educazione alla lettura

L’incontro con un libro non nasce dalle frasi a effetto e non nasce dagli slogan

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Cinzia Sorvillo, docente a Orta di Atella (CE) ci parla del ruolo del docente nel facilitare l’incontro con un libro (con un ricordo d’infanzia)

Quando si parla di libri e ragazzi, o più genericamente di lettura e scuola, ecco che si sollevano sempre accorati appelli che ci richiamano all’importanza di quell’atto intimo, lento e dilatato che chiamiamo lettura. Basta fare un giro sul web o frequentare un pochino la scuola, che ci si trova sommersi di iniziative e campagne che promuovono la lettura con tanto di slogan a effetto. Con tutta questa promozione, dovremmo immaginare folte platee di studenti lettori, circoli di giovani amanti della lettura e tante persone appassionate a quell’antico e misterioso oggetto che sfalda muri e rompe argini.

Eppure gli italiani leggono poco! Basta guardare qualche statistica e i risultati che emergono appaiono agghiaccianti. Anche l’articolo apparso tempo fa nel Corriere, riporta questo titolo assai poco confortante (almeno per noi docenti): Uno studente su tre esce dalle medie senza sapere leggere, scrivere e far di conto. E allora? Perché i nostri allievi non leggono nonostante il proliferare di iniziative promosse nelle scuole?

Su questo tema hanno parlato e si sono interrogate tante persone ben più esperte di me, semplice insegnante di una scuola media della periferia campana (L’Istat ha messo in rilievo come in Campania, Calabria e Sicilia, più della metà degli studenti siano ad un livello inferiore a quello richiesto dalle Indicazioni Nazionali). Immaginiamo una scuola media della periferia del Sud Italia, luoghi in cui sovente i libri non sono proprio il pane quotidiano che masticano gli studenti, in cui librerie non esistono, biblioteche comunali nemmeno, e magari non c’è neanche una biblioteca scolastica. Anche io sono cresciuta in una periferia di un paese del Sud e ricordo vividamente quella sensazione di assenza di libri che mi circondava: nel mio paese non c’erano né librerie né biblioteche. Nonostante tutto, io cominciai a leggere. Come? Grazie a un incontro.

Scuola media. Un giorno un uomo abbastanza anziano venne a scuola con diversi libri. Nell’androne c’era una cattedra su cui erano adagiati un po’ alla rinfusa dei testi e a noi studenti fu data la possibilità di prenderli in prestito. La prof. di italiano ci mandò fuori per dare uno sguardo. Arrivò il mio turno. Uscii dalla classe e guardai tutti quei libri sparpagliati su questa cattedra. Alcuni erano vecchi, altri nuovi, alcuni erano pieni di immagini, altri sembravano quasi dei manuali. Poi guardai il signore, un uomo in carne ed ossa seduto con un libro in mano, con occhi sprofondati in quell’oggetto. Un’immagine che ancora ricordo immortalata nella mia memoria quasi come una fotografia.

Era incantevole quello sprofondamento, quella presenza che era lì, eppure era altrove.

Lui non prestò attenzione alla mia timida presenza, immerso com’era in quelle pagine. Alla fine decisi di chiedergli cosa stesse leggendo! Io non sapevo cosa scegliere, così pronunciai grosso modo queste parole: –Mi può consigliare un libro che mi faccia stare come stava lei fino a cinque minuti fa? – Lui mi osservò e lesse una pagina di un libro per me. Storie di ragazzi che per un motivo o per un altro, diventavano delinquenti e il carcere minorile (così si intitolava il libro) era l’epilogo a cui erano costretti. Tuttavia la mancanza di libertà che si creava in quel luogo generava una nuova, più vera e autentica libertà. Si chiamava: speranza. Speranza di cambiare, speranza di migliorare, speranza di rinascere.

Quella fu la mia iniziazione simbolica alla lettura. Quel libro non era un capolavoro della letteratura, però la parola viva di quell’uomo fece nascere in me una curiosità che si concretizzò nella lettura di quel libro, che aprì le porte a tutte le letture successive. Tutta questa mia personale storia per dire cosa? L’incontro con un libro non nasce dalle frasi a effetto e non nasce dagli slogan. L’incontro con un libro nasce attraverso l’Altro, una testimonianza, cioè attraverso l’incontro con un lettore in carne ed ossa che, magari, legga con te e, perché no, per te. A me bastò un incontro di pochi minuti, forse i nostri ragazzi hanno bisogno di un insegnante che crei spesso nell’aula quell’incontro, leggendo con e per loro. Quel giorno accadde per me un incontro vero, con un libro vero e una persona vera che leggeva. Nessuna pubblicità, nessuno slogan… Solo una persona che leggeva.

Credits: Matteo Perdon, Italia Non solo spettatore Acquarello, pastelli, digitale (BCBF 2019 “Il bambino spettatore”)

“Prof. perché dovremmo leggere?” Scuola, lettura e norma

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lettura sette minuti dopo la mezzanotte
La riflessione di Cinzia Sorvillo, docente di secondaria inferiore, sulla lettura. Classici o novità? E perché? L’esperienza in classe con “Sette minuti dopo la mezzanotte” di Patrick Ness e Siobhan Dowd

Il titolo ‘provocatorio’ che ho dato a queste riflessioni, l’ho pensato come ipotetica domanda che potrebbero pormi degli alunni.

