Silvia Nanni | Redazione

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DON’T WORRY: BE HAPPY (CHILD)!

in Approcci educativi by
Alla scoperta del network “Happy Child”, dove tempestività dell’apprendimento e pedagogia positiva guidano lo sviluppo dei bambini da 0 a 6 anni.

Dopo aver affrontato il Montessori e il Waldorf-Steiner, con l’Happy Child chiudiamo il cerchio dei metodi pedagogici maggiormente utilizzati oggi.

Il network Happy Child si presenta come  una realtà educativa che offre servizi per la prima infanzia e la famiglia, che affianca il nucleo familiare accompagnandolo nel suo cammino di crescita, e aiuta le aziende a trovare soluzioni sostenibili per l’equilibrio tra attività lavorativa ed esigenze familiari dei propri dipendenti.

Il sistema di valori e l’impianto metodologico del network Happy Child si basa su una domanda molto precisa, ovvero:

Come possiamo aiutare i bambini ad esercitare in futuro, nel rispetto dell’altro e dell’ambiente, la propria libertà, apprendendo tutte le opportune capacità indispensabili per diventare gli uomini e le donne del domani?

Un interessante punto di partenza, che ha visto all’interno di Happy Child un chiaro intento di perfezionamento metodologico, organizzativo e strutturale.

Il metodo Happy Child interessa i primi 6 anni di vita del bambino, ovvero l’arco di tempo ritenuto più importante da un punto di vista dell’assimilazione di insegnamenti e attività.

Proprio per questa sua caratterizzazione, nell’ Happy Child è centrale il concetto di tempestività dell’apprendimento, con un programma didattico volto a sviluppare l’enorme potenziale che i bambini possiedono da piccoli.

Adatto ad ogni bambino, questo metodo è particolarmente indicato nei piccoli tendenzialmente insicuri e poco ottimisti verso le proprie capacità: vengono infatti sviluppate la gratitudine e la lode del comportamento positivo (pedagogia positiva), per incoraggiarli nei progressi quotidiani ed aumentare l’autostima anche in caso di ‘insuccesso’.

I principi pedagogici

Oltre all’educazione tempestiva e alla pedagogia positiva, i principi pedagogici dell’Happy Child sono:

  • l’educazione personalizzata, che tiene conto delle attitudini individuali e che si mette in pratica attraverso l’adozione di sezioni miste, omogenee per età.
  • la metodologia didattica specifica, che mira a far approfondire le conoscenze del bambino, attraverso attività in grado di stimolare i 5 sensi, favorendo anche la conoscenza della lingua inglese. Giocando e divertendosi, infatti, i bambini sono capaci d’imparare la seconda lingua in modo naturale.
  • la collaborazione genitori/insegnanti: lo sviluppo integrale e il benessere del bambino passa necessariamente attraverso la buona sintonia tra la famiglia – i genitori sono i primi e i principali educatori dei figli – e le educatrici.

Il network Happy Child propone una continuità metodologica ed educativa tra asilo nido e scuola dell’infanzia; nelle scuole d’infanzia, infatti, si passa alla partecipazione e al coinvolgimento attivo dei bambini nelle attività quotidiane.

L’educazione personalizzata e tempestiva, la didattica partecipativa, la direzione collegiale sono le metodologie che meglio si accordano con le caratteristiche di una scuola autonoma che tiene conto delle attitudini individuali.

Qui trovi maggiori informazioni sul progetto pedagogico, e qui le possibilità di formazione per educatori, staff e genitori.

Reggio Emilia Approach: il metodo che ci invidia il mondo

in Approcci educativi/Protagonisti by
Scopriamo il Reggio Emilia Approach, il metodo educativo ideato nel dopoguerra dal pedagogista Loris Malaguzzi, e Reggio Children, il Centro Internazionale per la difesa e la promozione dei diritti e delle potenzialità dei bambini e delle bambine, che continua a promuoverlo in tutto il mondo.

Reggio Emilia Approach: è la fine della Seconda Guerra Mondiale quando, Loris Malaguzzi, importante pedagogista italiano ed insegnante, si fa portavoce di una sentita esigenza della comunità, ovvero, veder rinascere la società attraverso l’educazione e l’ istruzione dei bambini.

E così, sfidando contrapposizioni classiche come studio/divertimento, teoria/pratica, realtà/fantasia, e stravolgendo i ruoli dell’educatore e del bambino, Malaguzzi dà vita alla sua rivoluzione.

Una rivoluzione che si concretizza in un vero e proprio metodo educativo, e che prende il nome dalla città in cui è nato: il metodo Reggio Emilia, più internazionalmente noto come Reggio Emilia Approach (lo avevamo menzionato qui e ne avevamo parlato anche qui).

Cos’è il Reggio Emilia Approach?

Il Reggio Emilia Approach, è un sistema educativo che interessa i bambini da 0 a 6 anni, e che vede il bambino occupare una posizione centrale.

Attraverso determinati percorsi che chiamano in causa la creatività, l’ intuito, la curiosità, si sviluppano le attitudini e le caratteristiche specifiche di ogni singolo bambino.

In questo metodo, infatti, proprio come nel Montessori, ogni bambino è considerato nella sua individualità, e ha un personale percorso di sviluppo. Come dire, cucito addosso come un abito!

Quali sono gli obiettivi di questo metodo?
  • Una crescita equilibrata e armoniosa del bambino
  • Formare un cittadino consapevole e capace di entrare in relazione con gli altri e con l’ambiente
  • Fornire condizioni di apprendimento, e non sterili conoscenze
Come viene considerato il bambino?

Un soggetto “dotato di diritti”, creatore di conoscenza, in grado di comunicare e con la piena facoltà di essere ascoltato, cui spettano iniziative e proposte: ecco qua il bambino, agli occhi del Reggio Emilia Approach.

Un esempio della sua autonomia? All’interno dell’assemblea di classe mattutina è il bambino stesso, o anche in gruppo, che inventa e programma la giornata.

Grazie ai suoi cento linguaggi e modi di pensare, esprimersi e capire, il bambino apprende attraverso un processo spontaneo che si sviluppa nella rete di relazioni che ha con la famiglia e con gli educatori.

È compito della scuola – in collaborazione coi genitori – valorizzare i suoi linguaggi, anche attraverso il gioco, l’arte, la musica, la cucina. 

Che ruolo ha l’educatore?

Dando piena fiducia al bambino, e fornendogli gli strumenti per osservare la realtà e porsi domande, ma anche progettare partendo dai propri interessi, l’educatore osserva e ascolta il bambino.

Dunque, più che salire in cattedra, l’educatore collabora con il bambino (ma anche con i genitori), seguendo e documentando passo passo progressi e risultati.

All’interno della scuola sono previsti degli spazi chiamati atelier in cui far entrare in contatto i bambini con diversi materiali, sperimentando e svolgendo attività che impegnino mani, pensiero ed emozioni.

Che ruolo hanno i genitori?

I genitori diventano educatori protagonisti. Nello specifico:

  • Si confrontano tra loro
  • Discutono con gli educatori riguardo alle eventuali difficoltà che il bambino incontra
  • Si occupano dell’accoglienza dei bambini
  • Gestiscono l’allestimento degli spazi all’interno delle strutture educative

Nel corso degli anni il Reggio Emilia Approach ha raggiunto un grande successo e una notorietà tale da essere imitato in tutto il mondo: Stati Uniti, Cuba, Palestina, Kenya, molti Paesi dell’Est Europa e altri ancora.

Esempio concreto e tangibile di questa fama lo abbiamo avuto nel 1991, quando la prestigiosa rivista statunitense “Newsweek”, identificò nella Scuola comunale dell’infanzia Diana, in rappresentanza della rete dei servizi comunali, l’istituzione più all’avanguardia nel mondo riguardo l’educazione dell’infanzia.

Reggio Children

Per valorizzare e rafforzare sempre più il Reggio Emilia Approach, nasce nel 1994 Reggio Children, centro internazionale per la difesa e la promozione dei diritti e delle potenzialità dei bambini e delle bambine.

Attraverso le sue attività, tra loro in relazione, Reggio Children sperimenta, promuove e diffonde un’educazione di qualità.

Oltre alla ricerca, Reggio Children si occupa di organizzare mostre e atelier, pubblicare libri sul tema e offrire consulenza e formazione costante.

Quello dell’educatore è un lavoro di formazione continua, soprattutto agli occhi del Reggio Emilia Approach. Proprio per questo motivo Reggio Childreen propone (a docenti, insegnanti, educatori, studenti, professori, operatori o chiunque è  interessato al tema) percorsi di formazione, seminari e incontri in Italia e nel mondo per conoscere e approfondire sempre più il Reggio Emilia Approach.

Infine, nel 2011 nasce la fondazione no profit Reggio Children Centro Loris Malaguzzi, per diffondere in tutto il mondo i valori del Reggio Emilia Approach, anche attraverso il confronto con altri Paesi e altre esperienze.

