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Fare storia con le fotografie

in Fra cattedra e finestra by
Con il metodo WRW, le fonti visive diventano potenti stimoli visivi e aiutano gli studenti a memorizzazione fatti e personaggi della storia.

La parola “fare” ha qui il valore del fare in senso quasi manuale. Equivale a costruire la storia. Trovare gli elementi che inquadrano un avvenimento e strutturarli in uno schema di pensiero.

Non ha nulla a che vedere con lo studiare, se per “studiare” si intende leggere su un testo notizie, ripeterle, farsi interrogare, riportare una valutazione espressa in un numero. Questo è il modo in cui tradizionalmente la disciplina storia viene insegnata.

Da quando ho incontrato il WRW ovviamente ho cambiato non solo il mio approccio alla lettura e alla scrittura ma anche alle altre discipline.

Dico ovviamente perché la rivoluzione didattica che ho messo in atto mi ha coinvolto così tanto che è passata anche sulle discipline affini. Io oramai non so lavorare se non attuando un laboratorio, partendo il più possibile da compiti autentici e mettendo sempre al centro l’alunno, non il programma (presunto).

Così, vista l’enorme difficoltà dei miei studenti in storia, sia nella memorizzazione sia nella comprensione dei testi da cui dovrebbero evincere eventi da “studiare”, ho impostato la didattica sulle fonti iconografiche.

Adesso, che per il secondo anno ho una quinta superiore, ho a disposizione tantissimo materiale. Ma anche in terza sto usando lo stesso metodo e mi pare funzioni.

Gli studenti di oggi, ci spiegano le neuroscienze, apprendono in maniera reticolare, non in maniera lineare. Non è il caso qui di discutere perché (la tecnologia ha la sua importanza) e nemmeno se ciò sia meglio o peggio rispetto a prima. Non credo che il problema si ponga in questi termini, se mai nel cercare di capire come avvicinare lo studente a questa materia, che sta diventando per molti sempre più ostica. È evidente che la metodologia tradizionale con questa nuova tipologia di alunni non funziona.

Quindi io parto sempre da fonti visive. Ne scelgo tre o quattro per ogni macro argomento e da lì inizio i miei percorsi. Ci sono foto che dicono più di moltissimi testi scritti. Ci sono alunni che dalle foto imparano molto di più che se leggessero (e non lo fanno) tutto un capitolo. Certo, non è solo un proporre immagini. Dietro ci sono una ricerca e l’adattamento di strumenti già sperimentati.

In molti casi propongo le foto da sole, a inizio percorso. Senza contorno e senza spiegazione. Usiamo la tecnica STW cioè See, Think, Wonder che ho tratto dal testo Making Thinking Visible. Annotiamo sul quaderno cosa vediamo, quello a cui ci fa pensare e infine le nostre ipotesi o previsioni.

È un grande esercizio di pensiero che implica, appunto, lo studiare nel senso profondo della parola. Osservando foto, a poco a poco ricostruiamo un periodo o un evento o analizziamo un personaggio. Spesso poi le tagghiamo: vicino a ognuna mettiamo #, cioè parole chiave che ci aiutino a ricordarle e a collocarle.

In altre occasioni, scendendo più nel profondo, fornisco foto e brevi testi da leggere. Abbiniamo foto ai testi e ci domandiamo perché. È un po’ come costruire un libro di testo fatto da noi. Ogni foto è posseduta dai ragazzi in fotocopia e quando preparano il loro speech (intervento orale che sostituisce l’interrogazione) devono partire sempre dall’analisi di una fonte iconografica.

Ho proposto anche foto di dipinti, ritratti di personaggi famosi, foto storiche e di archivio e anche spezzoni di film o documenti d’epoca. Usiamo le foto anche quando scriviamo i testi espositivi in storia. A ogni paragrafo ne va attribuita una con didascalia esplicativa elaborata dai ragazzi.

Un altro tipo di approccio alla foto consiste nello scrivere a partire da questa, come fosse un attivatore di scrittura, in questo caso di pensiero. I ragazzi notano particolari che a volte io stessa non noto. Fornisco prima una serie di prompt per iniziare il processo di pensiero e scrittura e spesso anche dei testi mentore scritti da me. In questo caso scrivere attiva l’acquisizione di una conoscenza che si stratifica più in profondità e in maniera più duratura. Per gli alunni DSA, ma in genere per tutti, questo modo di calarsi dentro la storia e di farne narrazione diventa più facile e fondamentale.

Oramai tutti sanno che un apprendimento per essere significativo deve essere legato a una emozione o a una motivazione. Se la motivazione non è sufficiente (come spesso accade per molto studenti) l’emozione invece è più facilmente raggiungibile con l’uso delle fonti e in particolare delle fotografie.

Cito ad esempio una foto che ho usato per approfondire il concetto dei nuovi armamenti nella Prima guerra mondiale: la fila lunghissima di cadaveri morti per asfissia sul monte Sabotino nel 1916. Non si può certo dimenticare facilmente. Altre foto che funzionano (anche per la storia che nascondono) sono i pochi scatti rimasti di Robert Capa dello sbarco in Normandia. Oppure le foto di Erwitt dell’America razzista degli anni ’60. A ogni foto si può collegare un mondo, un episodio, una storia. E questa “storia” si può memorizzare meglio perché legata ad un potente stimolo visivo. Anche le foto dei dipinti funzionano. Il quarto stato di Pelizza Da Volpedo ha funzionato benissimo come volano per descrivere l’Italia della fine del secolo XIX.

