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Un mare di plastica: insegnanti e studenti a confronto

in Webinar e formazione by

Giovedì 3 marzo, alle ore 16.30, un Webinar gratuito dedicato all’inquinamento da plastica in ambiente marino. Ecco come iscriverti!

Perché un Webinar dedicato all’inquinamento da plastica? Perché tra i temi posti dalla crisi ecologica globale troviamo quello degli inquinanti emergenti in ambiente marino e della loro interazione con l’ecosistema.

Temi del Webinar

Realizzato da Librì – Progetti Educativi, in collaborazione con Frosta (qui la campagna educativa), il Webinar spiega come molti dei nuovi materiali utilizzati abbiano complesse interazioni con il nostro Pianeta, e con gli organismi che lo abitano.

Vengono presentate agli insegnanti le evidenze di tali effetti attraverso metodologie che consentono di effettuaremisurazioni oggettive.

Il webinar è una piccola occasione per gli insegnanti di formarsi su tematiche che riguardano le questioni ecologiche.

Gli studenti, infatti sempre più spesso manifestano esigenze impellenti di un confronto critico e costruttivo su queste.

Nello specifico, il webinar rivolto a figure professionali che operano in ambito educativo e consente di acquisire conoscenze e competenze sulle:

  • complesse relazioni (spesso negative) della plastica con la nostra specie e con le diverse componenti dell’ecosistema marino;
  • come affrontare scelte più consapevoli sull’utilizzo della plastica;
  • strategie e proposte didattiche per far sì che gli studenti comprendano e affrontino le sfide che la crisi ecologica globale pone, acquisendo consapevolezza sulle possibilità di compiere azioni utili ed efficaci a mitigare la tendenza corrente.

Relatrice del Webinar

Il Webinar è tenuto da Elisa Costa, ricercatrice presso l’Istituto per lo studio degli Impatti Antropici e Sostenibilità in ambiente marino del CNR (CNR-IAS). 

Laureata in Scienze del Mare, si occupa della valutazione dell’impatto antropico sull’ambiente marino ad ampio spettro.

Negli ultimi anni si è occupata di valutare la presenza di microplastiche in mare, studiandone l’effetto sugli organismi marini che lo abitano, e grazie al Dottorato di Ricerca in Scienze del Mare, collabora da anni con l’Acquario di Genova.

Come partecipare

Per partecipare al Webinar GRATUITO Un mare di plastica: insegnanti e studenti a confronto, che si terrà giovedì 3 marzo dalle 16.30 alle 18, CLICCA QUI!

Foto di copertina by Naja Bertolt Jensen on Unsplash

Creatività con gli scarti in plastica!

in Attività in classe by

Al mondo sono davvero tantissimi gli artisti che, grazie alla loro creatività, utilizzano materie di scarto, plastica in primis, per realizzare opere meravigliose. Potrebbe diventare un’ottima attività per gli studenti di qualsiasi età!

Ti sembra impossibile che si possa avere dei veri e propri “attacchi di creatività” semplicemente maneggiando degli scarti in plastica?

Esistono tanti modi per sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema importante come quello della raccolta differenziata della plastica (ma non solo), o del rispetto verso l’ambiente; uno di questi, appunto, è quello della creatività!

Vi è mai successo, infatti, di rimanere profondamente colpiti da un quadro o da una scultura? E di ricordarli vividamente, e con loro le emozioni provate, anche a distanza di anni?

È il grande potere dell’arte: emozionare, sì, ma anche far riflettere.

Se poi le opere d’arte sono realizzate interamente in plastica (o in altri materiali di scarto), il messaggio che si vuole lanciare è subito molto chiaro:

se riciclati, i rifiuti hanno un valore incredibile!

Proprio come un’opera d’arte!

Lady Be

Opera di Lady Be in plastica, oggetti in resina e legno

Lady Be, alias Letizia Lanzarotti, oltre a essere una grande amante dei Beatles (il suo Lady Be ricorda tantissimo il titolo della loro nota canzone “Let it be”, no?), è anche un’incredibile artista celebre in Italia e all’estero, creatrice di meravigliosi mosaici realizzati interamente con materiali di scarto in plastica.