Per maggiori info:

  • Qui per formazione a Reggio Emilia
  • Qui per convegni e seminari nel mondo

Maker: quando il digitale cambia (e migliora) il mondo

in Esperienze digitali by
Pensatori, inventori, o anche solo appassionati digitali: quello dei Maker è un mondo dove tecnologia e co-progettazione vanno a braccetto, per provare a risolvere piccoli e grandi problemi del mondo.

Si aprono oggi le porte (virtuali) della 4° edizione della Fiera Didacta, l’evento nazionale più atteso dai professionisti del settore scuola (ne abbiamo parlato qui).

Spazio importante a Didacta sarà dedicato alle tecnologie e ai nuovi modelli didattici che, dentro le aule, trasformeranno l’apprendimento delle scienze. Dunque via libera a stampanti 3D, gamification e libri “aumentati”, giusto per fare qualche esempio.

Ma facendo un passo indietro, la domanda sorge spontanea:

Chi sono le menti che si celano dietro l’ideazione e l’utilizzo di questi affascinanti strumenti?

Si tratta dei Maker (letteralmente “artigiani digitali”), educatori, pensatori, inventori, ingegneri, autori, artisti, studenti… o più in generale, appassionati digitali che creano con la forza delle loro idee.

Il motto dei Maker non è “fai da te” ma, piuttosto, “facciamo insieme”. Sono, infatti, una grande comunità internazionale presente in più di 100 paesi al mondo, al cui interno condividono informazioni e conoscenze attraverso il web, o veri e propri luoghi fisici, come i Fablab o i Makerspace.

Con le loro idee e la loro curiosità, i Maker risolvono problemi e contribuiscono a creare una società più sostenibile, impattando sia sullo sviluppo economico che su quello sociale della comunità.

Ma vediamo più da vicino alcune di queste realtà, come Thingiverse.com e i Fablab.

Cos’è Thingiverse.com?

Thingiverse di MakerBot è una comunità di design che ha come obiettivo scoprire, creare e condividere oggetti stampabili in 3D.

Se non sai disegnare tridimensionalmente e cerchi un modello realizzato da creativi e designer, da stampare (gratuitamente) in 3D, è molto probabile che qui riuscirai a trovarlo.

Se invece il creativo sei tu, questa comunità sarà molto felice di accogliere anche i tuoi progetti, che potrai caricare facilmente. Ricorda: quello della condivisione è un aspetto essenziale nel mondo dei Maker!

Nello spirito di mantenere una piattaforma aperta, infatti, tutti i progetti sono incoraggiati ad essere concessi in licenza con una licenza Creative Commons: chiunque può utilizzare o alterare qualsiasi progetto.

In qualità di più grande comunità di stampa 3D al mondo, crediamo che tutti dovrebbero essere incoraggiati a creare e remixare oggetti 3D, indipendentemente dalla loro competenza tecnica o esperienza precedente.

I Fablab

Nato al M.I.T. di Boston, il Fablab (“Fabrication Laboratory”) è un laboratorio in piccola scala che utilizza una serie di macchine controllate dal computer e gestite attraverso software. Permettendo a chiunque di utilizzare i macchinari, si favorisce il concetto dell’autoproduzione, facendo crescere gruppi di interesse intorno a idee e progetti.

Il Fablab fonda la sua forza su una filosofia di azione locale, ma attraverso un network che di fatto è internazionale, senza confini!

Utilizzando le parole del suo fondatore, il professor Neil Gershenfeld, potremo dire che il Fablab è:

Un posto in cui è possibile produrre quasi qualsiasi cosa.

Pensare che un designer frequenti un Fablab unicamente perché vi può trovare macchinari che, altrimenti, difficilmente potrebbe permettersi, è però decisamente riduttivo.

Ecco 3 grandi motivi per cui tu, maker in erba (ma anche esperto!), dovresti appoggiarti ad un Fablab!

Numero 1: ci si occupa di problemi reali

Ebbene sì: il mondo è pieno di piccoli o grandi problemi da risolvere, in tutti i campi e in tutte le fasce d’età. E cosa c’è di più bello, per un designer, che sapere che la sua idea potrà portare un beneficio concreto alla società?

Numero 2: si lavora in gruppo

In un Fablab la soluzione non arriva da una mente che sta al di sopra di tutti: ci si siede, ognuno con le proprie, diverse esperienze, attorno ad un tavolo, e si parla, si studia, si ipotizza, si sviluppa, si trova una soluzione. Insieme.

Si fa dunque co-progettazione, di cui tanto si parla ma che poco si pratica. Per dirla con un celebre detto africano:

Ci si salva in autobus, non in taxi.

Il Fablab è un gran bell’autobus con cui salvarsi, e salvare.

Numero 3: non si resta indietro

Il mondo si muove veloce, e la tecnologia con lui. Stare sempre al passo non è facile. Il Fablab è un ottimo posto per non restare indietro, e per conoscere le varie tecnologie quel tanto che serve per poterle utilizzare sensatamente.

In tutto il mondo al momento esistono circa 270 Fablab, di cui 43 solo in Italia (cerca qui il Fablab a te più vicino).

Arduino

Il nome buffo fa pensare ad un mago, ma Arduino è in realtà una piattaforma open source interamente Made in Italy, attraverso la quale è possibile programmare software di robotica e intelligenza artificiale.

Praticamente, la Disneyland di qualsiasi appassionato di elettronica!

Nato nel 2005 in Italia, a Ivrea, all’interno dell’Interaction Design Institute, l’estrema semplicità d’uso e i costi contenuti hanno reso Arduino la piattaforma ottimale per la creazione di migliaia di progetti e oggetti, sia ad uso personale che in ambito scientifico, coinvolgendo una crescente comunità di appassionati.

Negli anni è diventata la piattaforma ideale per le sperimentazioni in ambito scolastico, consentendo anche agli studenti di esprimersi con creatività, creando strumenti scientifici a basso costo per varie materie, o addirittura per la realizzazione di piccoli robot.

Non solo nel campo dell’educazione, ma anche in quello artistico e musicale: oggi sono infiniti i progetti creati, e i loro oggetti vengono esposti alle ormai numerose Maker Faire che si svolgono in tutto il mondo, dove si incontrano inventori, educatori e appassionati di tecnologia (per esempio quella che ha sede a Roma).

L’argomento Maker ti ha affascinato e vorresti avvicinare i tuoi bambini al magico mondo della scienza, magari con divertimento? Science4you è un’azienda che sviluppa, produce e vende tanti giocattoli educativi e scientifici: niente di meglio per muovere i primi passi nel mondo della tecnologia!

Didacta 2021: un’edizione digitale per la scuola che si rinnova

in Esperienze digitali/Fiere & Festival by
Con Didacta 2021 riportiamo la scuola nel cuore di tutti: scopriamo insieme l’entusiasmante 4° edizione, interamente digitale

Ai nastri di partenza, con il suo carico di interessanti novità, la Fiera Didacta 2021, evento nazionale sull’innovazione della scuola, il più atteso da docenti, dirigenti scolastici, educatori e professionisti in generale del settore!

Una fiera, questa, arrivata in Italia alla sua 4° edizione, e che si svolge solitamente a Firenze, presso gli spazi della Fortezza da Basso. Questo anno, però, causa emergenza Covid-19, l’evento si svilupperà interamente online.

E dunque dal 16 al 19 marzo tutti sintonizzati sul sito ufficiale, dove sarà possibile trovare e seguire circa 170 eventi formativi del programma scientifico, e oltre 200 organizzati da enti e aziende (per iscriversi cliccare qui).

Convegni, workshop, seminari che toccano varie tematiche: il programma è suddiviso per tipologie di attività, dalla scuola dell’infanzia all’università. Si va dall’ambito scientifico e umanistico a quello tecnologico, fino allo spazio dell’apprendimento.

Un grande spazio digitale in cui confrontarsi piacevolmente e condividere idee sul futuro della scuola e che, data la veste “virtuale”, non limita in alcun modo l’accesso e la fruibilità dei suoi contenuti.

Vediamo il bicchiere mezzo pieno: non ci sarà alcuna corsa tra uno stand all’altro, con il rischio di perdersi. Tutto sarà comodamente a portata di clic!

Tra gli eventi segnaliamo:

“Che lingua parla la Musica? Come fa a raccontarci le cose? Spunti per un ascolto consapevole ma libero

In programma martedì 16 marzo dalle 13 alle 15, un seminario sul valore della musica come linguaggio universale, e dunque l’importanza di indirizzare gli alunni verso un ascolto libero e consapevole.

“Pedagogia Hip Hop”

In programma mercoledì 17 marzo – dalle 13.30 alle 15 – un seminario sulla valenza pedagogica della cultura hip-hop, che comprende, tra altre forme espressive, la musica rap.

Il viaggio segreto del virus

Questo il titolo del nuovo libro per ragazzi scritto dalla virologa e direttrice del Centro di eccellenza One Health dell’Università della Florida Ilaria Capua, e presentato da lei insieme a Marco Cattaneo, Direttore di Le Scienze e National Geographic.