Crediti copertina: wolfgangfoto

Educare gli studenti a vedere: a caccia di volti nei muri!

in Attività in classe by
volti cover mangiacavi - occhiovolante
I disegni sono dispositivi parlanti: basta allenarsi a sintonizzarli sulle frequenze giuste per riuscire a intercettare persino le più flebili voci nascoste tra le crepe dei muri. Marianna Balducci, illustratrice, ci aiuta a riconoscerle

I disegni sono dispositivi parlanti: a volte descrivono, a volte raccontano, altre volte svelano. In tutti questi casi, non si può prescindere da un po’ di allenamento della mano, certo, ma prima ancora dello sguardo perché il disegno ci chiede innanzitutto di scegliere. Solo alcuni di quei segni che l’occhio registra saranno l’alfabeto del nostro discorso e avere chiaro in testa quel che vogliamo dire sarà ancora più importante del saper disegnare “tanto” o convenzionalmente “bene”. Mescolare fotografia e disegno mi piace da sempre proprio perché mi costringe a esercitare questa misura: il risultato finale è più riuscito quando il segno è entrato in sintonia con l’ambiente già immortalato, non si è lasciato viziare dal virtuosismo bensì si è inserito solo nello spazio necessario a scatenare in chi guarda un moto di meraviglia. Si lavora perciò più in togliere che in aggiungere, come gli investigatori si va a caccia di indizi da rivelare, ogni volta con una nuova piccola “missione”.

Quando ho lavorato al progetto “Lettimi illustrato” la mia era quella di rivelare uno spazio dimenticato: il giardino cinquecentesco di Palazzo Lettimi di Rimini, abbandonato per lungo tempo e riaperto in occasione del festival di musica e teatro “Le città visibili” che mi ha coinvolta in questa operazione di sensibilizzazione disegnata.

Mi sono avventurata tra le crepe e i rampicanti, tra i cavi aggrovigliati degli allacci di corrente e le grate foderate di muschio. Mi sono appellata alla Signora Pareidolia, quella burlona responsabile del fenomeno per cui il nostro cervello tende a individuare, in un accrocchio di forme e segni casuali, delle forme conosciute (spesso dei volti) e ho trovato quelle che sarebbero diventate le nuove voci del giardino Lettimi.

marianna balducci succhiacavi lettimi illustrato

Non tutte si sono lasciate guardare subito. La missione di esplorazione fotografica di uno spazio deve darsi certamente delle regole (e io ero a caccia di volti, di personaggi), ma la fantasia ci chiede anche un po’ di respiro, un po’ di spazi vuoti in cui insinuarsi. In questa prima fase perciò ho fotografato tanto, anche dettagli che non subito avevano chiaro il loro destino. Per chi non è abituato a usare la macchina fotografica (o il cellulare), una prima fase di osservazione può essere fatta con l’ausilio di un piccolo passepartout bianco (una cornice di cartoncino) che ci costringa a isolare delle porzioni di spazio per poterle guardare e poi eventualmente catturare con il vero obiettivo.

Tornata a casa con un consistente bottino di crepe, cortecce, pareti, buchi, è iniziata la selezione. In questo caso non ho capovolto o girato gli scatti per osservarli da un’altra prospettiva e ho lasciato che ciascuna immagine restasse col medesimo orientamento con cui l’occhio l’aveva catturata. Questo accorgimento è stato utile quando, al termine del progetto, le tavole sono state esposte nel giardino durante il festival, invitando i visitatori a ritrovare sul posto, come in una caccia al tesoro, i dettagli su cui avevo lavorato. I disegni sono stati realizzati in digitale, ma spesso mi è capitato di lavorare su supporti fotografici stampati disegnandoci sopra con rapidograph, pennarelli acrilici, matite bianche o gessetti.

Mano a mano che i volti venivano svelati, anche il temperamento di ciascun personaggio si delineava sempre più chiaramente: c’è chi gli ha dato un nome, chi ha immaginato un tono di voce,… con pochi segni, quel luogo zittito ha iniziato a diventare tutto fuorché silenzioso agli occhi dei suoi visitatori!

Quanti luoghi silenziosi ci sono nella nostra città, nello spazio che abitiamo o frequentiamo quotidianamente? Magari non tutti nascondono personaggi che lamentano necessariamente mancanze di attenzione come nel mio giardino abbandonato, ma di sicuro custodiscono storie o aspettano che qualcuno ne inventi per loro. Altri forse invece gridano perché sono feriti, perché portano i segni di una storia pesante.

I disegni sono dispositivi parlanti: basta allenarsi a sintonizzarli sulle frequenze giuste per riuscire a intercettare persino le più flebili voci nascoste tra le crepe dei muri.

Credits: tutte le illustrazioni sono courtesy of © Marianna Balducci

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