione assai simile.

Non si tratta di nulla di particolarmente nuovo, come sa chiunque abbia dato anche soltanto una scorsa distratta a “Lettera a una professoressa” di don Milani. Anzi, è corretto parlare di una tenace persistenza del classismo italiano, che sopravvive ad ogni cambiamento, sia pure in forme cangianti e, se vogliamo, dissimulate.

Nessuno infatti avrebbe oggi il coraggio di sostenere che la scuola non debba essere aperta a tutti o che l’istruzione non debba essere universale e gratuita, ma la forma mentis non è cambiata (e in qualche modo convive con l’indignazione per l’esplicito classismo dei licei cosiddetti “di tradizione” di cui dicevamo prima): le scuole italiane sono incasallate in una rigida e minuta struttura gerarchica, con il liceo classico e lo scientifico tradizionale in cima ad una scala su cui poi si dispongono i licei meno nobili, i tecnici ed infine i professionali. Sotto i professionali ci sono i corso di formazione professionale, i diplomifici privati e l’abbandono scolastico.

Questa scala la conoscono bene gli studenti che, in difficoltà in qualche liceo, spesso si fanno tutta la trafila “discendente”, andando di bocciatura in bocciatura verso l’abbandono o l’iscrizione in qualche diplomificio privato. L’opinione pubblica non sembra considerare come particolarmente problematico tutto ciò. Quella forma mentis di cui si diceva prima spiega e giustifica tutto questo con la retorica della selettività: alcune scuole sono molto buone e ti offrono un’ottima formazione, ma bisogna meritarsele, un po’ come una rigorosa accademia militare o un’università della Ivy League. Se non sei capace di restare in una scuola del genere, qualche altra scuola più caritatevole si prenderà cura di te abbassando le aspettative e gli standard educativi.

E’ la prospettiva di chi considera l’istruzione un privilegio e pensa che alcune scuole, grazie all’intrinseca superiorità delle materie che insegnano, siano qualitativamente altre rispetto a tutto il resto. Il latino e il greco, in particolare, sembrerebbero operare come potenti incantesimi di tipo esoterico: offrono grandi poteri, ma non possono essere offerti che ad una ristretta cerchia di studenti selezionati. E’ una sorta di strana equazione: quanto più una materia è formativa, tanto più sembra essere esclusiva.

A ragionarci anche soltanto per un attimo ci si rende conto che tutto questo non sta in piedi: se certe materie fossero davvero così formative dovrebbero essere impartite a tutti, non ad una cerchia selezionata. In più, l’eccellenza del liceo classico non viene dalla sua (asfittica) didattica delle lingue morte, ma dal fatto di essere “di tradizione” e di raccogliere gli studenti economicamente e socialmente più avvantaggiati (quei licei dello scandalo lo dicevano pure a chiare lettere, d’altronde); i problemi dei professionali, specularmente, vengono dal fatto di essere oggetto di una selezione sociale inversa.

La cosa più inaccettabile di tutte, però, è l’idea che possa essere considerato normale e non preoccupante il fornire a circa metà della popolazione studentesca italiana, quella che si raccoglie in tecnici e professionali e anche nei licei non nobili, una istruzione esplicitamente considerata di serie B -ammesso e non concesso che gli insegnanti di tecnici e professionali offrano davvero una didattica di serie B.

E’ l’esito inevitabile di quell’approccio “para-universitario”: come non tutti possono essere dottori, non tutti possono essere buoni diplomati liceali, o diplomati e basta. “Pazienza!” sembrano dire i sostenitori della scuola tradizionale (che pure inorridirebbero all’idea di essere definiti classisti).

E invece non c’è da avere alcuna pazienza. I tradizionalisti possono rimanere concentrati quanto vogliono sul quadretto oleografico dell’istruzione italiana che loro difendono, ma chiunque sia abituato a guardare un po’ più lontano si rende perfettamente conto che il non aver dato una buona istruzione ad un giovane significa ritrovarsi nel giro di pochi anni a dover trattare con un adulto fragile e bisognoso di assistenza, invece che con un lavoratore solido ed indipendente.

Se si vuole modificare la scuola italiana, quindi, bisogna riuscire a portare il dibattito pubblico sulla necessità di ampliare l’istruzione di eccellenza fino a farla diventare universale. Bisogna trovare gli argomenti per rendere plasticamente visibile il senso e lo scopo di un’istruzione pubblica non classista che fornisca una formazione eccellente a tutti.

Non è un compito facile: il nosro gentilianesimo è ancora molto forte. E non si può nemmeno continuare a polemizzare sterilmente con i docenti di latino e di greco, anche perché il problema non sono le lingue morte che insegnano e che vale la pena di continuare ad insegnare (magari meglio), ma la retorica che le circonda.  Il giusto approccio al dibattito pubblico non è dunque lo scontro frontale con i licei di tradizione, ma con la positiva proposizione di alternative valide e universali.

I primi da convincere sono spesso gli insegnanti medesimi. Uno dei pilastri del classismo italiano è proprio l’orientamento in uscita dalle medie: i consigli orientativi sono quasi invariabilmente basati sulla tassonomia che abbiamo visto sopra, e sono spesso seguiti fiduciosamente. Nonostante gli insegnanti siano infatti spesso contestati per i voti che mettono o per le note che mettono, sull’orientamento in uscita non ci sono grossi conflitti, perché tutto sommato tanto le famiglie quanto i docenti condividono la stessa prospettiva. Allo stesso modo, nei primi anni delle superiori assistiamo ad un’ulteriore canalizzazione dovuta al fatto che fin troppi tra i docenti pensano che lasciare gli studenti più in difficoltà a scuole “facili” sia meritorio e legittimo, con il risultato di confermare agli occhi degli osservatori esterni tutti i luoghi comuni sulle scuole “facili”. E’ una dinamica profondamente ingiusta, contro cui bisogna lottare.

Questo significa impegnarsi a rinnovare la didattica e a renderla sempre più trasparente nei suoi legami con la società circostante, nonché provare a trovare quanti più agganci possibile con il mercato del lavoro e con l’università (che non può più essere lo sbocco dei soli licei nobili). Significa anche  costruire la prospettiva di un futuro diverso da quello in cui è la scuola “giusta” a definire il tuo ruolo nella società. Significa riuscire a mostrare alla società che i talenti e le possibilità per contribuire fattivamente ad una società migliore si possono esplicare in qualsiasi tipo di scuola, non solo in quelle privilegiate.

Si comincia in classe, con il lavoro di ogni giorno, parlando di didattica in ogni sede possibile, con entusiasmo e competenza. Non vedo altre strade.

Francesco Rocchi è docente di italiano e storia all’I.T.C.G. Fermi di Pontedera, fa parte del gruppo di docenti che cura il blog Condorcet. Ripensare la scuola e collabora con la rivista online iMille

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