Tema del libro è la scoperta delle creature più piccole, dispettose e sorprendenti dell’universo: i virus! Segnatevela in agenda: la presentazione è mercoledì 17 marzo, alle ore 11.

Scienza, Sogni, Materie Stem e Futuro

In questo seminario che si terrà venerdì 19 marzo alle ore 11, troviamo la giovanissima Linda Raimondo (classe 1999), aspirante astronauta e studentessa di fisica all’Università di Torino, in compagnia del fisico Massimo Temporelli.

Tra le novità di questa edizione:

  • DIDACTA IN CLASSE: in cui gli insegnanti potranno partecipare con i loro alunni e le loro classi ad alcuni eventi in programma.
  • FARE, NON PROVARE nuove idee di leadership educativa: iniziativa gratuita a cura dei dirigenti scolastici per l’incontro virtuale con le aziende.

Un’edizione, questa, non solo importante ma necessaria – come dice il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi – per capire l’impatto della pandemia sulla scuola, e trovare i mezzi e le soluzioni per trasformare, ripensare e rinnovare la scuola e il modo di insegnare, stare insieme, crescere. E poi aggiunge:

 Quest’anno Didacta deve essere qualcosa di più: deve essere il momento in cui la scuola torna nel cuore di tutti.

Per partecipare a Fiera Didacta 2021 occorre registrarsi online, consultare il programma scientifico e selezionare le attività che si desidera seguire, acquistando il biglietto direttamente sul portale (anche utilizzando la carta del docente).

Il biglietto, valido per tutti e quattro i giorni di mostra, ha un costo di 14€. Ma il valore dei contenuti della Fiera è decisamente senza prezzo.

9 marzo: ad un anno dal lockdown italiano

in Approcci educativi by
Ripercorriamo insieme i progetti educativi e le iniziative nate in epoca Covid-19, a partire dal 9 marzo 2020.

Il 9 marzo 2020 è una data che probabilmente troveremo riportata nei futuri libri di storia. Segna infatti l’inizio del lockdown in Italia – che terminerà lunedì 18 maggio 2020 – e a comunicarla fu l’allora Presidente del Consiglio Giuseppe Conte: l’Italia intera diventa “zona protetta”.

9 marzo – 18 maggio: 70 giorni in cui tutto si è fermato – gli spostamenti, le occasioni di vita sociale, la vita fuori casa – in un eterno presente che impediva qualsiasi programmazione futura.

Ma la speranza e la volontà di offrire sostegno e supporto ai bambini, categoria che più di tutti non aveva i mezzi per capire la portata di quello che stava succedendo, non hanno fermato le idee, e così sono nati tanti progetti interessanti in casa Librì – Progetti educativi, in collaborazione con vari enti e aziende.

Progetti, questi, pensati per portare gratuitamente in tutte le scuole strumenti, libri e kit didattici, per conoscere e affrontare la pandemia e tutte le sue conseguenze, anche sul piano emotivo.

La Banda dei Virus

Con SELEX Gruppo Commerciale SpA è nata l’iniziativa Tutti per la scuola, rivolta alle scuole dell’infanzia e alle scuole primarie paritarie e pubbliche di tutto il territorio nazionale.

Tutti per la scuola ha lo scopo di distribuire agli istituti materiale di consumo e didattico, oltre che progetti educativi, grazie ai punti fedeltà donati dai clienti dei supermercati delle insegne del gruppo.

La banda dei virus è dunque proprio uno dei progetti educativi proposti, ed è nato come forma di sostengo alle classi dopo l’emergenza Covid-19. Il progetto aiuta i bambini a scoprire, con divertimento, alcuni dei virus più famosi (tra cui, appunto, il Sars-Cov 2).

Si passano in rassegna le doti naturali dei virus e i loro punti deboli, per capire come difendersi e per toccare con mano quanto è importante la ricerca scientifica per arrestarli. Il tutto, al grido accorato: “il miglior antidoto è la conoscenza”!

Bentornati a scuola

Dopo il lockdown per l’emergenza legata al Covid-19, a quasi otto mesi di distanza, gli studenti sono finalmente rientrati nelle loro classi. Ma il carico delle emozioni vissute in quei mesi, non poteva essere certo dimenticato, bensì raccontato, rielaborato, metabolizzato.

Per supportare gli insegnanti e i più piccoli in questo rientro così delicato, è nata Bentornati a scuola, una campagna educativa molto speciale ideata e realizzata in collaborazione con Intesa Sanpaolo, e distribuita gratuitamente alle scuole che ne hanno fatto richiesta.

Perché “Bentornati a scuola”?

Il titolo strizza l’occhio ad uno dei valori più importanti della scuola, l’accoglienza, ma è  anche il grido che il protagonista della campagna educativa – e del libro illustrato presente nel kit – rivolge ai bambini per dar loro il benvenuto nella classe.

Storie di quando eravamo lontani

Questo il titolo del libro che le insegnanti hanno ricevuto gratuitamente (e che puoi acquistare qui) e che hanno potuto leggere alla loro classe, raccontando le vicende di un giovane e misterioso Contastorie.

Chi è il protagonista della campagna?

Il Cantastorie, nostro eroe giovane misterioso, aiuterà i più piccoli a tirar fuori dal proprio cuore le emozioni di quando erano lontani e chiusi nelle loro case.

Come? Raccogliendole nel suo cappello a cilindro, fino a che, come per magia, proprio da quel cappello usciranno fuori tante storie straordinarie!

La piattaforma WEBECOME

Grazie al percorso didattico di Bentornati a scuola, tutti i bambini e le bambine hanno l’opportunità di scrivere una loro storia, che sarà pubblicata online sul sito webecome.it, una piattaforma dedicata al mondo della scuola.

Costruita per contrastare il disagio infantile e favorire lo sviluppo delle competenze trasversali del bambino, webecome.it vuole raccogliere e preservare tutto il prezioso materiale scritto, un’incredibile fonte storica dei nostri giorni: il lockdown e la quarantena, visti dagli occhi dei bambini italiani.

Per ricordare quanto è avvenuto, scoprirsi solidali nelle emozioni provate, ma anche e soprattutto per ricominciare, insieme, a vivere il luogo straordinario che è la scuola.

La scuola, infatti, non è solo il luogo dell’apprendimento, ma è anche e soprattutto agenzia educativa e formativa dell’età evolutiva, luogo e spazio delle relazioni sociali, degli affetti, dello scambio, in cui si esprimono tutte le complessità delle relazioni e della vita di gruppo.

Corepla e il riciclo ai tempi del Covid-19

Con Corepla è stato realizzato un utile vademecum per una corretta raccolta differenziata “ai tempi del Covid-19”.

Perché se il Coronavirus ha cambiato molte abitudini, quella della raccolta differenziata è un’abitudine che non ci ha abbandonati. E che, anzi, si è fatta ancora più necessaria e delicata nel caso in cui qualche componente della famiglia possa aver contratto il virus.

Approfittiamone per fare un piccolo ripasso, guardando il video!



9 marzo 2021: ad un anno esatto, e nonostante i vaccini realizzati a tempo di record, restiamo ancora in attesa di capire quando tutto questo costituirà solo un lontano ricordo.

Ma la speranza e la volontà di offrire sostegno e supporto ai bambini, categoria che più di tutti non ha i mezzi per capire la portata di quello che sta succedendo, continueranno a non fermare le nostre idee.

Metodo Waldorf-Steiner: dove dita abili producono abilità di pensiero

in Approcci educativi by
Il Waldorf-Steiner, metodo pedagogico della funzione armonizzante tra il proprio io e il mondo esterno

Dopo avervi fornito qui alcuni elementi del Montessori, passiamo in rassegna il metodo Waldorf-Steiner, dal nome dell’antroposofo e scienziato austriaco – collaboratore anche di Goethe – che lo teorizzò nella prima metà del ‘900.

Premessa della pedagogia Waldorf-Steiner è che ogni essere umano vive 3 diversi aspetti dell’esistenza:

  • ESTERIORE: percepibile attraverso i sensi;
  • INTERIORE: condito di esperienze personali, attraverso il quale si relaziona col mondo esterno e si esprime nei pensieri, sentimenti, atti;
  • quello in cui, nella sua individualità, si esprimono ideali e contenuti patrimonio dell’intera umanità;

Inoltre, il Waldorf-Steiner parte anche dalla considerazione dello sviluppo umano come interazione, all’interno di ogni persona, tra l’organismo ereditato e l’Io, nucleo essenziale di ogni individuo che mira ad  esprimersi appieno.

Queste premesse costituiscono le fondamenta di un processo educativo che ha una funzione principalmente armonizzante, perché visto come sostegno all’individuo in evoluzione su due aspetti:

  • aiutare il bambino a far sì che la sua corporeità diventi sia uno spazio abitativo idoneo ad accogliere la sua interiorità, che una porta aperta sul mondo;
  • sostenere il bambino durante il suo apprendimento su come utilizzare al meglio la sua corporeità, nel suo rapporto con il contesto sociale, culturale e ambientale.