Prof, perché dovremmo leggere? Che significa che leggere è importante, se poi ci mette un libro in mano, ce lo assegna per le vacanze e ci chiede una relazione? Un’altra domanda, che peraltro spesso i miei alunni tredicenni mi hanno rivolto, è stata anche questa: Cosa leggere?

Ci lamentiamo del fatto che gli alunni non sappiano leggere, ma poi quanti docenti non leggono mai in classe qualcosa che vada al di là del brano di antologia o del paratesto dei libri di storia della letteratura?

Quanti docenti, inoltre, sono rimasti fermi alle loro vecchie letture scolastiche ‘classiche’ e non si sono mai cimentati nella lettura di un testo per ragazzi? Quanti docenti, ancora, estromettono testi più vicini nel tempo  e nello spazio solo perché ritenuti indegni in quanto ‘troppo nuovi’ (autori che secondo alcuni puristi, non essendo ancora passati al vaglio del tempo, non possono essere considerati ‘letteratura’) e i loro autori troppo ‘impegnati’ o troppo di ‘parte’?

Come possiamo pretendere di avere degli alunni lettori se non cominciamo direttamente noi a incontrare i libri e ad usare il libro come veicolo di apertura e non di chiusura? 

Umberto Eco diceva che la lettura è un’operazione faticosa, innaturale e che ci vuole tanto esercizio e pratica.

Ecco, cominciamo ad andare in libreria, entriamo nella sezione per adolescenti, compriamo un libro e leggiamolo. Poi passiamo ad un altro libro, più profondo e ‘difficile’, e di volta in volta alzeremo un po’ l’asticella, fino ad arrivare a proporre le letture del ‘canone’.

Qualcuno potrebbe dire: E gli autori essenziali quando li facciamo? -.

Per molti docenti, il corpus di testi che la scuola ha l’obbligo di proporre, sono solo quelli del cosiddetto canone letterario. In altre parole, l’apertura alla letteratura contemporanea sarebbe una sorta di attività inutile, sterile o addirittura pericolosa.

Imbrigliati in un catalogo letterario fermo, si preferisce dedicare due o tre ore di lezione a Giambattista Marino, piuttosto che provare a leggere qualche pagina di un autore contemporaneo che per i  ragazzi potrebbe essere più stimolante perché sentito come più vicino e perché ‘parlante’ una lingua che non si avverte come ‘straniera’.

Il fenomeno Wattpad, che da anni produce milioni di giovanissimi lettori e ‘scrittori’, ci offre la misura di quanto innanzitutto i ragazzi sentano un bisogno intrinseco di leggere e raccontare storie, ma anche della deriva che il processo della lettura può assumere, se gli adulti non sono capaci di dialogare con le nuove generazioni.

E la scuola cosa deve fare? Arroccarsi in una norma chiusa, graniticamente sistemata nel passato, estromettendo l’altro e il nuovo, o porsi come mediatrice tra tradizione e innovazione?

Io insegno alle medie, pertanto la mia priorità è insegnare ai miei studenti a leggere e ad incontrare i libri e, inoltre, sono abbastanza libera nella scelta degli autori, visto che non ho una storia della letteratura da portare a termine. 

Provo un amore smodato per alcuni ‘autori’ classici, come Dante, Boccaccio, Goldoni, Manzoni, Montale, Pirandello, Flaubert, Orwell, e la lettura ‘diretta’ di questi scrittori non manca mai nelle mie lezioni, tuttavia cerco di aprirmi al nuovo con grande fiducia, nella convinzione che ci siano tantissimi libri che possano fungere da volano per aprire le menti dei miei allievi e che possano aiutarmi affinché il libro diventi un incontro in grado non di alzare i muri, ma di romperli.

Inoltre non credo sia necessario leggere in classe un intero libro.

A volte basta portare un romanzo in classe e, semplicemente, cominciare a leggere.

Legge il prof e la sua voce si propaga, la sua espressione interpreta, le sue pause attirano, il suo tono si alza e si abbassa, le sue parole diventano veloci e lente, appena sussurrate o fatte straripare.

I ragazzi cominceranno a incontrare una storia in cui troveranno qualcosa di loro e leggeranno quel libro.

Qualche alunno dirà: Prof come si intitola il libro? Domani chiedo a mamma di comprarlo – Mentre qualcun altro farà: – Prof, me lo presta?

Spesso i primi a perdere il desiderio siamo noi docenti, ci arrendiamo alle carte, alla fuffa burocratica, alla regola o alla ‘norma’ e ci demotiviamo, pensando che tutto ormai si stia perdendo nel vuoto dei social e dell’assenza di educazione, di rispetto e di desiderio.

E invece no.

Spesso mi sono ritrovata in classi con ragazzi tredicenni che non avevano mai letto un libro e che in casa non hanno libri.