Tappi, bottiglie, vecchi giocattoli e bigiotteria, che incastrati sapientemente ricreano ritratti di celebri artisti e personaggi storici: così belli da restare senza fiato!

Da dove provengono i vari materiali? Da mercatini o semplici passeggiate all’aperto (si sa, la natura stessa, purtroppo, può fornire materiali di plastica abbandonati…): Lady Be li raccoglie, li pulisce, li taglia e li modella, archiviandoli poi per colore.

Dalle sue opere non traspare solo la tematica ambientale: il suo ritratto di Barbie, con volto tumefatto, è stato il potente contributo di Lady Be alla protesta contro la violenza sulle donne.

L’arte emoziona, l’arte denuncia, l’arte fa riflettere.

Bordalo II

Opera in plastica e non solo di Bordalo II, foto by www.disagian.it

Eccoci infine in Portogallo, dove troviamo gli incredibili murales del portoghese Bordalo II. Veri e propri patchwork realizzati con materiali di scarto che l’artista raccoglie nei pressi del muro dove realizzerà l’opera.

Giganteschi murales 3D che non solo fanno riflettere sull’incredibile produzione di rifiuti, ma che si fanno portavoce anche di un altro importante tema che sta a cuore a Bordalo II: quello degli animali.

I soggetti dei suoi murales, infatti, sono le specie in via d’estinzione, i cui habitat sono minacciati dagli stessi materiali da cui l’opera è composta.

Tre artisti (ma al mondo ne esistono davvero moltissimi) che elevano lo scarto, il rifiuto, a un qualcosa che acquista un valore inestimabile, perché veicolo per diffondere valori sociali, politici o puramente estetici.

Perché non proporlo in classe?

Proprio così: perché non utilizzare confezioni, imballi, bottiglie vuote, ma più in generale qualsiasi oggetto di scarto (opportunamente lavato!), per creare originali opere d’arte in classe?

Foto di copertina by dan lewis on Unsplash

Attività: realizziamo un manufatto in galalite!

in Attività in classe by

Scopriamo come ottenere dal latte una plastica da modellare, ovvero la galalite, attraverso un esperimento chimico rapido e divertente, perfetto anche da fare in classe!

Come indicato dal suo nome (dal greco gala=latte e lithos=pietra), la galalite è una materia dura, fabbricata a partire dal latte.

Antesignana della plastica, la galalite è ancora oggi utilizzata per realizzare oggetti come bottoni, spille e penne; il suo aspetto è simile a quello del corno, del guscio di tartaruga, dell’ avorio, della madreperla e del corallo, senza però andare a colpire gli animali o l’ambiente (stesso motivo, poi, per cui è nata la plastica). Ecco perché la galalite ci piace così tanto!

A chi si rivolge l’attività

L’attività è particolarmente adatta ad una classe prima di scuola secondaria di primo grado!

Temi affrontati

  • La materia
  • Il calore e la temperatura
  • Le basi della chimica

Finalità dell’attività

  • Distinguere un fenomeno fisico – che non altera la materia – da un fenomeno chimico, che al contrario comporta una trasformazione della materia
  • Conoscere i passaggi di stato (solido | liquido | gassoso | plasmatico)
  • Comprendere l’azione del calore sugli stati di aggregazione della materia
  • Saper eseguire una reazione chimica
  • Pianificare le diverse fasi per la realizzazione di un oggetto, impiegando materiali di uso quotidiano

Di cosa abbiamo bisogno?

  • latte scremato (un bicchiere)
  • aceto bianco (3 cucchiai)
  • colino
  • recipiente
  • 1 forchetta
  • stampi per biscotti
  • Carta da cucina

Tempi

  • Realizzazione: 30 minuti ca.
  • Attesa: 4-5 giorni ca.

E ora… mani in pasta!