Anche il metodo Waldorf-Steiner è generalmente adatto a tutti ma, più del Montessori, viene adattato progressivamente ad ogni situazione, in base al temperamento dei bambini presenti.

I quattro tipi di temperamento infantile riconoscibili
  •  Malinconico, in cui prevale l’importanza dell’io con una fragilità fisica e carenza di appetito;
  •  Collerico, proprio dei bambini iperattivi che sfidano il pericolo per ottenere ciò che vogliono; 
  • Sanguinico, caratteristico dei bambini molto nervosi, che compiono più azioni contemporaneamente; 
  • Flemmatico, proprio dei bambini tranquilli a cui piace bere e mangiare, e che iniziano a camminare tardi.

Il nostro obiettivo: elaborare una pedagogia che insegni ad apprendere, ad apprendere per tutta la vita dalla vita stessa.

La pedagogia Steineriana cerca dunque di riconoscere, coltivare e portare a manifestazione le potenzialità di ogni bambino, rispettando i tempi della sua evoluzione fisica ed interiore.

Parallelamente allo sviluppo delle conoscenze, per Steiner è fondamentale sapere come si evolvono le facoltà dell’animo umano: volere, sentire, potere. 

L’attività motoria, la fantasia, l’espressività, la creatività, l’iniziativa, sono per Steiner fondamentali nel percorso di apprendimento, ma oggi sono per lo più sacrificate; questo porta inevitabilmente ad un impoverimento dell’esperienza, pregiudicando la formazione di una sana capacità di iniziativa autonoma.

Ecco perché, nella pedagogia steineriana, le materie intellettuali e quelle artistiche/manuali hanno pari dignità: perché  “dita abili producono abilità di pensiero”.

Gli educatori sono chiamati ad eseguire con i bambini giochi ritmici con le dita sulla serie di brevi versi, e ad insegnare le tabelline a passo di marcia o battendo le mani a ritmo .

Così facendo i bambini sono stimolati ad esprimere le proprie abilità con soddisfazione personale, interessandosi a quelle dei compagni. Questo rende viva l’esperienza di armonia del gruppo classe, perché uguale attenzione viene data alla maturazione sociale.

L’organizzazione in settenni

Il percorso delle scuole basate sul metodo Waldorf-Steiner è diviso in settenni. Aspetto fondamentale è che l’educatore sia lo stesso, per ogni ciclo.

Questo perché è necessario che si sviluppi uno speciale rapporto di fiducia con i bambini. Il  maestro deve scendere come persona in mezzo ai bambini, farsi esempio, e seguirli, conoscerli, guidarli, orientarli: educarli.

Lo sviluppo del percorso
1° SETTENNIO | GIARDINO D’INFANZIA

Il bambino impara, da gesti, parole ed espressioni, a parlare, a camminare, a pensare, a “dire “io” a se stesso. In questa fase è importante evitare stimoli troppo  intellettuali, mentre è importante l’organizzazione dell’ambiente intorno a lui, che deve essere curato e ricco di fantasia, immagini e, soprattutto, gioco.

Il gioco è infatti il lavoro più serio: è giocando che i bambini riproducono ciò che accade intorno a loro, e dunque è proprio il gioco che pone la premessa per la futura comprensione del mondo.

2° SETTENNIO | SCUOLA DELL’OBBLIGO

In questa fase del suo percorso didattico, il bambino ricerca il rapporto col mondo e con chi lo abita, e dunque è molto importante l’educazione dei sentimenti.

Ecco perché il maestro verrà affiancato da insegnanti specializzati nelle singole materie, che sapranno sempre unire l’aspetto della pratica a quello della formazione cognitivo-intellettuale. Nel processo di apprendimento, che passa attraverso l’azione, tutto deve essere coinvolto: testa, mani, cuore!

Strumento importante è l’Attestato descrittivo, una sorta di pagella senza voti che descrive i vari aspetti del bambino, nello sviluppo globale delle sue capacità.

3° SETTENNIO | SCUOLA SUPERIORE

Qui troviamo insegnanti maggiormente specializzati, così da rispondere più efficacemente al bisogno di conoscenza e relazione dei ragazzi adolescenti.

Gli obiettivi sono:

  • Educare all’autonomia, alla creatività, al senso di responsabilità;
  • Allenare al pensiero autonomo, attraverso una reale comprensione;
  • Offrire sempre arte e cultura, perché ogni uomo è un artista: il rapporto con l’arte – in ogni sua forma – nobilita la quotidianità e crea riserve di forza;

Qui è possibile trovare una serie di appuntamenti legati alla pedagogia Steineriana, filtrati per città e argomento; qui è disponibile un elenco di seminari di formazione sul metodo Waldorf-Steiner, per insegnanti; infine qui una lista di proposte di lettura per approfondire questo metodo pedagogico.

Festa della donna: regalare fiori? No, libri!

in Spunti di lettura by

Per la festa della donna niente fiori, ma opere di… letteratura! Scopriamo insieme qualche consiglio in materia di libri dedicati alle donne

Mimose, profumi, cioccolatini, gingilli in oro o similare, da regalare in occasione della festa della donna? No, grazie! Se davvero vogliamo rendere onore a ciò che si celebra l’ 8 marzo, ben vengano invece i libri dedicati a loro: le donne.

Occorre però, per prima cosa, fare chiarezza: la giornata della festa della donna non nasce, come si tende a credere, per ricordare la morte di centinaia di operaie nel rogo di un’inesistente fabbrica di camicie nel 1908 a New York.

E neppure per richiamare alla memoria la violenta repressione poliziesca di una presunta manifestazione sindacale di operaie tessili del 1857, sempre a New York.

La festa della donna – o ancor meglio la Giornata Internazionale dei diritti della donna – è stata istituita per ricordare le conquiste sociali, economiche e politiche, ma anche le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state, e sono ancora oggi, oggetto.

Fatta questa doverosa parentesi, passiamo adesso ai nostri consigli di lettura, pensati per ricoprire tutte le fasce d’età: per le donne – e gli uomini – di oggi e di domani!

CHRISTINE E LA CITTÀ DELLE DAME

Scritto da Silvia Ballestra e illustrato da Rita Petruccioli, Christine e la città delle dame .

Il libro racconta la storia di Christine de Pizan, prima scrittrice professionista della storia.

Inoltre, racconta del suo celebre libro, La città delle dame, che tratteggia un luogo utopico immaginato dalla scrittrice e popolato da grandi donne del passato: regine, artiste, guerriere, sante, scienziate.

… (Christine) si vuole svagare un po’ (…) e prende in mano il primo libretto che trova sul tavolo… Ma che orrore, quando lo legge! È l’ennesimo testo che se la prende con le donne, descritte come lagnose e piene di vizi. Christine è triste: sa bene che esser donna non significa esser debole. Ma ecco, dal fondo della stanza, un misterioso chiarore. Sono tre magnifiche dame, radiose, dal portamento maestoso: «Christine, siamo qui per dirti che sta per nascere una città, un luogo ove le donne possano ritrovarsi e difendersi dai tanti attacchi insensati. Prendi la tua penna, e usala come una cazzuola. Le storie di donne insigni saranno fondamenta e mattoni, mura e palazzi. ».

Il libro, edito nel 2015 da Laterza per la collana Celacanto, è pensato per lettori dai 6 anni in su. Ha il grande merito di far scoprire, in modo semplice ed efficace, la storia di una donna intelligente e coraggiosa, che, attraverso la sua opera ha sfidato, orgogliosamente, una secolare tradizione misogina.

IN BREVE:

  • COSA: Un libro sulla vita di Christine de Pizan, e sulla storia del suo testo La città delle dame
  • PERCHÈ: Perché oltre che facile da leggere, è anche bellissimo da sfogliare!
  • PER CHI: Dai 6 anni in su
I 28 GIORNI

Scritto da Lia Celi e illustrato da Ilaria Urbinati.

I 28 giorni è un libro ironico e intelligente, per ridere ed emozionarsi, che spiega e racconta una buona volta a tutte le ragazze (e anche ai ragazzi!) cosa sono le mestruazioni!

E così, fra tette che spuntano, peli che crescono dove non c’erano mai stati, e un compagno di squadra diventato improvvisamente molto carino, insieme alla protagonista Vera scopriamo il ciclo, e come viverlo in modo sereno e naturale.

Ma se il ciclo è una cosa naturale, perché è così difficile parlarne?

Il libro, edito nel 2019 da Librì Progetti Educativi per la collana Collilunghi, è pensato per lettori dagli 8 anni in su, e ha il grande merito di parlare con naturalezza e semplicità di un argomento inspiegabilmente ancora tabù nella società di oggi.