Cosa deve fare un docente con questi ragazzi? Deve partire dalla vita di Dante o deve cominciare con la lettura di qualcosa di più prossimo al suo mondo?

Con i miei alunni leggo tanto.

I libri che sono rimasti più impressi nei loro ricordi e che hanno dato più frutti (anche in termini di competenze, giusto per usare anche le etichette) e che poi hanno spesso fatto da apripista anche alla lettura di testi letterari ‘alti’, sono stati quelli che abbiamo cominciato a leggere in classe e che non fanno parte del cosiddetto ‘canone’.

Libri letti prima da me, vissuti da me, che hanno infiammato me, nonostante non fossero ‘altissima’ letteratura, e che poi ho ‘testimoniato’ con la mia parola a loro.

Quest’anno ho portato in una mia seconda il romanzo Sette minuti dopo la mezzanotte di P. Ness. Lo avevo letto io prima a casa ed ero stata catturata dalla forza del desiderio del protagonista, Conor, aiutato a sopravvivere al mondo, alla separazione dei genitori e alla malattia della madre, dal suo inconscio (almeno io l’ho letto così) che si manifestava attraverso dei sogni a occhi aperti, di notte, sette minuti dopo la mezzanotte, quando accadeva che si ergeva, di fronte a lui, un mostro!

A prendere le sembianze del mostro era un antico tasso, l’albero che si trovava di fronte alla casa del ragazzino. Era un mostro po’ particolare perché non impauriva Conor, ma gli raccontava delle storie! Queste erano storie che raccontavano di una realtà che è molto più complessa di quella che appare a un primo sguardo, lo sguardo censore della ‘Legge’ che giudica in maniera manichea cosa sia il Bene e cosa il Male.

E quella Legge, purtroppo, il giovane protagonista la covava dentro di sé, un legge inflessibile che non gli consentiva di raccontare a se stesso la ‘sua’ di storia. 

Conor aveva paura di quel mostro interiore che lo avrebbe giudicato.

Ed ecco che il tasso (la fantasia, il sogno, l’inconscio) gli andò in soccorso per far sì che, attraverso le quelle storie un po’ strane che raccontava (del resto il sogno è sempre bizzarro), Conor riuscisse finalmente a dirsi la verità, quella verità di cui tanto aveva paura e che ogni notte prendeva la forma dell’incubo, questa volta di un incubo vero che lo faceva svegliare spesso di soprassalto, madido di sudore e paralizzato dalla paura.

Quale fosse questa scomoda verità di Conor, non voglio spoileralo qui, però io in questo splendido libro, ho fatto esperienza della grande forza del sogno e della fantasia a darci una possibilità di rinascita. È un libro che racconta una storia e che parla di storie, un libro che ci mostra quanto le storie abbiano la capacità di parlarci, di leggerci…

Quando lessi i primi capitoli in classe, mi trovai di fronte degli occhi ipnotizzati, incantati.

Non era forse il mio trasporto per la verità di quel libro che mi aveva letto, commosso e acceso, a propagarsi in quella classe e ad accendere i loro sguardi? Eppure l’autore non compare nei libri scolastici e non fa parte del ‘canone’.

Fatto sta che diversi ragazzi hanno acquistato il libro e lo hanno letto, altri se lo sono fatti prestare!

[…] Basta così Conor O’Malley, disse il mostro, con dolcezza. Questo è il motivo per cui mi sono messo a camminare, per dirti questo, di modo che tu possa guarire. Devi ascoltare.

Conor deglutì ancora. – Ti ascolto.

La vita non si scrive con le parole, disse il mostro. Si scrive con le azioni. Quello che si pensa non conta. La sola cosa importante è ciò che si fa.

Ci fu un lungo silenzio, e Conor riprese fiato.

– E allora cosa devo fare? – chiese infine.

Devi fare quello che hai appena fatto, disse il mostro. Dire la verità.

– Tutto qui?

Credi sia facile? Il mostro alzò due enormi sopracciglia. Tu eri pronto a morire piuttosto che dirla.

Conor si guardò le mani, disserrandole infine.

– Perché quello che pensavo era terribilmente sbagliato.

Non era sbagliato, disse il mostro. Era solo un pensiero, uno su un milione. Non era un’azione. […]

Chiudo con questo passo tratto da Massimo Recalcati, in L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, 2014


“La Scuola apre mondi. La sua funzione resta quella di aprire mondi. Non è solo il luogo istituzionale dove si ricicla il sapere dello Stesso, ma è anche potere dell’incontro che trasporta, muove, anima, risveglia il desiderio”.

Testo inviato da: Cinzia Sorvillo, Scuola Secondaria Primo Grado Massimo Stanzione di Orta di Atella (CE)

Antonella Capetti, la maestra che va… A scuola con gli albi

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capetti
Intervista ad Antonella Capetti, insegnante di scuola primaria e autrice del saggio “A scuola con gli albi” (Topipittori). Il grande vantaggio di conoscere approfonditamente la letteratura per l’infanzia, dice, consiste nella possibilità di costruire, prima nella propria mente, poi in classe, una solida rete di connessioni.

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