Grammatica

Insegnare la grammatica: metodo implicito o esplicito?

in Approcci educativi by
Alcune domande sull’apprendimento implicito ed esplicito della grammatica, nella scuola primaria: esploriamone i vantaggi e gli svantaggi insieme a Roberto Padovani.

Nelle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione (2012) si cita un’interessante distinzione relativa all’insegnamento della grammatica nella scuola primaria: insegnamento implicito vs. esplicito.

Apprendimento implicito

Nell’apprendimento implicito della grammatica, il bambino impara la corretta formulazione delle frasi semplicemente parlando e ascoltando la comunità circostante. Attraverso meccanismi cognitivi automatici e inconsapevoli, “estrae” le regole sintattiche e le applica per approssimazioni via via più precise al proprio modo di parlare.

Tutto questo senza avere la conoscenza consapevole dei concetti tipici dell’analisi grammaticale e logica (ad esempio, soggetto, verbo, predicato nominale e verbale). Così i bambini in età prescolare imparano la sintassi della loro lingua madre e allo stesso modo la maggioranza delle persone impara a parlare altre lingue in età adulta.

Apprendimento esplicito

Diversamente da ciò, l’insegnamento esplicito della grammatica pone il bambino davanti a una forma di conoscenza complessa e metacognitiva. Cioè per la quale serve ampia riflessione consapevole.

Si tratta in sostanza degli apprendimenti scolastici legati tipicamente all’analisi grammaticale e logica, con uso di una terminologia tecnica specifica che va memorizzata e applicata alle competenze implicite di uso della lingua.

Le domande che dovremmo porci sulla base di questa distinzione sono plurime e vorremmo affrontarle direttamente. Quale correlazione esiste tra apprendimento implicito ed esplicito della grammatica? Quale bilanciamento dovremmo avere nel presentare la grammatica a scuola a seconda della classe di appartenenza?

La grammatica esplicita, certamente complessa e articolata, quando deve essere introdotta? Abbiamo strumenti validi per l’insegnamento di entrambe le “materie”?

Quale correlazione esiste tra apprendimento implicito ed esplicito della grammatica?

Difficile dare risposte definitive. È certo che la conoscenza esplicita della grammatica rappresenta una delle forme più alte di rappresentazione della lingua. Proprio per questo motivo, per poter avvenire con successo, necessita di ampia dimestichezza con l’uso regolare delle strutture morfo-sintattiche in esame. Ragionare esplicitamente su una frase di questo tipo “vorrei che il latte fosse più caldo” è utile solamente se l’alunno è in grado di usare strutture analoghe nel suo linguaggio quotidiano. Se manca la conoscenza implicita della struttura, non potrà esserci apprendimento esplicito.

In alternativa potrebbe avvenire un apprendimento meccanico e decontestualizzato: appreso solo con grande sforzo, di difficile elaborazione in termini di ragionamento attivo, di rapido oblio.

Quale bilanciamento dovremmo avere nel presentare la grammatica a scuola a seconda della classe di appartenenza?

Dato il punto precedente, conseguono svariati ragionamenti. L’insegnamento implicito dovrebbe anticipare sempre quello esplicito delle regole e strutture sintattiche. Non esiste una classe specifica in cui presentare per tutti gli alunni le regole e le terminologie della grammatica esplicita.

Questo perché gli alunni presentano grandi variabilità di competenza linguistica, tanto nello sviluppo tipico, quanto in specifiche condizioni di difficoltà (ad esempio, bilinguismo consecutivo, disturbi del neurosviluppo).

Anticipare la presentazione delle regole esplicite della grammatica è di grande svantaggio per una quota significativa della popolazione scolastica e non è chiaro se sia di aiuto per i bambini a sviluppo tipico. Andrebbe certamente potenziata la didattica di tipo implicito e ritardata il più possibile l’introduzione della riflessione meta-linguistica.

Va infatti tenuto in considerazione che lo sviluppo del linguaggio del bambino, specialmente l’elaborazione delle strutture sintattiche complesse, procede durante tutta l’età scolare. È quindi lecito domandarsi se, nella scuola primaria, abbia senso o meno insistere sull’analisi logica e grammaticale.

A mio avviso certamente NO: fino ai 10/11 anni andrebbe ampiamente stimolata la capacità implicita di elaborazione della sintassi e della grammatica, sia orale che scritta.

Abbiamo strumenti validi per l’insegnamento della grammatica implicita ed esplicita?