IN BREVE:

  • COSA: Un libro sul ciclo mestruale: abbattiamo il tabù!
  • PERCHÈ: Perché l’ironia può aiutare a capire come funziona il mondo!
  • PER CHI: Dagli 8 anni in su
IL CATALOGO DELLE DONNE VALOROSE

Scritto da Serena Dandini.

Il catalogo delle donne valorose racconta la vita di trentaquattro donne, audaci, coraggiose, spesso perseguitate, talvolta incomprese ma sempre pronte a lottare per raggiungere traguardi addirittura impensabili.

Introdotte dai collages di Andrea Pistacchi e affiancate ad altrettante rose che alcuni vivaisti hanno creato per loro, si raccontano con delicatezza le storie della giornalista Ilaria Alpi, della maratoneta Kathrine Switzer, dell’astronoma Ipazia, dell’attivista Olympe de Gouges, della partigiana Irma Bandiera, e di molte altre ancora.

… Le esponenti di quella che una volta veniva chiamata ‘l’altra metà del cielo’ hanno fatto la storia, contribuendo all’evoluzione dell’umanità in tutti i campi possibili: dall’arte alla letteratura, dalla scienza alla politica, non trascurando la cibernetica e la fisica quantistica; ma per uno strano sortilegio raramente vengono ricordate, con difficoltà appaiono nei libri di storia e tantomeno sono riconosciute come maestre e pioniere…

Il libro, edito nel 2018 da Mondadori, è pensato per lettori d 12 anni in su, e ha il grande merito di raccogliere la storia di tanta donne, per lo più dimenticate, erigendole ad esempio da seguire:

per gli uomini di oggi e domani, a ricordare loro che l’universo femminile non vale certo di meno di quello maschile; e per le donne di oggi e domani, a ricordare loro che è necessario lottare per affermare i propri diritti e il proprio valore.

IN BREVE:

  • COSA: Un libro sulla vita di 34 donne straordinarie, per lo più dimenticate
  • PERCHÈ: Perché dimenticare o ignorare è la prima mancanza di rispetto!
  • PER CHI: Dai 12 anni in su
VIA LIBERA – 50 DONNE CHE SI SONO FATTE STRADA

Scritto da Valentina Ricci ( La Vale del programma Pinocchio, su Radio Deejay), Viola Afrifa (autrice radiofonica e spalla di Fabio Volo nel programma Il Volo del mattino, su Radio Deejay) e illustrato da Romana Rimondi, Via libera – 50 donne che si sono fatte strada nasce da una considerazione:

Ogni 100 strade italiane dedicate a persone, solo 7 sono dedicate a donne, di cui 4 a Sante, Martiri ecc, e solo 3 a donne che hanno vissuto vite normali in maniera straordinaria.

Ecco dunque che le autrici hanno scelto 50 di queste donne, moderne e meravigliose, la cui vita è stata contraddistinta da strade difficili e in salita, ma percorse sempre con l’assoluta certezza di voler essere libere.

Nel testo le donne si raccontano in prima persona, e il risultato è un libro – stradario che vuole rendere giustizia a queste donne così tenaci da essere riuscite, appunto, a farsi strada.

Sono poche, pochissime le donne alle quali è intitolata una strada in Italia. Siamo andate a cercarle tutte e ne abbiamo scelte cinquanta. Ogni strada racconta di donne incredibilmente moderne, meravigliose, straordinarie nella loro normalità.

Il libro, edito pochi giorni fa da Sonzogno, è pensato per lettori dai 14 anni in su, e ha il grande merito di accompagnarci in un viaggio lungo la penisola, soffermandoci a pensare che dietro a tanti di quei nomi che distrattamente leggiamo sui cartelli delle vie, esistono storie meravigliose.

IN BREVE:

  • COSA: Un libro sulla vita di 50 donne a cui è stata dedicata una via, una piazza, un giardino
  • PERCHÈ: Perché loro, rispetto a migliaia di altre donne, ce l’hanno fatta!
  • PER CHI: Dai 14 anni in su

Pronti adesso, a celebrare come merita la (festa della) donna?

Premio ASIMOV: potere agli studenti!

in Attività in classe/Protagonisti/Spunti di lettura by
Ripercorriamo insieme gli aspetti fondamentali del Premio ASIMOV, che vede gli studenti premiare il miglior testo di divulgazione scientifica pubblicato negli ultimi 2 anni.

20 giorni fa si sono chiuse le iscrizioni per partecipare alla 6° edizione del Premio ASIMOV, che coinvolge quest’anno 16 regioni d’Italia, per un totale di 10.000 studenti delle scuole superiori, oltre a 600 docenti.

Abbiamo già avuto modo in passato di conoscere Francesco Vissani, ideatore e presidente del Premio ASIMOV (trovi qui l’intervista), e anche di parlare con lui nel dettaglio delle caratteristiche del concorso (trovi qui l’articolo).

Ma facciamo un breve “riassunto delle puntate precedenti”, per tutti coloro che non hanno avuto ancora modo di conoscere questo premio dalla dinamica interessante e davvero intelligente, e dove, come sottolinea Vissani, tutte le persone coinvolte sono parte attiva.

Il nome

Isaac Asimov, autore di numerose opere, ha scritto moltissimo nella sua vita. Di scienza, ma non solo. Per questo è stato scelto il suo nome: proprio per abbattere le barriere tra cultura umanistica e cultura scientifica!

Lo scopo

Avvicinare le giovani generazioni alla cultura scientifica, attraverso la valutazione e la lettura critica delle opere in gara.

A chi si rivolge

Agli studenti delle scuole secondarie superiori.

Come funziona

Gli studenti recensiscono una o più opere di divulgazione scientifica selezionate (pubblicate negli ultimi 2 anni), votando quella che secondo loro è la migliore. Ma gli studenti stessi diventano poi concorrenti, in quanto tra tutte le recensioni inviate il Comitato Scientifico premierà le più meritevoli.

L’attività di lettura, analisi e recensione delle opere in gara può essere riconosciuta ai fini dell’attribuzione di crediti formativi, e come percorso per le competenze trasversali e per l’orientamento.

Ruolo degli insegnanti

Fondamentale! Non solo nell’organizzazione del lavoro in classe, riguardo alla scelta del metodo di lavoro sulle opere in concorso, ma in quanto coinvolti nel Comitato Scientifico che seleziona le recensioni migliori.

Da chi è composto il Comitato Scientifico

Oltre che da docenti, da ricercatori, scrittori e giornalisti provenienti dagli Istituti Superiori coinvolti nel progetto, e da importanti realtà scientifiche e culturali nazionali, come INFN, CNR, Radio3Scienza, ALI e CICAP.

Opere in gara in questa 6° edizione

Il 7 febbraio è scaduto il termine entro cui iscriversi al concorso, ma c’è ancora tempo per gli insegnanti per aderire al Comitato Scientifico (qui le info per farlo), e fino al 13 marzo è possibile inviare le recensioni.

La cerimonia conclusiva si terrà il 17 aprile in contemporanea nelle sedi locali dei partners aderenti all’iniziativa, e in autunno avverrà l’incontro nazionale tra l’autore del libro vincitore del premio ASIMOV e gli studenti autori delle migliori recensioni: un momento davvero emozionante!

Lasciamo ora la parola a Francesco Vissani, in questa interessante intervista fatta da Enzo Argante per GREEN Carpet, nella quale il fisico parla, tra le altre cose, del fatto che il rapporto tra giovani e scienza, in Italia,  in realtà sembra essere molto migliore di quanto comunemente si creda. Aggiunge poi:

Secondo me in Italia dovremmo fare uno sforzo maggiore per consentire ai giovani di mettersi alla prova, invece di dire loro cosa fare. Come dire, invece di rimarcare continuamente il nostro ruolo di padri, un po’ più di amore verso quelli che sono nostri giovani fratelli, per me, ci sta tutto.

E noi, non possiamo che essere d’accordo!

Per maggiori informazioni sul Premio, clicca qui per raggiungere il sito dedicato.

Il pongo come pulsante di un videogame? È Click4all!

in Approcci educativi/Bisogni Educativi Speciali/Protagonisti by
Con Nicola Gencarelli, del team Click4all, scopriamo la tecnologia digitale che aiuta l’inclusione di persone con disabilità e fragilità

Prima di parlare di Click4all, facciamo un passo indietro: dobbiamo infatti ricordare che è terminata il 14 febbraio la raccolta degli elaborati che hanno partecipato al Concorso “Come stai. Dillo con arte!“.

Perché ricordarlo? Perché il Concorso è promosso dalla campagna educativa nazionale Più unici che rari di Librì Progetti Educativi, in collaborazione con Sanofi, e vede come premio per le prime 15 classi, proprio il dispositivo Click4all.

Dunque, eccoci qua: di cosa si tratta, nello specifico, Click4all?

La domanda non è banale, e per questo abbiamo chiamato in causa uno degli ideatori di questo affascinante dispositivo: Nicola Gencarelli, laureato in Scienze della Comunicazione e Scienze dell’Educazione, nel 2012 ha scritto “Ausili fai da te. Creare e adattare oggetti e strumenti tecnologici per la disabilità“.