  1. Scaldare il latte, spegnendo pochi secondo prima di raggiungere l’ebollizione
  2. Aggiungere l’aceto e mescolare. Mescolando costantemente, osservare che il liquido tende a separarsi. In questo modo si formerà la cosiddetta “cagliata”, una sostanza bianca e gommosa
  3. Procedere a separare la parte liquida (cioè il siero del latte, che non ci serve) da quella solida, utilizzando il colino e il recipiente, e schiacciando bene con una forchetta, per scolare bene il composto
  4. Asciugare il composto ottenuto con della carta da cucina
  5. Inserire il composto ottenuto all’interno dello stampo per biscotti
  6. Rimuovere il composto dallo stampo, con delicatezza
  7. Aspettare 4-5 giorni, o almeno fino a che la formina ottenuta non si è indurita: è possibile velocizzare l’attesa sistemandola sopra un radiatore acceso  
  8. Terminata l’attesa, il manufatto è pronto: con un tocco di pittura acrilica è possibile decorarlo e personalizzarlo

Osservazioni

  • Per far rapprendere (“cagliare”) il latte, si usa solitamente un caglio composto da enzimi di origine animale, vegetale o microbica; noi abbiamo utilizzato l’aceto! Nell’esatto momento in cui lo abbiamo aggiunto al latte, questo ha coagulato, formando immediatamente tanti piccoli pezzi di caseina, simili a neve!
  • Passati 4-5 giorni, una volta che il composto è diventato duro, rimane però oleoso, tanto da essere necessario strofinarlo con carta da cucina. 

Conclusioni: cosa abbiamo imparato?

  • Se desideriamo ricavare dal latte una materia plastica, dobbiamo mescolare insieme latte e aceto bianco; attraverso il calore, questi due semplici ingredienti danno vita ad un vero e proprio effetto chimico.
  • Mescolato al latte caldo, l’aceto ha fatto immediatamente separare le proteine dalla parte liquida del latte, proprio come avviene per creare il formaggio.
  • Il composto che ne deriva è morbido e modellabile: una volta che il liquido residuo è evaporato, le sue dimensioni sono rimpicciolite, e la sua consistenza è molto dura e simile alla plastica.

Foto di copertina da http://www.newoldcompany.com/en/buttons/galalite/

La plastica: quanto ne sappiamo?

in Attività in classe by

È ovunque intorno a noi, ma sappiamo davvero cos’è e come si crea la plastica?

Siete in grado di riconoscere sempre un oggetto in plastica? Per esempio, le lenti degli occhiali da vista, di che materiale sono? Se avere risposto in vetro, ci dispiace, ma la risposta è sbagliata! Ebbene sì, anche loro sono in plastica!

La plastica: un valore inestimabile

La plastica è un materiale che si può ingegnerizzare, ovvero, costruire secondo i propri bisogni.

Questo materiale è nato col nobile intento di proteggere l’ambiente – già, proprio così! – sostituendo l’ebano, il corallo, il guscio di tartaruga, o altri materiali la cui lavorazione richiedeva anche un grande dispendio di energia.

Il ricorso alla plastica, poi, permette per esempio di contenere il peso delle automobili, riducendo di conseguenza il consumo di carburante.

Non solo: in campo medico gli usi della plastica sono davvero tantissimi! Guanti, camici, cuffie e mascherine (queste ultime ormai così familiari anche a noi), fino ad arrivare al rene artificiale o alla valvola cardiaca: in questi casi, si può proprio dire che la plastica salva la vita.

Per questo è sbagliato demonizzarla: il problema non è il materiale, ma come lo trattiamo una volta utilizzato: la raccolta differenziata è essenziale (ricordi? Ne abbiamo parlato qui)

Il polimero

Ma torniamo alla domanda iniziale: che cos’è la plastica?

Il termine significa “sostanza in grado di acquisire e conservare qualsiasi forma”. Dunque, è una delle sue caratteristiche principali, quella della malleabilità, ad averle attribuito il nome.

La plastica, o meglio, tutte le plastiche sono composti organici ovvero composti complessi del carbonio; contengono carbonio e idrogeno, e, a seconda del tipo considerato, anche ossigeno, cloro, azoto o fluoro.

Tutte queste sostanze sono dei polimeri, ovvero le loro molecole sono formate dalla ripetizione di piccole unità fondamentali.

Un po’ come se fossero tanti anelli legati tra loro; ogni anello prende il nome di unità ripetitiva o unità base, o ancora monomero.