La grammatica esplicita vive nelle pratiche didattiche della scuola: analisi grammaticale, analisi logica, declinazione dei tempi verbali. Indipendentemente dalla creatività del docente, questi insegnamenti insistono su una serie di abilità linguistiche e cognitive mature, integre e performanti.

La grammatica implicita vive invece nel linguaggio quotidiano, orale e scritto. Può essere potenziata e presentata in varie forme e modi, di cui è utile dare alcuni suggerimenti che possono essere certamente ampliati e modellati dallo stile didattico di ciascun operatore di scuola primaria:

  • Distinguere e riconoscere frasi corrette da frasi scorrette. Ad esempio, “Piero disse a Maria di voler giocare con lei” vs. “Piero dice a Maria che ci vuole giocare insieme”. Anche introducendo le classiche concordanze dei tempi verbali: “Se io avessi i soldi, oggi andrei al cinema” vs. “Se io avessi i soldi, oggi vado al cinema”. Insegnare al sistema cognitivo la giusta forma sintattica permette al bambino un allenamento implicito delle regole sottostanti.
  • Abbinare la frase al disegno corretto, presentando strutture ad alta complessità sintattica (“Il bambino che il nonno tiene per mano ha il berretto blu”, “Solo alcuni pezzi di formaggio sono mangiati dai topi”). Le frasi relative e l’uso dei quantificatori sono esempi di forme sintattiche complesse che allenano anche i processi di comprensione del testo, in assenza di brani eccessivamente lunghi.
  • Potenziamento delle forme narrative. Trasformazione “dal discorso diretto a indiretto” e “dalla forma passiva a quella attiva” e viceversa. Descrizione di una serie di figure con una frase semplice Soggetto – Verbo – Oggetto (“la bambina prende la palla”) oppure con un’espansione subordinata (“la bambina prende la palla per giocare con le amiche”).
  • Descrizione di figure con frasi semplici oppure con frasi sintatticamente più complesse. Abituare i bambini all’idea che lo stesso concetto può essere espresso in diverse forme è di grande aiuto ai processi maturativi linguistici, cognitivi e di ragionamento. 

Tutti questi esempi di attività permettono l’allenamento dei processi linguistici, anche complessi, orientando il bambino di scuola primaria a trasformare il linguaggio orale nel linguaggio scritto con operazioni di ampliamento e modellamento delle forme narrative.

Abbandonare nella scuola primaria le attività di grammatica esplicita porterebbe ad uno sforzo culturale verso attività di potenziamento linguistico e cognitivo di grande aiuto per tutti.

Per i bambini con svantaggi e fragilità linguistiche e cognitive si tratterebbe di attività di potenziamento più ecologiche e semplici.

Per i bambini a sviluppo tipico sarebbe una grande opportunità di lavorare sulle trame narrative, sull’affinamento del pensiero e sulla flessibilità dei processi cognitivi in generale.

Crediti copertina: Sam O’Connor

Perché la sintassi è così difficile per gli studenti?

in Attività in classe/Tavola Rotonda by

Tra le materie che insegno nelle mie classi di scuola superiore, la sintassi è quella che gli studenti trovano più difficoltosa. Anzi, per alcuni studenti si può tranquillamente dire sia un mistero doloroso sul quale non si riesce ad avere nessun controllo.

A me non è del tutto chiaro perché la sintassi risulti così ostica. In questo senso, sono nel pieno della“maledizione della conoscenza”. Mastico da talmente tanto tempo questi concetti che non riesco più ad immaginare che non possano essere di immediata evidenza.

In realtà c’è un elemento di disturbo che so essere problematico: il modo in cui la grammatica è stata insegnata ai miei studenti alle scuole elementari e medie. I miei studenti arrivano da me con in testa alcune convinzioni salde e quasi irremovibili, cosa che in sé sarebbe anche positiva, se non fosse che queste convinzioni sono radicalmente sbagliate.

Tipicamente: il soggetto è quello che compie l’azione, il complemento oggetto risponde alla domanda “chi? Che cosa?”, il verbo serve ad esprimere le azioni, e così via. Queste idee sono scolpite nella loro mente per due diverse ragioni.

La prima è che la grammatica è stata insegnata così ai loro maestri e professori, i quali spesso si limitano a riproporla ai loro allievi. La seconda è che queste semplificazioni sono facili da memorizzare e in certa misura rendono apparentemente più automatico approcciare la frase, anche se poi si finisce facilmente per confondersi e sbagliarsi.

Il risultato di questa didattica è che se si chiede  agli studenti di analizzare, ad esempio, la frase “A Marco piace la pizza”, “la pizza” diventa invariabilmente il complemento oggetto, perché la frase è interpretata così: “A Marco piace chi o che cosa? La pizza”.