Il team che ha ideato Click4all fa parte della Fondazione ASPHI Onlus. Ci può parlare brevemente di cosa si occupa?

La Fondazione ASPHI Onlus promuove l’inclusione delle persone con disabilità e fragilità in tutti i contesti di vita, attraverso l’uso delle tecnologie digitali.

Partendo dai bisogni e dai contesti in cui si trovano queste persone, e attraverso un’attività di ricerca mirata alle tecnologie digitali, realizziamo i necessari adattamenti e cambiamenti che incidono concretamente sulla qualità di vita.

Come lo facciamo? Con azioni di sensibilizzazione, comunicazione, formazione e consulenza.

Click4all: cos’è e a chi si rivolge?

Click4all è un kit per costruire pulsanti e bottoni creativi che interagiscono con il mondo digitale e multimediale.

Quasi tutto può così diventare un tasto: il pongo, bicchieri d’acqua, una mela o una banana, ritagli di carta stagnola, scatole di latta e qualsiasi oggetto che contenga parti di metallo o acqua.

Con Click4all tutto diventa un pulsante per giocare a un videogame, ma anche per scegliere una musica su Spotify, suonare uno strumento musicale virtuale, comunicare sui social, sfogliare un e-book, far partire un video su Youtube, ecc. 

Click4all permette, in sintesi, di collegare questi tasti assemblati e modellati a proprio piacimento, a qualsiasi device, attivando relazioni di causa-effetto o di esplorazione.

Può essere utilizzato da bambini con disabilità diverse (cognitive, fisiche o entrambe), da adulti con disabilità, nell’ambito di attività riabilitative, educative o anche solo come gioco.

Come e quando è nata l’idea di questo dispositivo?

L’idea è nata nel 2015, in un momento di fioritura del fenomeno della digital fabrication, della prototipazione rapida e del movimento dei Makers e del fai-da-te digitale.

E’ ispirato nella sua realizzazione tecnica al bellissimo “Makey Makey”, strumento per l’educazione digitale nato da alcuni ricercatori del Media Lab del M.I.T. di Boston.

Partendo dalla loro geniale intuizione, abbiamo creato qualcosa che fosse più orientato alle esigenze delle persone con disabilità. 

Alla base di Click4all c’è l’approccio pedagogico costruzionista di Seymour Papert, ovvero l’idea che:

l’apprendimento non è una trasmissione di conoscenze, ma un processo di esplorazione e manipolazione di oggetti reali e artefatti cognitivi

Tutti, anche chi non è ingegnere informatico, possono quindi diventare creatori – e non solo consumatori – di tecnologia digitale.

Nel nostro piccolo, con Click4all permettiamo a bambini e adulti di esplorare, immaginare e realizzare forme nuove di interazione con il digitale.

Quante professionalità hanno contribuito alla sua realizzazione?

L’idea è nata dalla squadra di ricerca tecnologica di ASPHI: attualmente il gruppo è formato da un informatico, un educatore, uno psicologo e una pedagogista.

Dall’idea iniziale alla sua realizzazione, quanto tempo è trascorso?

Le prime versioni, nel 2015, erano fatte con una scheda Arduino chiusa dentro scatole di gelato. Nel 2016 siamo passati alla produzione dei kit che ora sono in commercio.

Ad oggi, quanti premi ha vinto Click4all?

Abbiamo vinto il bando Thinkforsocial di Fondazione Vodafone nel 2016, che ci ha permesso di passare dai prototipi alla produzione del kit.

Inoltre, abbiamo potuto ambire a una distribuzione capillare sul mercato italiano delle soluzioni tecnologiche, in ambito educativo e riabilitativo.

Abbiamo poi vinto il premio Make to Care di Sanofi Genzyme nel 2016, e il premio Cariplo Crew nel 2019, che ci sta permettendo di sviluppare una app, Click&DO, utile a chi utilizzerà Click4all in futuro.

Fino ad ora il kit è utilizzato soprattutto da operatori dell’educazione e della riabilitazione, con predisposizione alle tecnologie. Con l’ app vogliamo rendere più semplice la creazione di attività digitali, anche da parte di famiglie e insegnanti.

Ha un sogno da realizzare, o un bisogno specifico che vorrebbe soddisfare, attraverso la realizzazione di una qualche tecnologia?

La mission di Fondazione ASPHI è contribuire a processi di innovazione sociale, cercando di dare il nostro piccolo contributo a colmare l’ultimo miglio che separa l’ecosistema tecnologico, dalle necessità e dai desideri delle persone con fragilità.

Per questo, più che l’invenzione di nuove tecniche o strumenti, serve una rivoluzione culturale, un cambiamento di paradigma verso un welfare di comunità: nella scuola, nel lavoro, nel sistema socio-sanitario della cura.

La tecnologia di per sé è neutra: può creare ponti o barriere, contribuire alla coesione sociale o approfondire diseguaglianze. Saranno le nostre scelte politiche, sociali e culturali a fare la differenza. Il nostro impegno per il futuro è contribuire a questo cambiamento.

Ringraziamo Nicola Gencarelli per aver risposto alle nostre domande.
Per coloro che vogliono approfondire ulteriormente, ecco i riferimenti ai profili social Facebook e Twitter di Click4all.

Il kamishibai,”teatro di carta” che incanta e racconta

in Approcci educativi/Protagonisti by
Scopriamo il kamishibai, letteralmente “teatro di carta”, dove racconto orale e illustrazioni si uniscono armoniosamente

Se ancora non possiamo tornare a viaggiare verso mete lontane, la nostra curiosità non conosce limiti, e stavolta si è spinta fino al Giappone, alla scoperta del kamishibai, il magico “teatro di carta“.

Ne abbiamo parlato con Paola Ciarcià, Presidente dell’AKI (Associazione Kamishibai Italia), docente e formatrice nel settore della pedagogia applicata all’arte e ai beni culturali, e Mauro Speraggi, pedagogista, membro del CIGI (Comitato Italiano del Gioco Infantile) e del comitato scientifico dell’Artoteca di Cavriago (RE).

Cos’è il Kamishibai e qual è la sua origine?

Il kamishibai è una tecnica di narrazione giapponese, che ha avuto la sua massima espressione nel periodo tra le due guerre mondiali, grazie alla combinazione di 3 fattori:

  • la diffusione della bicicletta
  • la crisi economica del 1929
  • l’avvento del cinema sonoro

I primi artisti del kamishibai erano narratori benshi, disciplina che consisteva nel commentare i film muti di allora. Con l’avvento del sonoro migliaia di loro persero il lavoro, e iniziarono l’attività di narrazione in strada.

Si stima che in quel periodo, in tutto il Giappone vi fossero oltre 30.000 kamishibaiya (cantastorie kamishibai)!

Non era raro trovare in un angolo di strada un narratore che, in sella a una bicicletta, con il suo piccolo teatro in legno (butai), richiamasse i bambini battendo tra loro due bastoni di legno. Tutti accorrevano per comprare dolciumi e ascoltare storie, che di solito erano: un racconto buffo, una storia d’amore o una di avventure. Così, tutti i gusti venivano accontentati!

Illustrazione tratta da “L’uomo del kamishibai
Di Allen Say – Edizioni Artebambini
Come funziona il kamishibai?

Il dispositivo si basa sullo scorrimento di singole tavole illustrate, inserite dal narratore all’interno di un piccolo teatro in legno (il butai): attraverso il loro scorrere la storia prende vita.

Il narratore, oltre a gestire il flusso del racconto, commenta le immagini e da’ voce ai personaggi, leggendo il testo riportato sul verso di ogni tavola.

Come ogni buon cantastorie, il narratore cura la drammaturgia della messa in scena, attraverso suoni, rumori ed “effetti speciali”, dando vita a un vero e proprio spettacolo.

Qual è il suo pubblico? È pensato solo per i bambini o anche per gli adulti?

Dal momento che prima di iniziare la narrazione, il cantastorie vendeva caramelle o proponeva giochi e canzoncine, il pubblico è storicamente quello dei bambini e dei ragazzi.

Non esclude però gli adulti; anzi, avendo molte parentele con i cantastorie c’è anche un repertorio per gli adulti o quantomeno per le famiglie. 

Oggi noi portiamo le storie kamishibai nelle biblioteche, nelle scuole, ma anche nei quartieri e nelle piazze. La tecnica rimane sempre quella di una performance basata sul racconto e sulla stretta simbiosi con le immagini.

Quali sono le sue funzioni pedagogiche?

Il kamishibai è innanzitutto una forma di spettacolo, quindi si condivide la storia con altri. Ha in sé il rito dell’attesa di “inizio spettacolo”, concentra l’attenzione e la focalizza sulla potenza della storia letta a voce alta, e sulle grandi illustrazioni. 

Potremmo dire che è la dimensione collettiva del racconto.