È dalla catena dei polimeri che si crea la resina sintetica, una pasta molle a cui si aggiungono coloranti e altre sostanze che servono a dare le caratteristiche desiderate. Una volta trasformata in granuli e polveri, viene inviata alle fabbriche che si occuperanno di produrre i vari oggetti in plastica.

Alcune plastiche, poi, possono essere fuse e rimodellate all’infinito, e sono definite termoplastiche: le bottiglie dell’acqua che beviamo, che sono in PET, vengono rifuse per diventare ogni volta nuove bottiglie, oppure degli oggetti diversi.

Altre plastiche, che invece non possono più essere rilavorate attraverso il riscaldamento, sono dette termoindurenti.

3 tipologie di polimeri

Tornando ai polimeri, ne esistono di 3 tipi:

  • I polimeri naturali: sono prodotti direttamente dalla natura e subito pronti all’uso o, in alcuni casi, vengono estratti dalla pianta che li produce per poter ottenere il materiale puro. Per esempio il cotone, la seta, il DNA!
  • I polimeri artificiali: naturali ma modificati dall’uomo in base all’uso che ne farà. Per esempio la celluloide e la gomma naturale.
  • I polimeri sintetici: non esistono in natura e vengono sintetizzati ex novo dall’uomo, ottenendoli dal petrolio o dal gas naturale. Un esempio è appunto la plastica, nello specifico:il polietilene, il polipropilene, il PET, il polistirolo, il policarbonato, il PVC, le poliammidi…

Ultimamente si sta affermando una nuova categoria di polimeri: si tratta dei biopolimeri, più conosciuti come le bioplastiche, ottenuti da fonti rinnovabili.

Ricapitolando…

La plastica è costituita da:

  •  POLIMERI, cioè molecole che appaiono come una lunga catena, la cui struttura è formata da tante unità-base (MONOMERI);
  • ORGANICI, ossia le sue molecole sono costituite principalmente da atomi di carbonio;
  • SINTETICI, ovvero creato dall’uomo e non esistenti in natura.

Proprio perché non è un materiale creato dalla natura, la plastica non trova posto negli ecosistemi, e la natura non ha messo a punto meccanismi per la sua trasformazione, come accade, ad esempio, per il legno.

Per questo non dobbiamo per nessun motivo abbandonare le plastiche nell’ambiente, ma raccoglierle nell’apposito bidone affinché possano poi essere riciclate!

Per ulteriori informazioni sulla plastica e sui processi di smaltimento e riciclo, visita il sito https://www.corepla.it/

Foto di copertina by dan lewis on Unsplash

Come sta il mare?

in Zigzag in rete by

Dalle isole di plastica al più recente Plasticrust: capiamo la situazione del mare, e cosa fare per aiutarlo!

Alzi la mano chi, pensando all’estate, non immagina già la gioia del primo tuffo in mare! Cristallino e calmo, o mosso con onde a cavalcare, con sassi o sabbia su cui poggiare i piedi: immergersi in mare regala una sensazione di leggerezza impagabile!

Ma come sta il mare? Come stanno gli oceani? Avevamo già accennato all’argomento qui, ma è bene approfondirlo, considerando anche che il loro stato di salute interessa poi anche la nostra.

Il nostro mare

Purtroppo non se la passa per niente bene il nostro mare, visto che da una ricerca dell’Istituto Oikos – organizzazione non-profit impegnata in Europa e nei paesi del Sud del mondo nella tutela della biodiversità e per la diffusione di modelli di vita più sostenibili – è emerso che circa 53 mila tonnellate di plastica, ogni anno, vengono riversate nel Mar Mediterraneo, di cui ben l’80% è dispersa a terra.  

Come ci arrivano i rifiuti in mare? Semplice: sparsi per monti, boschi e valli, grazie a fiumi e torrenti – che agiscono da veri e propri nastri trasportatori – i rifiuti arrivano dritti fino al mare e all’oceano.

Isole di plastica

Ad oggi nel mondo se ne contano 7: vere e proprie discariche galleggianti intrappolate in vortici acquatici, in cui confluiscono milioni di tonnellate di rifiuti, derivanti per gran parte dai più grandi fiumi del pianeta: Yangtze, Xi e Huanpu  (Cina), Gange  (India), Oyono  (Nigeria), Brantas e Solo (Indonesia), Rio delle Amazzoni (Brasile), Pasig (Filippine) e Irrawaddy (Birmania).