Altro esempio: se il verbo è quello che esprime l’azione, diventa difficile inquadrare tutti quei sostantivi che, guarda un po’, esprimono un’azione o un movimento, come “corsa”, “salto” o “interruzione”.

Specularmente, diventa difficile capire che azione stia svolgendo il soggetto di una frase come “A Marco la rosa sembra molto bella”…visto che “la rosa” non fa proprio nulla.

Però non sarebbe giusto scaricare tutta la colpa sui colleghi delle medie (che in fin dei conti hanno una formazione perfettamente sovrapponibile a quella dei docenti delle superiori): la difficoltà degli studenti con la sintassi va al di là anche della confusione creata da una didattica non appropriata.

Dopo numerosi tentativi e fallimenti, in classe ho improvvisato una metafora che forse può fare un po’ di luce nelle menti spaesate degli studenti e cominciare a rimetterli nel giusto ordine di idee.

Il punto di partenza della mia metafora didattica, che è anche il concetto più difficile da far capire, è che nella sintassi non contano i significati, ma le funzioni.

“Soggetto”, “predicato verbale”, “complemento”, ecc. ecc. non sono “cose”, ma “ruoli”. Un sostantivo (che è una “cosa”) può quindi prendere il ruolo di soggetto o complemento, a seconda di dove viene messo e di quale funzione svolge.

Non è un’idea facile da comunicare. Gli studenti non vedono la lingua, ma solo i suoi significati. Non vedono le parole, ma solo quel che rappresentano. Detto in altre parole, per loro quella di Magritte sarà sempre una pipa. Con questa sorta di cecità per la struttura astratta della lingua, capire la sintassi diventa inevitabilmente assai difficile.

Per uscire dall’impasse, ho azzardato in classe un parallelo calcistico (avvertendo inutilmente i miei studenti che avevo ben poca voglia di essere interrotto dalle loro professioni di fede, ma pazienza).

Ho scritto alla lavagna una formazione in 4-3-3, coi loro nomi.

Mario – Marco – Francesca
Giuseppe – Antonio – Laura
Paolo – Stefania – Marta – Elena
Filippo

E quindi: se io scambio Mario, Marco e Francesca con, ad esempio Paolo Stefania e Marta, cambia qualcosa nella struttura della squadra?
No, è sempre un 4-3-3. E questo perché lo schema non è dato dalle singole persone e dai loro nomi, ma dai ruoli. E infatti lo schema, in realtà, è questo (mi si perdonino le castronerie calcistiche):

attaccante – attaccante – attaccante
ala – centrocampista – ala
difensore – difensore – difensore – difensore
portiere

Allo stesso modo, quando scrivo:

soggetto – predicato verbale – complemento

faccio riferimento a ruoli (“soggetto”: governare il verbo; “predicato verbale”: offrire informazioni su tempo, diatesi, persona, ecc.), non a “cose”.

Il passo successivo è stato dire che ogni parola poi è più o meno adatta a prendere certe funzioni. Il soggetto deve governare il verbo dandogli la persona e talora il genere… può essere ricoperto questo ruolo una parola invariabile come un avverbio o una preposizione? Ovviamente no: a fare il soggetto ci vuole un sostantivo o un pronome…o al limite si può adattare un aggettivo. Ma di certo non puoi dire “il certamente ordina una pizza”, usando un avverbio nel ruolo di soggetto. Né puoi usare, in italiano, un sostantivo come verbo: “Maria casa la spesa”.

Se si capisce questo passaggio, diventa anche chiaro come mai in italiano abbiamo parole di tipo diverso, ma che di fatto hanno lo stesso significato: “corsa” e “correre” sono due diverse parole che indicano la stessa azione, ovvero hanno lo stesso significato, ma l’una parola deve essere usata come soggetto o come complemento (legata alle preposizioni), mentre l’altra si deve disporre a fare da baricentro della frase, come predicato verbale.

Come si sarà capito, questo è un modo come un altro di introdurre una maniera più corretta, semplice e scientifica di descrivere la lingua italiana, che di solito definiamo grammatica valenziale. Ma quale che sia l’approccio scelto, l’importante è che i ragazzi imparino a vedere la grammatica e a ragionarci. E questo non tanto perché questo li aiuterebbe a scrivere meglio (non è così!), ma perché è essenziale che nel curriculum di un’istruzione obbligatoria ci sia una appropriata conoscenza di quello strumento cognitivo che più profondamente definisce l’essere umano in quanto tale: il linguaggio.

Vedremo come andrà…

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