Nella sua apparente semplicità, è un congegno narrativo assai complesso: recupera la dimensione originaria della narrazione orale popolare, e si collega all’invenzione del libro, dal momento che il cantastorie sfoglia pagine e mostra immagini.

Il kamishibai è uno strumento prezioso dal punto di vista educativo: è l’anello di congiunzione fra il gioco simbolico e l’albo illustrato.

A scuola e in un museo diventa un mezzo per trasformare una lezione in storia narrata: è uno straordinario facilitatore per un apprendimento complesso e  accattivante.

Il kamishibai segue un copione preciso o è anche frutto dell’improvvisazione del narratore? Ci sono momenti di interazione con il pubblico?

Le tavole illustrate raccontano ognuna una sequenza di una storia definita in precedenza.

La parte della tavola rivolta verso il pubblico è interamente illustrata, mentre nel retro c’è il testo, e una piccola immagine che riproduce l’illustrazione della tavola che si sta leggendo.

Il kamishibai predilige storie semplici, di forte impatto narrativo in cui sia facilmente riconoscibile la struttura della storia e si rispetti la triade narrativa inizio/svolgimento/fine.

Prima di raccontare una storia, il narratore deve:

  • leggere con attenzione il testo
  • cogliere nelle illustrazioni gli aspetti significativi
  • esercitarsi nello scorrimento delle tavole: farlo davanti ad uno specchio aiuta a gestire armoniosamente i passaggi
Quali possono essere gli insegnamenti di questa arte?

È un’esperienza estetica a tutto tondo, perché coinvolge tutti i sensi oltre ad essere uno strumento di cittadinanza attiva e partecipata, se la lettura avviene in luoghi pubblici. Inoltre:

  • Rimette al centro il racconto ad alta voce
  • Dà dignità al mondo delle figure
  • Ripristina un legame stretto tra narratore/trice e pubblico
  • Potenzia la dimensione dell’ascolto, dell’attesa, dell’attenzione
L’AKI (Associazione Kamishibai Italia), da quale spinta/esigenza è nata, e perché?

Alla Fiera Internazionale del Libro di Bologna del 2000, in cui eravamo presenti con Artebambini, siamo stati incuriositi da una strana valigetta di legno di uno stand del Giappone, in mezzo a libri e grandi tavole illustrate.

La storia di questo antico strumento di lettura, che seduceva per la sua stretta parentela con il teatro, ci ha spinti a credere che poteva essere lo strumento ideale da portare nelle classi, nelle biblioteche, negli incontri con i genitori.

Il libro, l’albo illustrato, la lettura ad alta voce: era come se avessero trovato un’altra dimensione!

Da quell’incontro sono passati diversi anni di sperimentazioni, letture, corsi di formazione, storie prodotte. Ma le emozioni che è in grado di suscitare questo antico strumento non si sono per niente scalfite!

Finché si leggeranno e ascolteranno storie kamishibai, si rinnoverà l’incanto, la meraviglia e lo stupore propri dei racconti e della narrazione che risalgono all’alba dell’umanità.

Paola Ciarcià con i bambini

Per questo motivo da qualche anno è nata a Bologna l’AKI – Associazione Kamishibai Italia, che è socia dell’Associazione Internazionale dei Kamishibai, con sede in Giappone. Per tutelare, diffondere e fare ricerca su questo strumento culturale ed educativo.

Ogni anno promuove il World Kamishibai Day, che si celebra il 7 dicembre, giorno in cui i giapponesi attaccarono la Marina degli Stati Uniti a Honolulu, nel 1941.

Per questo l’Associazione Internazionale Kamishibai del Giappone lo ha scelto: perché diventi una ricorrenza di pace, e il kamishibai uno strumento di pace.

Quale miglior antidoto alla paura, ai conflitti, alle guerre, se non quello che ci viene dalle storie narrate con il kamishibai, portatore di gioia e colori?

Metodi pedagogici: quali sono?

in Approcci educativi by
Il più noto è il Montessori, ma di metodi pedagogici ne esistono davvero tanti: proviamo ad orientarci!

Si fa presto a parlare di metodi pedagogici: molte, infatti, sono le strategie e le tecniche di insegnamento che hanno dato vita a vari metodi didattici, più o meno adatti al contesto educativo in cui si opera.

Facendo un rapido excursus, chiudiamo gli occhi e torniamo indietro fino al 1937, anno di nascita, in Francia, dei Centri di Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva (CEMEA).

Costituiti da persone impegnate nell’educazione e nella formazione sociale, arrivati poi anche in Italia nel 1950, si fondano sui principi dell’Educazione Attiva. I CEMEA affermano che:

  • ogni essere umano ha la libertà di svilupparsi e trasformarsi nel corso della sua vita
  • esiste soltanto una educazione, che si rivolge a tutti
  • l’educazione tiene conto del reale in tutte le sue forme
  • l’ambiente è fondamentale nello sviluppo dell’individuo
  • l’educazione deve fondarsi sull’attività
  • ogni persona ha diritto al rispetto
Cosa significa EDUCAZIONE ATTIVA?

Significa offrire a chiunque situazioni nelle quali essere consapevole del mondo che lo circonda. In questo modo, egli/ella contribuisce all’ evoluzione, in una prospettiva di progresso individuale e sociale.

Il metodo Margherita Fasolo

Rientra nel principio dell’educazione attiva, e la sua finalità educativa è seguire gli interessi dei bambini in età 2 – 6 anni senza imposizioni, lasciandoli liberi nella scelta delle attività.  

Parte integrante del metodo Fasolo è il progetto di formazione continua o permanente dell’insegnante, per acquisire o migliorare gli strumenti professionali che valorizzino sempre di più i desideri del bambino.

Forte è anche il rapporto con i genitori, con incontri organizzati in gruppi nei quali discutere dei vari momenti della vita dei bambini a scuola.

Il metodo Analogico Bortolato

Da Camillo Bortolato, suo ideatore, è definito come quello più naturale e istintivo. Nella sua genialità, infatti, il bambino compie ogni minuto migliaia di calcoli e supposizioni, e metafore e analogie sono per lui all’ordine del giorno.

Quale migliore strumento dell’analogia – anziché la logica – per conoscere il mondo?

Il Reggio Emilia Approach

Punto di riferimento nel mondo, si sviluppa e rinnova quotidianamente nelle scuole e nei nidi d’infanzia del Comune di Reggio Emilia.

Se ne inizia a parlare nella seconda metà dell’800, ma è negli anni ’60, con la figura di Loris Malaguzzi, che comincia a concretizzarsi l’idea di una rete di scuole e nidi d’infanzia comunali reggiani. 

Principale obiettivo di questo metodo, è il raggiungimento di una crescita armoniosa del bambino, portandolo ad essere un cittadino consapevole in grado di cooperare con il prossimo e rispettando l’ambiente.

Ogni bambino è considerato unico in quanto, nei suoi diversi tempi di sviluppo e crescita, possiede i “100 linguaggi e i 100 modi di pensare”.

L’ambiente poi è fondamentale nel valorizzare i 100 linguaggi, e lo fa tramite l’utilizzo del gioco, della musica, dell’arte e della cucina.

Ma quali sono, oggi, i metodi pedagogici più importanti? E come si decide se utilizzare l’uno piuttosto che l’altro?

Domande da un milione di dollari! Ma possiamo affermare che quelli al momento più utilizzati sono: il Montessori, il Waldorf-Steiner e l’Happy Child.

Il metodo Montessori è il più noto, e non solo agli addetti ai lavori, grazie anche alla fiction del 2007 di Canale 5 “Maria Montessori – una vita per i bambini”, con protagonista una strepitosa Paola Cortellesi. 

Elaborato tra il XIX e il XX secolo, il metodo Montessori parte dalla tesi che ogni bambino deve essere lasciato libero di esprimere le proprie capacità, senza che un adulto lo guidi.

Vi è alla base una grande fiducia dell’adulto verso il bambino, e la consapevolezza che questi apprenderà in tempi e modi diversi, in base alle proprie capacità e alla propria “mente assorbente”.

Le attività educative sono organizzate in modo da favorire la scoperta e la costruzione, senza oppressioni. Il docente semplicemente controlla che il bambino non diventi pericoloso per gli altri o per sé.

Libertà, spontaneità, fiducia, osservazione: questi i termini chiave del metodo Montessori, talmente noto e apprezzato da essere adottato attualmente da circa 65mila scuole in tutto il mondo.

Dal 1987, l’Opera Nazionale Montessori  – organizzazione nazionale di ricerca e formazione – sostiene, dal punto di vista metodologico, le scuole pubbliche e private che adottano il metodo Montessori, mediante apposite convenzioni.

Per questa ragione l’ONM promuove, a livello nazionale e internazionale, iniziative di studio e confronto con gli organismi istituzionali e con i rappresentanti delle diverse posizioni scientifiche e culturali.

Qui una lista aggiornata di tutti gli asili nido e le scuole Montessori in Italia.