La più grande – denominata il Great Pacific Garbage Patch – si trova nell’oceano Pacifico, tra la California e l’Arcipelago Hawaiano, e si stima che potrebbe occupare dai 700 mila km2 fino ai 10 milioni di km2. Ovvero, quanto la Penisola Iberica, o gli Stati Uniti d’America.

Ma non occorre andare in mari o oceani troppo lontani, per trovarne una: tra la Corsica e l’Isola d’Elba, nel mar Tirreno, Legambiente ha infatti segnalato la presenza di un’isola di plastica monouso, che Greenpeace ha quantificato in ben ottanta tonnellate di plastica.

10 rivers 1 ocean

Dopo aver attraversato gli oceani a remi e il deserto del Sahara e gli Stati Uniti di corsa, l’esploratore e avventuriero Alex Bellini è partito nel 2019 per quello che probabilmente sarà il suo viaggio più incredibile: quello nel mondo sommerso dalla plastica.

A bordo di imbarcazioni improvvisate e da lui stesso costruite (con materiali riciclati), ha dato vita alla campagna “10 rivers 1 ocean”, partendo dal Gange per poi discendere successivamente i 10 fiumi più inquinati del mondo; arrivando, nel 2022, fino al Great Pacific Garbage Patch.

Al grido di #weareallinthesameboat, l’hashtag scelto per comunicare la campagna sui social, Alex lancia un messaggio sull’urgenza di affrontare il problema della plastica (ma anche di tutti i rifiuti in generale) nei mari, problema che, come lui dice:  

“ci unisce e va oltre le divisioni religiose, linguistiche, culturali, politiche o economiche”.

Un problema che ci unisce

Ed è proprio così: quello dell’inquinamento degli oceaniè un problema che non tocca solo (come sa già non fosse comunque abbastanza) la sfera ambientale, ma anche, come dicevamo, la salute di tutti noi.

Le microplastiche che abbiamo visto finire nei fiumi e poi nei mari, arrivano a mescolarsi con il plancton, alla base della catena alimentare delle creature marine. Creature che noi peschiamo, e mangiamo.

Il Plasticrust

Altro fenomeno legato all’inquinamento dell’ecosistema marino, recentemente venuto alla luce, è quello del Plasticrust.

Nel 2016, un gruppo di ricercatori portoghesi del “Marine and Environmental Sciences Centre” di Coimbra, ha osservato delle strane incrostazioni colorate sulle scogliere vulcaniche dell’Isola di Madeira, che dopo solo 3 anni sono passate da un singolo avvistamento, a ricoprire quasi il 10% della superficie rocciosa.

Di cosa si tratta? Analisi chimiche del materiale hanno rivelato che si tratta di polietilene (PET): probabilmente le incrostazioni hanno avuto origine dallo schianto di grossi pezzi di plastica sulla roccia.

Il “plasticrust”, a Madeira, sta così lentamente (ma non troppo) sostituendo le incrostazioni biologiche sulle rocce, superfici su cui organismi marini, come i cirripedi e le lumache di mare vivono, e si nutrono.

Cosa possiamo fare?

Dunque la situazione è molto, molto seria. Oltre a campagne ad hoc di grandi ONG e progetti e sperimentazioni avviate sui fiumi e nei mari in sinergia con le istituzioni da parte del Consorzio Corepla, in prima linea nel sensibilizzare i cittadini, le imprese e i Comuni alla corretta gestione degli imballaggi in plastica, sono stati scoperti enzimi, batteri e larve di insetti capaci di digerire determinate plastiche, il che lascia ben sperare.

Ma la soluzione che ci permetterebbe di andare avanti senza rivedere le nostre abitudini,  non esiste.

Ecco perché è necessario ripensare i nostri comportamenti e modi di fare. A partire dal non gettare più rifiuti in plastica per terra (che, come si è visto, poi raggiungono il mare), fino al fare con coscienza la raccolta differenziata. Per gli animali, per la natura.

Tutto questo, anche, per continuare a tuffarci in un mare blu. Noi, e le generazioni future.

Photo copertina by frank mckenna on Unsplash

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