Qui 100 attività in linea con la pedagogia montessoriana, per bambini dai 18 mesi. Per uno sguardo a 360° sul metodo, qui i riferimenti.

Per l’approfondimento del Waldorf-Steiner e dell’Happy Child, l’appuntamento è ai prossimi articoli in materia di metodi pedagogici!

Fare e vedere teatro a scuola: ecco perché è necessario

in Approcci educativi/Attività in classe by
Dire, fare, vedere teatro: la perfetta armonia tra razionalità e creatività tra i banchi di scuola.

Sicuramente anche tu, nel tuo lungo percorso scolastico, ti sei avvicinato/a almeno una volta al fare e vedere teatro. Chi non ricorda, infatti, di aver preso parte ad una recita di fine anno, seppur nei panni del cespuglio immobile in 3° fila (comunque con una sua utilità ai fini della storia)?

Fare teatro è un’esperienza che coinvolge, fa riflettere, emoziona, avvicina agli altri; che siano le emozioni dei compagni sul palco, o l’empatico sentire del pubblico in ascolto.

Il medesimo turbinio di emozioni – dallo spegnersi delle luci in sala e il dissolversi del brusio, fino agli applausi finali – lo vive anche chi ne è spettatore.

Nella nostra società, in cui si moltiplicano le piattaforme social, è ancora uno strumento valido il teatro a scuola?

Oggi più che mai, con alunni che – figli dell’era Hi-Tech – mangiano pane e video Tik Tok, il teatro rappresenta uno strumento valido ed efficace. Contrasta infatti la loro grande incapacità di mantenere l’attenzione e la concentrazione, arricchisce le capacità creative e comunicative, migliora il lavoro di gruppo. Anzi, lo costruisce e fortifica, il gruppo.

Un gruppo da cui nessuno è escluso: al suo interno non esiste un qualcosa che non si sa o che non si riesce a fare, e le caratteristiche di ognuno/a trovano qui la propria dimensione.

Se ci fermiamo un attimo a pensare, il fare teatro appartiene all’istinto di ogni bambino/a che, in gruppo o da solo/a, si diverte giocando a “fare finta che”.

Facciamo finta che io sono una principessa e tu sei un principe, e voliamo con i nostri unicorni sopra l’arcobaleno, fino ad arrivare a toccare il sole?

Due personaggi, una storia, tanta fantasia: il teatro è servito.

Dunque l’attività teatrale è puro estro ed emozione?

Sicuramente è un  ottimo mezzo per il recupero della propria affettività, della propria immaginazione e creatività; non è però da intendersi solo su un piano puramente irrazionale.

L’attività teatrale è infatti anche costruzione, processo cognitivo, tecnica. Dunque, pura razionalità.

All’interno del programma didattico, l’attività teatrale – diversa dalla teatralizzazione – si pone come un lavoro trasversale. Ben impostata, si interseca con l’educazione linguistica e psicomotoria dell’immagine, del suono, della musica, ma anche con la storia, la geografia e – incredibile! –  persino con la matematica.

Come una qualsiasi materia scolastica, anche l’attività teatrale deve essere:

  • programmata annualmente
  • diluita nell’arco dell’anno
  • seguita da un operatore teatrale esterno, affiancato dal docente disposto a “mettersi in gioco”, con preferibilmente alle spalle corsi/laboratori di teatro

È bene ricordare di non separare le 2 componenti dell’attività teatrale: il fare e vedere teatro si prendono a braccetto e si rafforzano vicendevolmente, andando ad integrare con perfetta armonia quegli aspetti di razionalità e creatività spesso tenuti separati nella scuola.

Malattie rare e inclusione: parliamone con un vero esperto!

in Bisogni Educativi Speciali/Protagonisti by
Marcello Cattani, Presidente e Amministratore Delegato del Gruppo Farmaceutico Sanofi, ci parla di malattie rare e di inclusione

Quando parliamo di malattie rare, a cosa ci riferiamo?

A malattie gravi, croniche e progressivamente invalidanti. Se ne stimano 6000/7000 e si definiscono rare perché non colpiscono più di 5 persone ogni 10 mila abitanti. Complessivamente, però, riguardano tantissimi individui: 300 milioni di persone nel mondo, 1 persona su 17 in Europa, 2 milioni solo in Italia. In un caso su 5 sono bambini o ragazzi sotto ai 18 anni”.

Un impegno, quello di Sanofi, che va ben oltre le terapie.

Da oltre 35 anni siamo impegnati nella ricerca di terapie innovative che possano migliorare la qualità di vita di queste persone e delle loro famiglie. Dallo sviluppo di servizi che facilitino la gestione della patologia e la relazione con gli specialisti, alle attività di sensibilizzazione sul tema dello screening neonatale e dell’inclusione sociale.

È un impegno quotidiano che mette al centro le persone e i loro bisogni, e che ci mette in contatto con storie e vissuti, con la loro quotidianità, a volte fatta di difficoltà che si accompagnano a un senso di esclusione, fino ad arrivare a episodi più gravi di emarginazione, scherno o bullismo.

Per questo sviluppiamo e sosteniamo da sempre progetti dedicati alla comunità dei malati rari, finalizzati ad avvicinare la società a questa realtà. Penso al progetto fotografico di Aldo Soligno, che ha raccontato le loro Rare lives con immagini e testimonianze; a “Fatto per arte”, che ha liberato le loro emozioni attraverso l’espressione artistica; a Make to Care, il contest che incoraggia e supporta la patient innovation e lo sviluppo di soluzioni innovative per la disabilità”.

Perché è importante portare questi temi a scuola, e in che modo è opportuno farlo?

Mai come oggi è importante interrogarsi su diversità e inclusione, paure ed emozioni. Lo è per noi adulti ma ancora di più per i nostri bambini e ragazzi“.

Abbiamo il dovere e l’opportunità di crescere adulti più consapevoli.

Proprio per questo motivo abbiamo deciso di supportare la campagna “Più unici che rari”, promossa da Librì. Rivolta a ragazze e ragazzi delle scuole primarie e secondarie di primo grado, si tratta di in un percorso didattico (oggi è anche un libro nel circuito delle librerie) che promuove l’importanza dell’inclusione nell’ambiente scolastico, partendo proprio da quelle difficoltà che possono nascere in presenza di malattie rare o altre patologie, come l’asma o la dermatite atopica”.

Crediamo che questi siano temi chiave per la crescita, in un momento in cui le “diversità” vengono rifiutate e spesso ridicolizzate anche tramite i social networks, causando seri problemi tra i giovani più fragili.

“Il kit educativo della campagna “Più unici che rari” comprende un volume illustrato con le storie di 11 compagni di classe unici, una guida per gli insegnanti con esercitazioni e discussioni da fare in classe, e tante schede che ci permettono di coinvolgere anche le famiglie.

Nel 2020 hanno partecipato al progetto più di 2.500 classi e quasi 64.000 alunni e famiglie, con 750 insegnanti che hanno seguito i webinar organizzati grazie anche alla nuova piattaforma digitale piuunicicherari.it , pensata per far fruire i materiali e i percorsi didattici anche da casa, rendendoli a prova di DAD e disponibili a un numero di persone ancora più ampio”.

Chi sono i partner in questo progetto?

“Il progetto conta sul patrocinio di 20 associazioni di pazienti tra cui Uniamo FIMR Onlus (Federazione Italiana Malattie Rare), e 4 enti tra cui l’Ospedale Pediatrico “Gaslini” di Genova e i Centri di Coordinamento Malattie Rare della Regione Abruzzo e della Regione Campania. Sono realtà che conosciamo da vicino, che hanno sposato la nostra idea e si sono volute schierare al nostro fianco”.

Pronti per la Giornata delle Malattie rare del prossimo 28 febbraio?

“Le basi per la Giornata le abbiamo gettate mesi fa con un nuovo percorso didattico online a cui è collegato il concorso Come stai. Dillo con arte!, che vuole far esplorare agli studenti emozioni e paure attraverso la creatività artistica. Fino al 14 febbraio le classi potranno caricare i propri elaborati sul sito, dove chiunque può votarli. Da lì, possono anche essere condivisi sui principali social network. Ne sono già arrivati tanti e molti sono anche i “like” che hanno ricevuto!

Le classi vincitrici saranno comunicate il 25 febbraio, in prossimità della Giornata Mondiale delle Malattie Rare 2021, durante un evento live sulla pagina Facebook di Sanofi Italia. Questo sarà anche l’occasione per un’anteprima della campagna di comunicazione sull’inclusione delle persone con malattia rara, a cui stiamo lavorando con l’associazione Parole O_Stili“.

Sarà una campagna che usa il linguaggio, le parole come ponte per la conoscenza e la comprensione dell’altro.

Non voglio svelare di più per non rovinare la sorpresa: vi aspettiamo online sulla nostra pagina Facebook il 25 febbraio dalle 17.30 per scoprire di più!”.

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